Soldi bloccati e bonifiche lente: l’Italia che fa acqua da tutte le parti

Soldi bloccati e bonifiche lente: l’Italia che fa acqua da tutte le parti
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Negli ultimi due anni ci sono stati almeno dieci eventi di calamità gravi con conseguenze di dissesto idrogeologico, le ultime pochi giorni fa tra le province di Cuneo e Vercelli, in Valle D’Aosta e in Emilia-Romagna. Diversi ponti sono crollati in Piemonte. La città di Limone Piemonte è rimasta totalmente isolata e senza corrente elettrica. Numerosi torrenti sono esondati in provincia di Vercelli. Ogni anno l’Italia è fortemente colpita da copiose piogge che spogliano la struttura macchinosa e inefficiente ente che è posta a tutela e prevenzione del suolo. Questo lo si deve ad una politica che utilizza i fondi per la gestione dei fenomeni franosi in riparazioni post disastro, piuttosto che in prevenzione e riqualifica.

Il sistema di gestione e controlli non funziona. La stessa Corte dei Conti nel 2019 denunciava un sistema macchinoso e poco performante, ribadendo che per l’anno in questione solo il 19% dei fondi stanziati erano realmente stati spesi. I tempi di approvazione sono infiniti, se poi aggiungiamo la difficoltà di affidamento delle gare di appalto, abbiamo una buona base per comprendere il problema del dissesto idrogeologico. In tutta questa fitta rete, il ministro Costa ha esortato i comuni ad accelerare i tempi di progettazione dicendo: “ Spesso i Comuni delle aree interne, dove oltretutto si concentra gran parte delle zone a rischio, non hanno né le competenze né le risorse per accedere a studi esterni”. Già nel 2019 la Corte dei Conti denunciava le scarse capacità tecniche di gestione dei progetti degli enti locali. Tutto questo non dipende dai funzionari dei piccoli comuni, ma dalla complessità di alcuni progetti che richiedono una grande mole di lavoro e progettazione. A supporto di questo problema, il ministro Costa ha messo a disposizione dei piccoli comuni le competenze dei funzionari della Sogesid.

La diga del Vajont: un disastro annunciato

Fonte: Rete8.it

Il 9 Ottobre del 1963, l’Italia ha conosciuto una delle più grandi tragedie mai avvenute. Dal monte Toc, nelle Prealpi bellunesi, si stacca una frana di 260 milioni di metri cubi che piomba nel bacino idrico sottostante facendo alzare un’onda alta più di 50 metri che in pochi minuti spazza via tutti i paesi circostanti. Conosciuto come il disastro della diga del Vajont, è costato la vita a 1917 persone ed è il simbolo dell’Italia che non funziona. Per tre anni, sulla parete del Monte Toc, è stata visibile una crepa a forma di M dalla quale poi si è staccata la grande massa. Durante tutto il periodo di costruzione della diga, si criticava fortemente il luogo di realizzazione e gli studi compiuti pre-realizzazione. Tutto questo ha portato – solo nel 2013 – il ministro all’ambiente Orlando, a chiedere scusa a nome di tutto il governo italiano.

Oltre che la manutenzione e la bonifica, un altro grave problema che accelera ed influisce sul dissesto idrogeologico è la velocità di consumo del suolo. Se nel 1954 avevamo consumato il 2.7% del territorio nazionale, oggi ne abbiamo consumato quasi tre volte tanto.

Il consumo del suolo cresce in maniera smisurata 

Il quadro dettagliato sul consumo di suolo nel nostro paese è disponibile grazie ai dati aggiornati sul monitoraggio del territorio da parte del Sistema Nazionale per la protezione dell’Ambiente. L’Europa e le Nazioni Unite hanno richiamato gli stati alla tutela del suolo, del patrimonio ambientale e del paesaggio, chiedendo di azzerare il consumo netto entro il 2050.  

