Home working. La grande sfida nel post pandemia

Home working. La grande sfida nel post pandemia
Fonte immagine: g2r

L’epidemia del Covid 19 ha indotto molte aziende a sperimentare forzatamente la formula del lavoro agile, un modello di cui si è sempre parlato molto, ma che ha spesso incontrato renitenze e ritrosie, probabilmente per la tendenza che i datori di lavoro hanno di controllare da vicino l’attività dei propri dipendenti, soprattutto in Italia.

Home working. I benefici del lavoro da casa

Nel 2020 d.C. grazie alla tecnologia di cui disponiamo moltissimi lavori, per lo meno quelli di carattere impiegatizio, potrebbero essere svolti tranquillamente da casa.

Sono convinto da ben prima dell’emergenza sanitaria che l’introduzione dell’home working su larga scala porterebbe a una serie di benefici a cascata. Come avviene con uno strike in una partita di bowling, in un colpo solo potrebbero essere risolti o quanto meno mitigati una lunga serie di problemi che attanagliano l’uomo contemporaneo.

Il più immediato è ovviamente la riduzione dei contagi da Coronavirus e la prevenzione di nuove epidemie che secondo la comunità scientifica si ripresenteranno con alta probabilità anche in futuro. L’imposizione del lavoro da remoto è stato infatti uno dei primi provvedimenti presi per affrontare la crisi medica.

Sembra che ce lo siamo dimenticati, ma prima dei casi di Wuhan e Codogno, il 2020 doveva essere l’anno della svolta ecologica. Pensiamo per un attimo all’impatto positivo sull’inquinamento atmosferico che potrebbe avere la drastica riduzione degli spostamenti casa-lavoro, per lo più effettuati con mezzi privati. Non c’è nemmeno bisogno di immaginarlo. Abbiamo visto tutti i grafici che rappresentavano il crollo delle polveri sottili durante i mesi di lockdown.

Ma decongestionare le grandi aree urbane produrrebbe altre conseguenze favorevoli indirette. L’Italia assiste ormai da tempo a un triste processo di spopolamento di borghi e aree rurali che non coinvolge soltanto il Mezzogiorno.

Ipotizziamo di doverci recare al lavoro per una riunione soltanto un giorno alla settimana. Quanti di noi continuerebbero a vivere a Milano e nell’hinterland o piuttosto non si trasferirebbero in un bel paesino sul lago o abbarbicato sui monti da cui può raggiungere la città in poco più di un’ora? Una migrazione di questo tipo, verosimilmente composta per lo più da giovani che utilizzano mezzi informatici come primario strumento di lavoro, innescherebbe anche un auspicabile processo di gentrificazione all’interno di comunità oggi lontane dal fermento culturale della città.

Aggiungiamoci la riduzione del costo della vita e un maggior equilibrio psico-fisico che una scelta di questo tipo inevitabilmente indurrebbe.

È lecito sperare?

Quella dell’home working, insomma, è un’occasione imperdibile. Ma saremo capaci di coglierla? Non per fare il disfattista o il solito anti-italiano, ma francamente credo proprio di no.

Il nostro è un Paese culturalmente troppo arretrato per affrontare una sfida del genere, senza contare che si tratterebbe di ripensare completamente il modello abitativo della nazione. E se non siamo riusciti a farlo dopo che terremoti e calamità varie hanno devastato il nostro patrimonio artistico, dubito che ce la faremo stavolta.

A parole i sindaci influencer di alcune città parlano di rivoluzione green. Nella pratica ciò non potrebbe mai avvenire perché sarebbe la morte delle loro stesse città e dei modelli su cui le hanno pensate. Se è vero, infatti, che basterebbe tenere fuori dalle metropoli i pendolari per rendere l’aria più pulita, e per altro per far sì che quelle stesse metropoli siano luoghi più belli, vivibili e visitabili, un po’ come Milano ad agosto, d’altra parte il danno economico potrebbe essere non trascurabile. L’esempio di Milano è calzante. In una città che, per diretta iniziativa del suo sindaco, è quasi del tutto incentrata su eventi, ristorazione e divertissement in genere, bar e ristoranti hanno riaperto, ma sono tristemente vuoti dato che le persone non stanno andando in ufficio. Da qui anche l’imbarazzo che provo nell’assistere ad alcuni video da sceriffo in cui viene stigmatizzata la movida, praticamente l’unica forma di svago consentita a un giovane fuori porta costretto a convivere in un bilocale con altri coetanei.

Spero di sbagliarmi.

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