Il delitto di Meredith Kercher: il punto con il giornalista investigativo Sanvitale

Il delitto di Meredith Kercher: il punto con il giornalista investigativo Sanvitale
Fonte immagine: g2r

“Sono stata 3 volte in Italia, la prima avevo 14 anni ero una ragazzina e mi ricordo il gelato italiano in vacanza con i miei genitori. Quando sono ritornata a 20 anni a studiare la lingua a leggere le poesie a bere il vino e a fare i pisolini di pomeriggio che non siamo soliti fare negli Stati Uniti ho incontrato, invece, la tragedia e la sofferenza”.

Esordiva così Amanda Knox lo scorso anno, in un discorso che segnava il suo ritorno in Italia dopo essere stata, quattro anni prima, definitivamente assolta dalla Corte di Cassazione. L’opinione pubblica in Italia è suddivisa in 2 correnti, senza mezzi termini. C’è chi crede alla sua innocenza, e chi la condanna severamente. Il caso del delitto di Via della Pergola, è divenuto negli anni emblema del processo mediatico, dove il vero processo, oltre che consumarsi nei palazzi di giustizia, si consumava nei salotti televisivi e nei titoli dei quotidiani di tutto il mondo. Ancora oggi, per molti, resta un caso irrisolto che lascia molti dubbi, dettati anche dai modi superficiali con cui sono stati condotti i rilievi sulla scena del crimine.

 Abbiamo raggiunto al telefono Fabio Sanvitale, giornalista investigativo, criminologo e scrittore per discutere insieme sui punti poco chiari di questa vicenda di cronaca nera.

 L’assenza di lesioni da difesa sul corpo di Meredith, viene data come prova del fatto che quella notte fossero in 3 in quella camera a tenere Meredith, è d’accordo?

Credo che se Meredith sia stata colpita subito nel modo più grave, cioè al collo, questo spiegherebbe la mancanza di lesioni da difesa allo stesso modo. Oppure possiamo pensare a più aggressori, certamente. Ma di questi altri aggressori dovrebbero esserci tracce nella stanza.

Come mai la pista dei cellulari ritrovati e della telefonata alla vicina di casa sono state poco approfondite o comunque rimaste poco chiare?

Perché non erano, credo, particolarmente significative. Potevano averli gettati i due ragazzi, ma anche Rudy d’altronde. Non aggiungevano tantissimo alla soluzione del caso.

Il caso è stato risolto con la carcerazione di Rudy Guede?

Dobbiamo partire dal fatto che sulla scena del crimine abbiamo le sole tracce di Guede. Non ci sono tracce riferibili a terzi, con l’eccezione del famoso gancetto che però non riporta univocamente a Sollecito. Questo ci fa pensare che Rudy fosse da solo. Ci si è chiesti come mai Meredith possa avergli aperto la porta, visto che non ne avrebbe accettato la corte e che era da sola in casa, ma non possiamo sapere con quale scusa Rudy si sia presentato e quanto possa esser stato convincente. Che Rudy sia entrato non c’è dubbio.

Di fianco al grande processo mediatico alla Knox c’è stato anche un processo vero, reale. Le tracce sul manico del coltello e sulla lama sono state indicate come prove contaminate. Amanda Knox aveva poco di più di 20 anni. Può un profilo criminale reggere pressioni del genere senza crollare, per di più, in un lasso di tempo così ampio?

In linea generale, certamente che può. Non tutti siamo uguali e alcuni di noi reggono meglio le pressioni di altri. In realtà Amanda non ha retto comunque al 100%, visto che ha accusato Lumumba per togliersi dai guai. Ma neanche questo non vuol dire automaticamente che sia colpevole, perché molte volte ho visto ragazzi ventenni che, per sottrarsi alle pressioni, hanno dato alibi e spiegazioni false, pensando stupidamente che gli investigatori se le sarebbero bevute. Il che puntualmente non avviene. 

 Parliamo del tentativo di simulare furti all’interno dell’abitazione. E’ un modus tipico di un omicida vicino alla vittima?

No, assolutamente. Diciamo che c’è chi attua uno staging (cioè un’alterazione intenzionale della scena del crimine) e chi no. In questo caso è stato attuato e piuttosto malamente direi.

E’ plausibile, stando alla ricostruzione, che Rudy Guede abbia già trovato Meredith in fin di vita?

No, perché il suo dna risulta dal tampone vaginale eseguito su Meredith. Questo solo dato ci racconta di un’interazione sessuale tra la vittima e Rudy, che non può essere arrivato dopo. A meno che non vogliamo credere all’ipotesi surreale per la quale l’assassino sia entrato mentre lui era in bagno.

 Il colpevole non può assolutamente essere al di fuori dei tre ragazzi secondo lei?

Non possiamo avere dubbi sulla colpevolezza di Rudy ma possiamo chiederci se abbia agito da solo o magari in concorso con altra persona allo stato non individuata, una persona che non sia né Amanda né Raffaele. Infatti esiste anche questa ipotesi, cioè che Rudy si sia presentato con un amico. Ovviamente è solo un’ipotesi, perché di quest’altra persona non ci sono tracce sulla scena del crimine.

 In che rapporto sono oggi processo tradizionale e processo mediatico, può il primo dipendere ed essere influenzato dal secondo?

Io credo che il secondo alcune volte faccia una enorme pressione sul primo, ma non tutte le corti sono influenzabili. Alle volte le sentenze già emesse dall’opinione pubblica (penso al processo “Bestie di Satana”, argomento del mio prossimo libro con Armando Palmegiani) vanno a sfondare porte aperte, cioè vanno in un solco che è facile da seguire anche per le corti giudicanti, poiché tutto il Paese è impregnato dello stesso pregiudizio. Altre volte no, e la sentenza d’Appello del caso Kercher lo ha dimostrato. 

Vuole aggiungere altro su questo caso?

Credo che a Perugia abbia contato molto l’impreparazione della Squadra Mobile. Sono stati commessi errori seri nella repertazione, che hanno compromesso l’indagine e instradato il PM su una via che poi i processi hanno bocciato. Amanda ci ha messo sicuramente del suo, ma non c’erano prove granitiche per definirli colpevoli. D’altronde anche la prova genetica va costruita con attenzione in tutte le sue fasi, come anche la sentenza d’Appello sul caso Gambirasio ci ha insegnato.

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