Sex work. Quando appropriarsi delle parole significa riappropriarsi di sé

Sex work. Quando appropriarsi delle parole significa riappropriarsi di sé
Fonte immagine: Freepik. Editing: g2r

Alcuni temi sembrano essere legittimi soltanto quando, circondati da un’aura di sacralità, si collocano ai margini del discorso. Il sesso, e in particolar modo la sessualità femminile, si inserisce in questa sorta di opacità, in un universo parallelo che si scandalizza se “l’altra metà del cielo” sceglie finalmente di superare le snervanti scissioni dell’io e si appropria del suo corpo.

Il problema risiede nel fatto che della condizione femminile, ancora nel 2020, continuano a dibatterne gli uomini secondo quella strana prassi che va sotto il nome di mansplaining.

Soltanto qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di ascoltare Raffaele Morelli definire in un’intervista «la radice del femminile» e poi, incalzato dalle domande di una nota conduttrice radiofonica probabilmente stanca di sentirsi dire cosa vuol dire essere donna da chi donna non lo è mai stato, abbiamo assistito all’incapacità di mettersi in discussione, culminata con un elegante «stai zitta e ascolta» rivolto alla sua interlocutrice.

Dopo poco, in occasione della serata finale del Premio Strega, siamo diventati testimoni di un dialogo kafkiano nel quale il conduttore ha congedato l’unica donna in gara, Valeria Parrella, non prima di aver elogiato i personaggi descritti nel suo romanzo, comunicandole che di lì a breve avrebbe discusso dei cambiamenti apportati dal movimento #metoo con l’ospite successivo, Corrado Augias, un uomo.

È accaduto nel tempo che anche le donne tentassero di farsi portavoce di un’intera categoria, una pratica ben visibile se si analizzano le voci polifoniche del femminismo.

Negli anni Sessanta e Settanta le femministe della seconda ondata hanno manifestato la necessità della ri-appropriazione del corpo da parte delle donne, l’importanza di definirsi nella propria specificità in contrapposizione all’uomo, sostenendo l’autodeterminazione ma individuando al contempo nello scambio sessuo-economico un fenomeno che sottolinea la subalternità della donna e la mercificazione del corpo.

Ecco, potrebbe sembrare che questi argomenti si leghino poco all’oggetto della discussione, ma il termine sex work nasce dal desiderio, da parte delle lavoratrici sessuali, di prendere la parola e di assumere un ruolo in campo politico a dispetto del fronte abolizionista che non cessava di pensarle come vittime di un sistema patriarcale e non come soggetti agenti.

Nel 1982 in Italia, a Pordenone, è nato il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato da Carla Corso e Pia Covre con l’obiettivo di «modificare la legge Merlin, aprire un grande dibattito sulla prostituzione, cambiare l’immagine stereotipata delle donne prostitute». In sostanza ri-semantizzando la prostituzione le sex workers iniziano ad essere protagoniste di un dibattito che le riguarda, smettendo di accettare che qualcuno possa spiegare come ci si sente – o come ci si dovrebbe sentire – senza indossare le loro scarpe.

Sex work e Covid-19: l’invisibilità dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso

Durante il lockdown due elementi sono emersi nell’ambito del discorso sul sex work: l’assenza di sussidi da parte dello Stato e l’inasprimento dei contrasti tra sex worker e abolizioniste.

Il Manifesto, a seguito di un articolo nel quale si mettevano in luce le difficoltà economiche a causa della pandemia attraverso le voci di alcune lavoratrici sessuali, ha lasciato spazio a uno scambio tra le femministe abolizioniste e il collettivo Ombre Rosse.

Secondo le prime la prostituzione non può essere rivendicata come un lavoro poiché è indice di un rapporto di potere che permette a chi ne ha la facoltà di acquistare, letteralmente, l’accesso al corpo delle donne; si ritiene quindi fuorviante parlare di libera scelta e cancellare il rischio, i traumi, la violenza insisti nella prostituzione. Il collettivo, che si fa portavoce della necessità di de-stigmatizzare e de-criminalizzare il lavoro sessuale, fa notare invece che il sex work non è certo l’unica occupazione che prevede l’utilizzo del corpo e non è solo in questo ambito che si pone il rischio dello sfruttamento e dell’oggettivazione. Necessarie sarebbero delle politiche del lavoro efficaci, tese a ridurre l’esposizione alla violenza e garanti di tutela verso la criminalità.

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Da parte dello Stato, nonostante le richieste di sussidio, nessuna mano tesa. Ad aiutare i/le sex worker – spesso migranti e privi/e di una rete di sostegno – ci hanno pensato le unità di strada, le organizzazioni antitratta e i collettivi attraverso delle raccolte fondi.

Il sindacato Ammar (Asociación Mujeres Meretrices de la Argentina en Acción por Nuestros Derechos), in Argentina, ha organizzato una colletta nazionale, mentre l’ICRSE (International Committee for the Rights of Sex workers in Europe) ha lanciato un appello ai governi nazionali affinché venissero estese le misure di sostegno economico a chiunque fosse in difficoltà.

In Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ha lanciato una petizione proponendo l’istituzione di misure di sostegno economico ai lavoratori sommersi del sex work, la regolarizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali migranti, misure per fronteggiare l’emergenza abitativa delle e dei sex worker (e più generalmente le categorie senza fissa dimora), la sospensione delle sanzioni per il contenimento degli spostamenti ai soggetti che possono dimostrare di non poter ottemperare alle normative per cause forza maggiore, la liberazione per le persone recluse nei CPR.

A quanto pare il sex work per lo Stato non è considerato un lavoro, ma contraddittoriamente si dota di una legge che non lo criminalizza relegando i lavoratori e le lavoratrici in un limbo nel quale non si vive di fatto nell’illegalità, ma bisogna gestire lo stigma che si produce a partire da una condizione ritenuta contestabile dal punto di vista morale.

Il modello italiano. Cosa prevede la Legge Merlin

La legge Merlin è entrata in vigore nel 1958, dieci anni dopo la prima proposta da parte della senatrice socialista Lina Merlin, superando il modello regolamentista vigente in Italia sino a quel momento in materia di prostituzione. Nonostante l’iter legislativo sia stato lungo e controverso in quanto molti parlamentari ritenevano che lo Stato non avesse facoltà di adottare misure così ingerenti limitando la libertà personale delle donne, la legge è stata approvata poiché si riteneva che la prostituzione per natura rimandasse allo sfruttamento, motivo per cui il governo ha scelto di eliminare le case chiuse.

Di fatto la prostituzione intesa come scambio sessuo-economico è legale in Italia, ma la legge Merlin introduce una serie di reati connessi a questo fenomeno – favoreggiamento, sfruttamento, induzione, reclutamento e inizialmente adescamento, poi depenalizzato nel 1981 – che necessiterebbero di qualche specifica. Accompagnare un/una sex worker al lavoro o condividere un appartamento, ad esempio, potrebbe configurare i reati di sfruttamento e favoreggiamento, rendendo allo stesso tempo i lavoratori e le lavoratrici sessuali più vulnerabili e contribuendo ad acuire lo stigma che li/le circonda.

Lo Stato, non intervenendo, lascia alle amministrazioni locali ampia discrezionalità dando la possibilità ai comuni di emanare circolari che vietino la prostituzione al fine di tutelare il «decoro urbano». Non da ultimo la legge Merlin rivela i suoi limiti in quanto, prendendo in considerazione soltanto la prostituzione in strada e in appartamento, esclude le forme di lavoro sessuale che si svolgono su internet, come le webcam e le videochat.

Fonte immagine: NotEnoughGood.com

Nel corso di questi 62 anni di proposte per modificare la Merlin se ne sono succedute molte, ma non sono mai state approvate. L’ultima in ordine di tempo è la proposta di legge Ruggieri, senatore di Forza Italia. Il testo prevedeva il riconoscimento del lavoro sessuale attraverso la tassazione, l’iscrizione a un registro comunale, il controllo sanitario mensile a cui sarebbe seguito un certificato di idoneità al lavoro e la possibilità per i sindaci di vietare in alcune zone la prostituzione su strada. A questo proposito sarebbe utile tornare a parlare di zoning, ossia la facoltà di limitare la prostituzione ad alcune aree a traffico limitato prevedendo la presenza di operatori di strada e della polizia.

A differenza della legge Rufa, proposta nel 2019, la legge Ruggieri non menzionava la riapertura delle case chiuse e, di conseguenza, non si proponeva di estirpare la prostituzione su strada in un’ottica di offuscamento del fenomeno, ma anche qui i servizi di scambio sessuale online risultano essere i grandi assenti.

Un confronto tra i modelli legislativi in materia di prostituzione

Alcune attiviste attraverso i loro profili social si propongono di fare informazione in materia di sex work, tentando di raccontare questo mondo tenendo conto delle sfumature e della complessità che lo caratterizzano. Giulia Zollino è un’antropologa, attivista, educatrice sessuale, operatrice di strada e attraverso la sua pagina Instagram è possibile conoscere le storie di vita di alcuni lavoratori e lavoratrici sessuali ma anche apprendere informazioni utili dal punto di vista sociale e legislativo.

I modelli legislativi previsti in materia di prostituzione, oltre a quello abolizionista vigente in Italia, sono quattro.

Il modello proibizionista, adottato nella maggior parte dei paesi dell’Est, mira a smantellare la prostituzione rendendo illegale lo scambio sessuo-economico tra lavoratori/lavoratrici e clienti. Una variante del proibizionismo, il cosiddetto modello svedese adottato anche da altri paesi nordici come la Norvegia e l’Islanda, prevede invece la criminalizzazione dei clienti in una visione che considera i/le sex worker vittime del mercato della prostituzione.

In alcuni paesi, come la Germania e l’Olanda, è stato adottato il modello regolamentista secondo cui la prostituzione è da considerarsi legale e lo Stato interviene per disciplinarla attraverso il sistema della tassazione, l’istituzione di controlli sanitari e l’individuazione di luoghi in cui svolgere le prestazioni sessuali.

L’ultimo modello, quello della decriminalizzazione, adottato sino ad ora soltanto dalla Nuova Zelanda e dal New South Wales in Australia, oltre a non criminalizzare la prostituzione coinvolge i/le sex worker nella gestione di politiche del lavoro. La prostituzione può avvenire in strada ma anche in appartamenti e all’interno dei bordelli, i quali sono gestiti da operatori e operatrici previa richiesta di un permesso. Questo viene accordato da un tribunale regionale a cui è necessario inoltrare la richiesta inviando informazioni standard e può essere negato nel caso in cui il richiedente abbia precedenti penali. I fautori del modello della criminalizzazione dialogano con le cooperative di sex worker ritenendo che i lavoratori e le lavoratrici sessuali possiedano gli stessi diritti degli altri, ponendo inoltre l’attenzione sul safer sex, il sesso sicuro. Il modello della decriminalizzazione è appoggiato da Amnesty International, dall’Onu e dall’Oms.

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