Chi è in piazza in queste notti sembra urlarci che il mondo l’ha capito. Ma trasformarlo è impossibile

Chi è in piazza in queste notti sembra urlarci che il mondo l’ha capito. Ma trasformarlo è impossibile
(Fonte: Il Messaggero - editing g2r)

Da qualche giorno molte piazze italiane, allo scoccare del coprifuoco o prima, sono teatro di manifestazioni più o meno pacifiche che coinvolgono parti di società civile colpite dalle restrizioni indotte dai provvedimenti volti a contenere il contagio da SARS-CoV-2 e scontri e guerriglia provocati da ali più facinorose, che riguardano soprattutto giovani di varia estrazione politica o sociale.

A molti questi fenomeni hanno ricordato alcuni movimenti di piazza del passato e per qualcuno rappresentano addirittura il campanello d’allarme di una bomba sociale pronta ad esplodere.

L’obiettivo della mia riflessione, da osservatore dei fatti che non appartiene più, quantomeno per le ricerche dell’Istat, alla categoria dei giovani (sigh!) e che in gioventù ha partecipato a proteste e cortei, è mettere a paragone questi moti di rivolta o espressioni di malessere, alle analoghe, per lo meno sul piano visivo, agitazioni del passato, senza alcuna vena moralistica o sdegnata.

Le immagini che i social network e i notiziari televisivi ci propongono sono lo specchio di una generazione che, non certo per responsabilità proprie, si muove nel vuoto ideologico che caratterizza l’epoca in cui vive. Sono i figli di un mondo in cui da almeno due decenni è strutturalmente impossibile pensare a un’alternativa. Constatazione che di anno in anno si fa sempre più evidente. Per capirlo, tra le altre, consiglio la lettura di Realismo Capitalista di Mark Fisher.

È un sentimento che già appartiene alla mia generazione. Nel 2009, poco più che ventenne, scrivevo in un brano che aveva proprio l’ambizione di essere generazionale: “La mia è una generazione che si muove senza meta”. Nelle forme di dissenso a cui stiamo assistendo si percepisce infatti non soltanto l’assenza di un ideale, ma anche la mancanza di una dimensione del futuro.

Negli anni ’70 si assaltavano negozi di generi alimentari e si era disposti, seppur per effetto di una visione distorta di ciò che è bene e ciò è male, addirittura a morire per un ideale. Oggi, da perfetti abitatori della civiltà dell’immagine, il fine è molto più effimero. Non si rompono le vetrine per rivendicare la nazionalizzazione delle industrie o, si potrebbe pensare, per il diritto a una socializzazione negata. Niente di tutto questo. I negozi di vestiti vengono assaltati semplicemente per appropriarsi di ciò che vi è al loro interno. E qui si esaurisce il senso del gesto rivoluzionario.

Ma attenzione. Ciò che all’apparenza potrebbe sembrare il sintomo di una vacuità di pensiero critico e impegno civile, nella sostanza nasconde un disagio ancora più profondo di quello vissuto alla stessa età dai propri genitori che, tutto sommato, erano certi di andare incontro a un futuro migliore di quello vissuto dai loro padri e dalle loro madri. Il drammatico riscontro evocato dagli scontri delle scorse notti è che la generazione Z, come amano definirla i sociologi, non ha un’idea di futuro. No future, avrebbero detto i Sex Pistols.

Prendiamo ad esempio la musica trap. Indipendentemente dai giudizi di merito sulla qualità di questo nuovo genere musicale così apprezzato dai più giovani, esso rappresenta indiscutibilmente una delle più interessanti novità culturali degli ultimi anni, oltre che uno strumento antropologico preziosissimo per capire le nuove generazioni.

La trap fa dell’eccesso e della trasgressione uno dei suoi marchi distintivi, al pari di altri sottogeneri che hanno attratto e coinvolto i più giovani in passato, come l’hippie, il punk, l’hip hop ecc… Questi ultimi però avevano alla base una convinzione, anche nichilistica e distruttiva, che oggi manca del tutto, ovvero il sogno, o la chimera, di abbattere il sistema, di cambiare il mondo. Non sono d’accordo con Donatella De Cesare, se non ho travisato il senso delle sue ultime pubblicazioni, che le recenti rivolte conservino un contenuto che potrei definire eversivo. Niente di tutto questo. Esse, come d’altronde i contenuti fotografici o video che abbondano sui profili social e che mostrano interessi molto in linea con quelli propinati dalle pubblicità, dichiarano la presa d’atto che i divari economici non sono armonizzabili, che la piramide sociale non può essere capovolta, che bisogna tutt’al più cavalcare la tigre, direbbe Evola.

Per Marx il mondo va capito per poi essere trasformato. Chi è in piazza in queste notti sembra dirci, anzi urlarci, che il mondo l’ha capito, ma trasformarlo è impossibile. Tanto vale sfruttare questa consapevolezza e agire di conseguenza. E, amaramente, non riesco a dargli torto.

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