Una ruota quadrata. La Storia con la Pandemia ha fatto una giravolta. Ma il Sistema-Paese no.

Una ruota quadrata. La Storia con la Pandemia ha fatto una giravolta. Ma il Sistema-Paese no.

Il Re è nudoÈ giunto alla sua 54a edizione, il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, che anno dopo anno interpreta i fenomeni socio-economici d’Italia. Le Considerazioni generali che introducono lo studio danno conto sia della giravolta della Storia impressa dalla Pandemia che, come ha ricordato il Segretario Generale De Rita,  ha radicalmente mutato i paesaggi del vivere, individuale e collettivo, sia del resistente vitalismo italico, che però, stavolta, avverte il Rapporto, non basta. La seconda parte – La società italiana al 2020 – racconta l’anno della “paura nera” con un Sistema-Paese paragonato ad una ruota quadrata che non gira e piuttosto si avvita su vulnerabilità strutturali e venute davvero allo scoperto – il Re è nudo! -, alle prese con le scorie dell’epidemia e con quello che resterà dopo lo stato d’eccezione. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi divise per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza. Al tavolo virtuale della presentazione del Rapporto sedevano Massimiliano Valerii, Direttore Generale Censis, Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis e Tiziano Treu, presidente del Cnel.

E proprio Treu ha registrato come nella eccezionalità assoluta del periodo, che ha accellerato tendenze comunque preesistenti – un esempio per tutti quello della smaterializzazione del lavoro che ha interessato circa metà della popolazione –, resiste la buona capacità di reazione e recupero del nostro Paese, ma questo è insufficiente perché quello che servirebbe è piuttosto una “nuova e sistemica azione della mano pubblica, non solo per affrontare l’emergenza, ma, soprattutto, per ripensare il Paese.  No ad interventi spot quindi, ma una visione ed interventi capaci di selezionare le priorità, in un progetto collettivo condiviso guidato con fiducia dai corpi intermedi nella loro cooperazione proattiva ad una buona finalizzazione delle politiche pubbliche.

Il racconto di Valerii beneficia di una capacità di affabulazione fuori dal comune, anche se la fotografia delle ultime edizioni lo costringe a tingerla di toni cupi o, come quest’anno, addirittura neri. Tratteggia quindi una comunità scioccata dalla vista pubblica della morte, ben diversa dalla nostra personale e intima esperienza. Una vista pubblica della morte amplificata dai media e dall’assenza di una base dati epidemiologica accurata e in deciso contrasto con quello che consideravamo oramai come un diritto sociale acquisito, quello dell’allungamento della nostra vita, in buona salute e con un relativo benessere.

Accanto a questo, tale evento eccezionale, la Pandemia, ha come detto messo a nudo le vulnerabilità del nostro sistema, che si palesa come una ruota quadrata che non scorre, tra inceppamenti e arresti. La reazione degli italiani di fonte a questo anno di paura nera, li vede aggrapparsi tuttavia allo Stato: meglio sudditi che morti. Così i dati, allarmanti: nel 73% degli Italiani i sentimenti prevalenti sono paura ed ansia; il 58% degli intervistati si è detto disposto a rinunciare alle proprie libertà se utile per la salvaguardia della salute collettiva; il 38% addirittura a rinunciare ad alcuni diritti civili in cambio di benessere economico. E poi: oltre il 70% degli Italiani ritiene opportune “pene severe” per chi non indossi le mascherine o non ottemperi alle altre misure consigliate per prevenire il contagio e si aspetta che chi ha sbagliato “paghi” (il 56% chiede il carcere per i possibili contagiati che manchino di autoisolarsi); il 31% non vuole cure o vuole che siano posticipate per chi si macchi di comportamento irresponsabilmente leggero, per non dire dei giovani più che d’accordo ad essere curati prima degli anziani nonché dell’80% degli italiani che auspicano misure più restrittive per le imminenti feste natalizie.. Una vita a sovranità limitata, dominata dalla paura.

 

E l’economia? 

Sono 1,4 milioni gli italiani beneficiari di sussidi da parte del solo INPS per fronteggiare il momento, per un totale di circa 26 miliardi. Eppure, il 17% dei titolari di imprese reputa insufficienti le risorse e il 75% giudica tardivi e insufficienti gli aiuti statali. Ecco quindi allargarsi ancora ancora di più, tendenza già in atto comunque, il lago della liquidità precauzionale da parte delle famiglie, fino a 41,6 miliardi: tutte risorse evidentemente così sottratte ai circuiti della economia reale.  E ad allargarsi ancora è la frattura tra i garantiti e i non garantiti, tra i garantiti assoluti (3,2 milioni di dipendenti pubblici), i 16 milioni di pensionati fino alle sabbie mobili del settore privato e ai più vulnerabili ancora, i lavoratori a tempo determinato e le partite Iva nonché i 5 milioni di lavoratori del sommerso e del nero. I non garantiti temono, e a ragione, la caduta agli inferi della disoccupazione che, ancora una volta, vede pagare di più le donne e i giovani. Gli uomini occupati si distaccano di ben 18 punti percentuali dalle donne mentre il tasso di occupazione più alto, 72%, è tra le donne in età compresa tra i 25 e i 49 anni senza figli, che scende al 53% per le donne con figli in età scolare, storico tallone d’Achille del nostro sistema che non è stato capace di trovare soddisfacenti formule di conciliazione tra lavoro e famiglia. In difficoltà e destinatari di sussidi anche gli occupati nelle libere professioni. Le reti, in questo momento, ci hanno sostenuto. La rete Internet, per prima, che ha visto un passaggio al digitale anche delle categorie più diffidenti. E poi il ritorno forzoso al conto raggio, alle seconde case, al turismo di prossimità. Mentre per quello che riguarda la rete a maglie larghe dell’Europa il 58% degli Italiani si dice insoddisfatto delle misure comunitarie contro il Covid, a dispetto delle ingenti risorse messe in campo. A testimonianza di un sentimento degli Italiani verso l’Europa che resta ambivalente, in bilico tra vederla come casa comune o piuttosto ravvisare nelle sue azioni il rischio di un gravoso vincolo esterno.