Come si osserva nella tabella 1, a livello nazionale, la copertura artificiale è passata dal 2,7% degli anni ‘50, al 7,64% del 2018, con un incremento di 5 punti percentuali in soli 70 anni. Negli ultimi due anni, i cambiamenti del suolo, conseguenti a fenomeni naturali, si sono intensificati in aree quali Veneto, Toscana, Roma, in Abruzzo e nelle coste della Romagna. Un rapporto 2018 dell’Istituto superiore per la protezione ambientale, evidenzia come nel solo 2017 erano a rischio dissesto il 91% dei Comuni italiani, mentre solo due anni prima erano l’88%. Nonostante il piano mondiale per la prevenzione del consumo del suolo preveda l’azzeramento dello stesso entro il 2030, i dati ci dicono che nel 2017 e nel 2018 le costruzioni hanno superato di gran lunga la crescita demografica.

Burocrazia e progettazione frenano gli interventi

In una nota d’indagine della Corte dei Conti, in particolare la 1/2015/G, si evidenzia che a marzo 2015 risultavano conclusi solo 317 interventi, per un importo di 200 milioni di euro rispetto ad un finanziamento complessivo di 2,1 miliardi di euro. Concludendo, la delibera che analizzava la situazione di emergenza in correlazione ai fondi stanziati per quest’ultima, terminava così:“ Più in generale e con diversa intensità, il rischio di frane e alluvioni riguarda tutto il territorio nazionale. L’abbandono dei terreni montani, il disboscamento, la forte espansione edilizia soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, la costruzione, spesso abusiva, sui versanti a rischio, la mancata pulizia dei corsi d’acqua, la forte antropizzazione e la cementificazione di lunghi tratti dei fiumi e dei torrenti contribuiscono all’aumento dell’esposizione della popolazione al rischio idrogeologico e ad alluvioni. Ciò conferma che la politica di tutela del territorio continua a destinare ancora la gran parte delle risorse disponibili, che restano comunque scarse, all’emergenza, anziché ad una effettiva opera di prevenzione. Da una disamina dei provvedimenti di protezione civile negli ultimi 5 anni è possibile constatare che quasi 1.500 milioni di euro sono stati stanziati per l’emergenza a fronte di 2.000 milioni di euro destinati nell’ultima programmazione 2010-2011 agli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, peraltro promiscuamente destinati anche a fronteggiare situazioni emergenziali”.

La programmazione 2000-2014 per la bonifica e la salvaguardia delle aree a rischio di disastro idrogeologico, aveva riguardato 1781 interventi su tutto il territorio nazionale. Per questo piano di intervento erano stati stanziati dal governo qualcosa come nove miliardi di euro. Di questi nove miliardi, quasi tre miliardi, seppur già finanziati, non hanno visto l’avvio dei lavori per problemi tecnici o burocratici nella gestione o nella progettazione.

Di seguito una panoramica del rischio Idrogeologico in Italia, che vede le città di Napoli, Torino, Roma, Caserta, Venezia e Genova come le province più a rischio in relazione alla popolazione residente. Come si evince dalla tabella, i fenomeni responsabili del dissesto idrogeologico sono maggiormente frane nel 41,1% dei casi e frane nel 51,7 % dei casi, con un restante 6% abbondante di rischio valanghe.

Fonte: oggiscienza.it

Le città italiane vivono costantemente nella consapevolezza di una necessaria bonifica e riqualificazione dei sistemi di controllo prima ancora delle strutture di protezione. In questi giorni e dopo le elezioni regionali, è partita una gara per la pianificazione dei piani di investimento per il recovery fund. Stefano Feltri, il 24 Settembre scriveva su “Domani”: “Un italiano su quattro riceve acqua da tubi che hanno perdite superiori al 55%, riparate i tubi anziché fare convegni!”. Messaggio questo che ribadisce il grido disperato di una nazione che deve prendere consapevolezza della struttura operativa su cui regge, in modo che prima ancora di bonificare il territorio, si bonifichi la struttura stessa di bonifica.

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