Perché è fuori luogo paragonare Stati Uniti e Italia se si parla di razzismo

Perché è fuori luogo paragonare Stati Uniti e Italia se si parla di razzismo
Editing: g2r

Sull’onda della vergognosa esecuzione di George Floyd, rimbalzata in tutto il mondo grazie ai social, ho sentito qualcuno dire che la stessa urgenza con cui si condanna il razzismo negli Stati Uniti sarebbe gradita anche in Italia, come se esporsi per un evento accaduto a migliaia di chilometri di distanza sia tutto sommato più semplice che prendere posizione su vicende che ci toccano da vicino.

Ritengo che, soprattutto negli ultimi anni, in Italia alcune correnti politiche abbiano spinto molto sull’acceleratore dell’intolleranza, sdoganando nel popolo un sentimento razzista sopito o nascosto.

Credo però che la situazione americana sia assolutamente imparagonabile a quella italiana, innanzitutto per le dinamiche con cui è avvenuta la morte di George Floyd, difficilmente immaginabili nel nostro Paese.

Radici storiche del razzismo americano

La solidarietà con quanto è avvenuto è sacrosanta, ma estendere il problema a tutto il mondo, trovare a tutti i costi delle analogie con l’Europa, serve soltanto ad assolvere i responsabili di questo crimine. Mal comune, mezzo gaudio si dice, non per altro. Il razzismo rappresenta il cancro della società americana e affonda le sue radici già nella scoperta di Colombo e nell’arrivo dei primi Padri Pellegrini.

Negli Stati Uniti la popolazione afroamericana è costituita dai discendenti di uomini e donne deportati per lavorare come schiavi nei campi di cotone. Questo aspetto rappresenta un unicum non soltanto nel panorama delle altre minoranze presenti in America, in un modo o nell’altro tutte figlie di fenomeni migratori, ma anche per ciò che riguarda la composizione etnica dei Paesi europei, ad eccezione forse della sola Francia, dove la componente di individui provenienti dalle colonie, nativi o di seconda e terza generazione, è rilevante e dove guarda caso sono ravvisabili analoghi problemi di discriminazione e marginalità.

Gli Stati Uniti d’America sono la Nazione dove fino alle battaglie di Martin Luther King e Malcolm X è stata giuridicamente normata la segregazione razziale, dove i neri non potevano sedersi negli stessi posti dei bianchi sui mezzi pubblici e dove tuttora la popolazione è censita su base etnica e razziale.

La campagna virale Blackout Tuesday

Perché non ritornare all’educazione quindi? Perché non ricordare a chi, colpevolmente o meno, non sa che le ragioni di ciò che sta accadendo oggi sono spesso una conseguenza più o meno diretta di ciò che è successo in passato? Perché non spiegare che, anche se ormai viviamo in un mondo globale, ogni realtà presenta ancora le sue peculiarità?

Piuttosto che l’invasione delle foto nere sugli smartphone, avrei gradito che fossero riproposte le scene di Radici o La lunga strada verso casa, cultura vera con cui le vecchie generazioni familiarizzavano fin da piccoli, davanti alla tv o a casa, e che contribuiva a costituire la coscienza del bambino che sarebbe diventato adulto. Ma purtroppo questa è l’epoca della condivisione virtuale. E il prezzo che paghiamo è che anche la coscienza diventa tale.

Di una cosa sono convinto. La scena di Miriam Thompson che abbandona la schiera di razzisti fra cui è presente anche il marito e si unisce ai neri che cantano inni al Signore, tenendo per mano la domestica Odessa, ce la terremo nella mente e nel cuore per sempre. Di questo hashtag, invece, ce ne saremo già dimenticati la prossima settimana.

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