Cosa rimarrà dopo lo stato d’eccezione? 

Sicuramente sfiducia: il 40% degli Italiani, dopo l’epidemia giudica rischioso aprire una attività in proprio, andando questo dato così a scardinare quello che era un assunto della nostra volontà e capacità imprenditoriale. Oggi solo il 13% degli intervistati vede il fare impresa come una opportunità e questo è grave. E poi, antichi risentimenti (precedenti Rapporti Censis hanno descritto la nostra come società del rancore) e nuovi malumori hanno condotto addirittura il 44% degli  intervistati a coltivare l’idea che la pena di morte possa ritornare nella sfera del praticabile… Valerii si sente capace ancora una volta di una fuga in avanti del pensiero, a quando ci saremo lasciati alle spalle il virus, e faremo però fare i conti con una inquietudine che non era semplicemente legata al virus – il virus ha aggredito una società già stanca, provata da anni di resistenza alla divaricazione dei redditi e alla decrescita degli investimenti, incerta sulle prospettive future, con un modello di sviluppo troppo fragile –, ma a temi preesistenti e più profondi. Tra questi, lo spostamento del baricentro del mondo dall’Atlantico al Pacifico. La globalizzazione ha infatti portato ad un grande riequilibrio delle forze in campo nel mondo e al superamento di società altre sulla nostra. L’inquietudine con cui dovremo fare i conti quindi sarà legata anche alla non più tanto segreta paura che qualcuno si appresti a prendere il nostro posto sul palco della Storia. Il posto di un Paese che ha visto un costante aggravarsi della crisi della sua economia con un Pil negli ultimi 10 anni cresciuto solo del 2,4% quando la media europea si attesta piuttosto al 16,7% e con una produttività cresciuta solo dello 0,1%. L’economia di un Paese in costante calo demografico, che invecchia e che quindi deve trovare un accurato equilibrio tra il contenimento del debito pubblico e la spesa sociale che invece cresce in misura esponenziale.

Che fare? La necessità di un’azione sistemica. E di una visione. 

Quest’anno il Rapporto ci descrive incapaci di visione, fermati in un limbo privo di progettualità dalla distribuzione indifferenziata di bonus e sussidi, dal blocco dei licenziamenti e dalla Cassa integrazione in deroga. Con un debito pubblico accresciuto in misura rilevante, a porsi come ulteriore fardello sulle prossime generazioni già investite dalla mancanza del lavoro. Siamo descritti come in attesa e poi disorientati e con il rischio del trasformarsi della paura in rabbia. Oggi la nostra capacità di resilienza non sembra bastare, avverte il Rapporto. Oggi va immaginata una nuova azione sistemica della mano pubblica con interventi concreti e profondi, che vadano velocemente verso più direzioni.

Verso dove o verso cosa? 

Verso un nuovo schema fiscale che elimini le distorsioni che pongono a carico degli onesti l’illegalità degli evasori e che si esplichi in soluzioni altre, seppure complesse, rispetto a quella di una riduzione generalizzata e indistinta delle tasse che non appare un obiettivo coerente con la dimensione del debito pubblico e con gli impegni a sostegno del reddito e della crescita. Verso un nuovo sistema industriale e un ripensamento della qualità degli investimenti a sostegno della produzione, dell’innovazione, delle esportazioni: una rimodulazione sistemica delle uscite per le imprese che sia funzionale un nuovo assetto della ricerca scientifica e del passaggio tecnologico. Verso un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali. Non solo il Mezzogiorno ma anche la nuova questione settentrionale. Se da un lato le regioni settentrionali sono esposte al rischio di diventare una periferia a minore valore aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei, dall’altro sono poste nelle condizioni di cogliere tutte le opportunità che il nuovo quadro dell’industria europea va configurando. Verso le attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità dei soggetti del terzo settore: fin qui attori e progettisti dell’intervento sociale, ma anche ammortizzatori dell’inefficienza pubblica.

Il Rapporto restituisce il quadro di un Paese in attesa, in molta parte consapevole di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza cui attingere per costruire queste nuove strade sistemiche di sviluppo. In attesa di cogliere il disegno, la visione, la progettualità politica che soli possono indurre la fiducia e con essa la forza di mettere di nuovo in campo, con vigore ed efficacia e sicurezza di risultato, tali risorse, competenze, intuizioni, esperienze.

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