Hikikomori e Covid: la condizione di chi vive in autoisolamento perenne

Hikikomori e Covid: la condizione di chi vive in autoisolamento perenne
Fonte: Hikikomoriitalia.it

Stare in disparte. Eclissarsi dalla vita sociale. Se il 2020 è stato l’anno dell’isolamento globale, c’è una condizione di vita, quella degli hikikomori, che dell’autoisolamento ne fa l’unica condizione di vita possibile.

Il termine hikikomori nasce in Giappone e letteralmente significa “ritirarsi”. Il governo Giapponese definisce un limite di tempo di isolamento dopo il quale la condizione è definita “di hikikomori”. Questa condizione è nata durante gli anni ’80 in Giappone per poi arrivare nel nuovo millennio in Europa e America. Cosa fanno gli hikiko durante questo tempo in casa? In Giappone solo il 10% di loro naviga su internet, mentre i restanti 90 impiegano il tempo tra fumetti manga, ozio e letture.

La solitudine degli hikikomori deriva da una condizione di solitudine ben più profonda. Di solito chi decide di auto-escludersi dalla vita in società è affetto da una solitudine psicologica, non in termini di interazione, ma di non sentirsi riconosciuto e apprezzato nella propria persona. 

Oggi è importante che questa condizione non dilaghi con la sempre maggiore perdita della realtà che stiamo vivendo in questi mesi. In favore di ciò è intervenuta Maria Rita Parsi alla Commissione parlamentare per l’infanzia e la sicurezza: “«Mai come adesso occorre fare rete, a partire dalle 45mila scuole che ci sono sul territorio e che devono riaprire perché i bambini devono tornare a scuola, mettere a disposizione tutte le competenze che ci sono per salvaguardare la salute mentale dei minori, seguire le famiglie, combattere la disgregazione del tessuto sociale. Così si può fare prevenzione, ricordando che ogni volta che approcciamo un ‘bullo’, un bambino violento, ebbene dietro di lui troviamo un bambino negato, frustrato, che replica la violenza che subisce spesso in famiglia»

Gli hikikomori e il lockdown

Attraverso un sondaggio effettuato su HikikomoriItalia, si è chiesto, a chi vive questa condizione, di rispondere ad alcune domande sulla propria condizione durante l’obbligo di stare in casa che ha impegnato tutta la società, senza distinzioni. 

Ciò che il sondaggio ha evidenziato è un miglioramento di condizione psicologica degli hikikomori durante questo periodo, non nell’uscire dalla loro condizione, quanto più di sentirsi protetti e meno “pesanti” in un mondo che – per forza di cose – stava vivendo la loro stessa condizione. Questo non deve essere, però, un invito ad abbassare la guardia per chi sta cercando di aiutare una persona affetta da questo rifiuto della socialità. Come evidenziato da HikikomoriiItalia, la condizione più grave si verificherà al termine dell’emergenza sanitaria, nel momento in cui gli individui isolati dovranno fare i conti con la realtà, diversa, che gli ha visti protagonisti.

Per un intero anno, infatti, chi vive questa condizione avrà visto milioni di persone in una condizione simile alla propria e, quando l’emergenza arriverà al capolinea, capirà che mentre per tutti era un obbligo dato da un fattore esterno, il loro, invece,  è un rifiuto interiore verso la realtà esterna, e dovranno, ancora una volta, fare i conti con se stessi. 

Fonte: Insidemarketing.it

Un secondo punto di attenzione nel valutare la condizione degli Hikikomori durante il covid è la famiglia. Molte di loro hanno perso il lavoro o hanno lavorato in smartworking andando ad appesantire una condizione già molto stressata. hikikomori Italia evidenzia che durante tutta la prima fase, nei mesi tra febbraio e maggio, le richieste di assistenza psicologica sono crollate, per poi risollevarsi totalmente nei mesi estivi che, per gli individui autoisolati, sono molto difficili da portare avanti.

Un punto molto positivo che questa emergenza ha portato è la didattica a distanza. Per chi vive la condizione di isolamento, fino ad ora, è stato quasi impossibile proseguire gli studi liceali o universitari senza un reale coinvolgimento fisico all’interno della dimensione scolastica. La didattica a distanza ha appiattito questo divario, rendendo l’istruzione molto più pratica e accessibile a chi decide di proseguire il percorso senza la presenza fisica in aula.

I 4 tipi di Hikikomori

La sociologa francese Maia Fansten si occupa di studiare la condizione di isolamento sociale. In uno studio ha dettato le caratteristiche di 4 tipi di condizione hikikomori. Ritiro alternativo: questa condizione è la vera alternativa alla società moderna, l’individuo non riconosce i canoni societari e si ritira in un isolamento dal “mondo”. Il secondo tipo individuato è il Ritiro reazionale: questa tipologia riguarda chi decide di auto-isolarsi in seguito a traumi famigliari, di legami sentimentali, di amicizie.

Il Ritiro dimissionario: l’isolamento di questa categoria è una risposta allo stress derivante da una pressione di realizzazione sociale. Queste pressioni possono derivare dalle proprie ambizioni, o più generalmente dalle aspettative famigliari e genitoriali. L’individuo decide di abbandonare ogni tipo di impegno di studio o lavorativo e di sfuggire alle pressioni. Infine la sociologa Fansten ha individuato il Ritiro a crisalide: quest’ultima tipologia di isolamento riguarda la crescita dell’individuo. In questa pratica il ragazzo non riconosce l’essere diventato adulto, iniziando a pensare di non essere in grado di provvedere, in modo autonomo , a se stesso. Accetta solo pensieri hic et nunc, evitando di pensare al futuro.

«Gli hikikomori vivono nell’apatia, si sentono inutili. Ritrovare un contatto col proprio corpo, con le sensazioni che un’attività manuale può dare, può essere un modo per ritrovare un senso. Vedere che le loro mani sono in grado di creare qualcosa, è potenzialmente una terapia» spiega lo psicologo sociale Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia

Secondo un recente sondaggio condotto dal governo gli hikikomori tra i 15 e i 39 anni in Giappone sarebbero più di 500.000. In Italia si stima siano 100.000 i ragazzi che si richiudono in un isolamento all’interno delle mura domestiche. Questo fenomeno solo nel 2016 ne contava appena 30.000.

 

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