Il ritorno al potere dei neocons: nuove esportazioni della democrazia in arrivo?

Il ritorno al potere dei neocons: nuove esportazioni della democrazia in arrivo?

La vittoria di Biden forse non rappresenterà un grande cambiamento da un punto di vista delle politiche sociali e dell’emergenza-polizia che ha dato vita al movimento Black Lives Matter, anche perché la sua vice Harris è famosa per la sua durezza come magistrato e per non avere molta sensibilità verso le problematiche delle carceri, però segnerà una grande discontinuità in politica estera, perché dall’isolazionismo moderato di Trump si passerà all’interventismo neocons.

Dall’isolazionismo moderato all’interventismo neocons

I neoconservatori sono un think tank molto famoso in Usa, nato negli anni 70 per idea di Irving Kristol, un comunista trotzkista che ha teorizzato la dottrina degli interventi umanitari per l’esportazione della democrazia.

Come il suo mentore ideologico, Trotskij, reputava il suo paese come investito da una missione divina civilizzatrice che si sarebbe realizzata con interventi armati in tutto il mondo, con la ovvia differenza che per Kristol l’esercito era quello americano mentre per Trotskij ovviamente l’armata rossa.

Se le idee trotzkiste in URSS rimasero vive fino all’invasione Sovietica dell’Afghanistan, quelle dei neocons ebbero realizzazione compiuta 20 anni dopo con la presidenza Bush.

Spregiudicati e politicamente versatili, da estrema sinistra dei democratici, entrarono nel partito repubblicano grazie alle figure di Colin Powell, Condoleezza Rice e soprattutto Mc Cain durante la presidenza Bush, e furono gli ideatori degli interventi in Afghanistan e principalmente Iraq.

Chi non ricorda il povero Powell all’ONU con una fialetta che tentava di far passare come uranio impoverito per legittimare l’attacco a Saddam Hussein, un Saddam peraltro ormai in ginocchio dopo anni di embargo?

La dottrina neocons ha trovato molto spazio anche nella presidenza Obama, una delle più impegnate negli interventi armati, nonostante il premio Nobel per la pace assegnato al politico afroamericano.

Le primavere arabe, reali o presunte, difatti furono utilizzate dal presidente Usa per giustificare la guerra in Libia e soprattutto in Siria, due conflitti che ancora oggi sono vivi ed hanno causato centinaia di migliaia di morti, distruzione di patrimoni archeologici e flussi di migrazione di massa, utilizzati in primis da Erdogan come ricatto verso la UE, che gli ha versato quasi 4 miliardi di euro per gestire l’emergenza rifugiati.

Trump ha cambiato tutti i parametri della politica estera americana degli ultimi 20 anni perché ha rigettato completamente la dottrina degli interventi armati essendo un Jeffersoniano, quindi sostanzialmente un isolazionista. Ha levato una considerevole quantità di truppe dall’Iraq e da Kabul, ha minacciato I paesi Nato di abbandonare i paesi europei se questi non avessero dato un contributo economico più consistente, è riuscito a normalizzare i rapporti tra la Korea del nord e gli Usa e soprattutto è stato il regista della pace tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e Bahrein, due paesi sunniti moderati, in contrapposizione all’Arabia Saudita e Qatar, che sono i paesi più impegnati nell’appoggio dell’islamismo.

La dottrina Jeffersoniana di Trump, quindi, ha portato un cambiamento radicale nei rapporti degli Usa col mondo circostante. Non più interventi per  l’esportazione della democrazia ma rafforzamento militare degli alleati, senza però impegnarsi direttamente nella geopolitica mediorientale ed europea. Inoltre Trump ha proposto a Putin un patto di non belligeranza, basato sul rispetto delle proprie sfere di influenza.

Ora con Biden cosa succederà?

La cosa più interessante è notare come i neocons abbiano abbandonato Trump ed i Repubblicani per riaccasarsi nella vecchia dimora, cioè il partito democratico. La famiglia Mc Cain, Powell e Bush hanno appoggiato esplicitamente Biden, l’unica rimasta dietro le quinte è stata la Rice e questo la fa essere la prima indiziata per divenire il nuovo ministro degli esteri USA, perché quel ruolo sarà ricoperto da un neocons come cambiale dell’appoggio a Biden.

Questo comporterà un cambio netto di strategia in Medioriente e l’obiettivo di ridisegnare i confini, ormai vecchi di 100 anni. Se Siria, Turchia, Arabia Saudita, Libano ed Israele tra gli altri, tra 4 anni avranno diversi confini sulla cartina geografica, non sarà di certo una sorpresa.

Ma la questione più calda è la Russia: sarà rotto il patto di non belligeranza con Putin a favore di una politica aggressiva, in tandem con la UE, verso il paese slavo, che ora è in un momento di transizione in quanto sembra che l’autocrate russo sia pronto a lasciare nel 2021, causa parkinson. La storia insegna che in Russia, le transizioni tra un regime ed un altro sono nette e decise rivoluzioni. Se al posto di Putin dovesse andare l’opposizione reale che non è quella sponsorizzata dall’occidente, cioè Navalny, ma bensì i comunisti di Zuganov e gli ultra nazionalisti di Zirinosky, a quel punto si aprirebbero scenari che possono far pensare allo scoppio di una guerra generalizzata, perché sarebbe conseguenziale l’invasione della Lettonia. Una nazione NATO che, secondo l’art. 5 del Patto Atlantico, gli altri paesi contraenti sono obbligati a difendere.

A quel punto la Francia, UK impegnato nella Brexit, Norvegia, Italia, Grecia o Turchia, ad esempio, correranno in difesa del piccolo paese Baltico? Difficile pensarlo, ma a quel punto toccherà tutto al volere di Biden e dei neocons, se arrivare allo scontro finale o meno con la Russia, con conseguenze veramente imprevedibili per il mondo intero.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook