La legge del più intelligente. Come e se utilizzare mascherine e guanti

La legge del più intelligente. Come e se utilizzare mascherine e guanti
Fonte immagine: Freepik; editing: g2r

Mascherine e guanti ci danno sicuramente, di questi tempi, un senso profondo di protezione; nell’immaginario collettivo ci fanno sentire meno fragili e pronti a fronteggiare il nemico.

Ma iniziamo la disamina dall’impiego sanitario di tali dispositivi.

Secondo l’OMS, ogni paziente-utente, che si rivolge ad un ambito sanitario, anche in tempi non sospetti come questi, deve essere considerato, come un probabile o potenziale untore: l’impiego di mascherina e guanti, fino ad arrivare alla situazione in cui va garantita la massima asetticità o il controllo massimo del contagio, con cuffie, occhiali, camici e copri-scarpe, deve da sempre essere considerata la regola e non l’eccezione. Fiumi di letteratura ed estenuanti e minuziose procedure contenute nei DVR (Documento Valutazione Rischi), redatti dai Datori di lavoro e dagli uffici preposti al Controllo e alla Sicurezza sul lavoro, non fanno altro che rimarcare l’impiego di Dispositivi di Protezione Individuale.

Prima incongruenza: da questa indicazione scaturisce la considerazione che la mascherina chirurgica proteggerebbe esclusivamente l’operatore e invece no, le mascherine chirurgiche sono nate per proteggere il paziente. Ma sull’argomento ci torneremo più avanti.

Seconda incongruenza: stando alle direttive dell’OMS, dovevano essere presenti, presso ospedali e presidi territoriali, un’ingente quantità di guanti e mascherine, per la routinaria attività sanitaria. Quindi avremmo dovuto avere scorte a sufficienza presso i magazzini e le farmacie, unitamente ad una produzione costante dei dispositivi, a livello nazionale.

Il contenimento di tutte le infezioni ospedaliere e non sono state oggetto di innumerevoli disposizioni, ordinanze e decreti; in assenza però di puntuali e programmati controlli, l’impiego di detti dispositivi è stato affidato al buon senso individuale degli operatori e al più o meno oculato approvvigionamento delle Capo Sala, vittime anch’esse inconsapevoli del sistema del “piano di rientro”.

L’importante è che l’OMS avesse allertato Stati e Paesi che ogni paziente è potenzialmente infetto, scaricando su governanti e datori di lavoro, le conseguenze e le responsabilità. E quale è stata la risposta dell’OMS, sull’impiego delle mascherine in tempo di Covid 19, alla prima interpellanza?

In forma del tutto inaspettata e paradossale, l’OMS ha ritenuto superfluo l’uso delle mascherine, in quanto non necessarie ad evitare il contagio in assenza di Covid 19. E così si apre un altro scenario.

Altra criticità rilevante è il numero necessario di mascherine.

Considerando che l’Italia presenta circa 60 milioni di abitanti – al di là dell’impiego in sanità dove il dispositivo andrebbe sostituito ogni qual volta ci avviciniamo ad un nuovo paziente – la nazione stessa è in grado di produrre o importare 100 milioni di mascherine al giorno? E come riusciremo a sopravvivere nella fase due, visto che ne viene sottilmente raccomandato l’impiego?

Altro estenuante contraddittorio: chi protegge la mascherina?

Partendo dall’assunto dei primi virologi che hanno cominciato a sentenziare riguardo il fatto che le mascherine chirurgiche nascono per proteggere solo il paziente e non l’operatore e al paziente viene richiesto di effettuare un’igiene respiratoria – solo in caso di comprovata affezione delle vie aeree – nessun individuo di buon senso e aderente alle regole degli scienziati avrebbe dovuto indossare le mascherine.

Ed invece, grazie allo spirito critico e disobbediente di questa nazione, ognuno nel proprio piccolo, in barba a quanto disputato nei salotti dei colti e dei governanti, faceva incetta di mascherine.

Oggi nonostante, la mancanza di chiarezza sul problema, mi sentirei di asserire che la mascherina protegge entrambi, se utilizzata con reciprocità.

Altra irrimediabile idiozia è legata alla perentorietà di ottenere il marchio CEI sulla mascherina. Questo principio legato al burocratese e all’assenza di duttilità e intelligenza sta drammaticamente ritardando il processo di produzione. E fa il paio con il giocattolo ingerito dal bambino, che essendo contrassegnato dal marchio CEI seda coscienze e responsabilità.

Ma la norma non deve limitare il diritto alla salute e alla sopravvivenza delle persone. Mi piace citare a questo proposito Fabbri, che denuncia l’orrendo pragmatismo degli americani che vietano al condannato a morte l’ultima sigaretta, perché “nuoce alla salute”. Ci stiamo avviando allo stesso ridicolo paradigma senza prendere sul serio la sostanza intrinseca delle azioni e delle cose.

Diciamolo a viva voce: in ambito non sanitario è sufficiente una mascherina, idrorepellente all’esterno, senza marchi CEI, anche in considerazione del fatto che il virus è di dimensioni relativamente alte e non penetra se la barriera presenta una trama fitta.

E ancora, qualcuno sa come funzionano le mascherine FP2, FP3 e omologhe con valvola?

Proteggono solo chi le indossa, catapultando il prodotto espirato, in modalità laminare e ben direzionata sulla persona che abbiamo di fronte. Quelle chirurgiche, sebbene meno protettive, hanno la facoltà di trasformare il flusso da laminare in turbolento, disperdendo la carica batterica.

Quindi accertatevi che il vostro ospite abbia avuto il buon senso di indossare, sopra la maschera con valvola, anche una comune chirurgica.

E da qui si scatena la lotta all’untore, come siamo stati abituati in questi ultimi giorni quando si sono verificati veri e propri assalti condominiali nei confronti di medici e paramedici. Ma arriviamo ora al punto saliente: l’impiego transitorio o alternato della mascherina a seconda o meno della presenza di un individuo al nostro cospetto.

Ogni qual volta si toglie la mascherina bisogna avere l’accortezza di toccare solo gli elastici e di riporla in un doppio sacchetto, prima di smaltirla nei rifiuti speciali.

Invece, è uso comune poggiarla sul tavolo di lavoro, dalla parte esterna, quindi dalla parte presumibilmente contaminata; sullo stesso tavolo dove poggiamo oggetti o carte che verranno necessariamente condivise o toccate da altri, che entreranno nella nostra stanza.

E quando questo succede ci affrettiamo a rinforcare la nostra bella mascherina, rimaneggiandola e rimodellandola adeguatamente sul proprio viso. Menomale che la maggior parte delle persone è sana.

E affrontiamo inoltre il ridicolo impiego dei guanti in lattice, soprattutto nei supermercati. La buona prassi invita ad igienizzare le mani, indossare guanti e mascherina, le nostre mani frugano su tutti i prodotti (tanto abbiamo i guanti), ma siamo sicuri che nessun prodotto sia inavvertitamente venuto a contatto con i guanti di qualcuno a cui squillando il cellulare, lo ha cercato, disperatamente, in borsa, e ha parzialmente rimosso la mascherina per rispondere?

Ma poi, il bello si concretizza in cassa o tutte le volte che c’è scambio di denaro anche con i nostri Driver. Con le nostre mani, seppur fino a quel momento non contaminate entriamo in contatto, nostro malgrado, sempre con i guanti di coloro che maneggiano soldi e carte tutto il giorno, senza sostituire gli stessi ad ogni passaggio. Quindi con i nostri guanti contaminati eseguiamo le ultime operazioni di trasporto delle buste e degli accessori di nostra proprietà e poi, convinti di essere sterili, torniamo alle nostre dimore.

Più logico sarebbe evitare l’uso del cellulare nei supermercati, sterilizzare le mani prima e dopo l’accesso in cassa, riducendo così il costo dei guanti e due inevitabili passaggi contagiosi, soprattutto sui nostri accessori personali.

Fortunatamente gli studi sperimentali fatti con la capsula di Petri, che annoverano la persistenza del virus sulle superfici fino a 72 ore sono, come dice il termine, realizzati sperimentalmente e funzionano come mere esercitazioni. La realtà si comporta differentemente. Se così non fosse saremmo tutti morti.

Altro è ragionare in territori con maggiore incidenza del virus e con condizioni atmosferiche dove il virus può persistere e replicare, dove tali accortezze e forse più vanno doverosamente considerate.

Alla luce di tutto ciò, possiamo enucleare alcuni pratici e semplici consigli:

  • l’impiego di mascherine chirurgiche fra 2 interlocutori più vicini di 1,5 metri riduce il contagio del 98,5%.
  • Relegare l’uso della FP2 e FP3 ai soli ambiti sanitari e con l’impiego perentorio della doppia mascherina.
  • Utilizzo del doppio guanto, scafandri, mascherine e occhiali solo in caso di contatto con liquidi biologici o in casi accertati di affezioni respiratorie di qualsiasi ordine e grado (acineto bacter, legionella, TBC).
  • Praticare l’esercizio del lavaggio o disinfezione mani ogni 15 minuti, se si viene in contatto con superfici sospette in ambito sanitario o sociale.

E vorrei concludere con un’immagine molto evocativa del nostro capo di Stato che in occasione dei festeggiamenti per il 25 aprile toglie la mascherina uscito dall’auto con scorta, la ripone nel taschino sinistro dell’abito e, dopo la conclusione della cerimonia, la estrae dalla tasca e la riposiziona sul volto. È stato un errore mediatico o una disattenzione dei suoi cerimonieri o meglio un messaggio subliminale fortemente positivo, con l’invito di affidarci anche un po’ al caso.

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