Silvia Romano. Perché adottare uno stile comunicativo così sfrontato?

Silvia Romano. Perché adottare uno stile comunicativo così sfrontato?
Fonte immagine: g2r

Non è da escludere che Silvia Romano avrà bisogno di essere affiancata da una scorta. Partiamo da un postulato veloce: per chi ha anche solo lontanamente sperato nella mera illusione che questa pandemia ci avrebbe reso più solidali ed empatici è stato tempo buttato, sprecato senza senno. Il solo atto di ipotizzare che una pandemia avrebbe fatto di noi le tanto anelate “persone migliori” la dice lunga sul nostro essere bieco.

Pezzi di vita, spazi di tempo fatti di vuoto – che è diverso dal niente – in cui tutto rimane sospeso: il respiro, il giudizio, le considerazioni, insomma la piena capacità di esistere. 18 mesi è stato il tempo della sospensione per la famiglia di Silvia Romano. Il tempo del rapimento, il tempo dell’incoscienza e dei tormenti. La sospensione dei criteri di giudizio non coincide con la sospensione dell’attesa e questa è terminata soltanto nel momento in cui Silvia era di nuovo tra le braccia della sua famiglia.

L’attesa è tale perché chi la vive non smette di aspettarsi qualcosa, ecco, la realtà spesso confligge con l’aspettativa. Alla fine della sospensione, l’esplosione totale. Per i familiari di Silvia e per lei stessa la sospensione della gioia è esplosa in un abbraccio, in un ritrovarsi atteso da un anno e mezzo, per l’opinione pubblica è esplosa la necessità di dover urlare da una parte l’ignorante dissenso dall’altra l’ipocrita cieca approvazione.

Nella storia che va dal sequestro alla liberazione, al ritorno in Italia, confliggono due dimensioni, quella intima, privata, e quella pubblica. Di fronte a questa parentesi di vita dobbiamo essere in grado di calibrare le due dimensioni e comprendere dove sia il termine di una e dove l’inizio dell’altra.

Se ci rivolgiamo alla dimensione personale della vicenda, l’unico atteggiamento ammissibile è quello dell’epochè, la sospensione assoluta del giudizio: smarchiamoci dal preconcetto che le vittime si lecchino le ferite, che si mostrino vulnerabili e indifese, che piangano ed esplicitino il loro dolore. Il dolore è radicale e pungente, è infimo e tenace. Gestirlo non è affatto semplice, si palesa nel modo in cui riusciamo a sopravvivergli.

«Comprendo tutto di SilviaAl suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo». Così ne parla la docente di antropologia dell’immigrazione Maryan Ismail, nata in Somalia e residente in Italia da 35 anni.

Il caso Silvia Romano. Facciamoci le giuste domande

La conversione ha reso Silvia Aisha, non la popolazione italiana un agglomerato indistinto e unanime – anche più forte delle distinzioni ideologiche e le fedi di bandiera – che di concerto la accusa e la condanna. Condannarla per cosa? Linciarla per essere sopravvissuta all’inferno e alla paura?

È dell’altra dimensione, quella pubblica, che dovremmo occuparci con più attenzione. È di questa parte che stiamo perdendo dei pezzi, disorientati e alla mercé delle pulsioni populiste. Sotto il profilo politico e internazionale Silvia Romano è stata lo strumento per veicolare un messaggio propagandistico, è stata lo slogan vivente del manifesto terrorista, che si mostra come non ci saremmo aspettati: le persone sequestrate non sono soltanto quelle che vengono barbaramente uccise perché non riscattate, sono anche le persone sequestrate e rilasciate convertite all’islam.

Il sequestro di Silvia, al pari di tutti gli altri sequestri, è un ricatto politico oltre che economico, e lo Stato italiano non ne esce bene. I mezzi d’informazione, più o meno consapevolmente, hanno incentivato questo slogan, esasperando la frattura interna all’opinione pubblica. Le domande da porsi non sono perché si è convertita? Potrebbe essere una fondamentalista? Perché è stata riscattata?

La vera domanda è perché si è voluto rendere il rientro di Silvia Romano un caso mediatico a tutti i costi? Era implicito e prevedibile che la pubblica opinione si sarebbe schierata su due posizioni opposte, entrambe tirano a vuoto e non segnano il punto: chi da una parte sputa odio e livore nei confronti di una ragazza che ha già attraversato l’inferno, sostenendo che il governo avrebbe dovuto lasciarla dov’era e non pagare milioni di riscatto, e chi inneggia ad una vittoria mai avvenuta. Silvia è tornata a casa e questa è indubbiamente una vittoria, ma il riscatto servirà a finanziare altra guerra e altri morti.

E allora, ancora, perché si è voluto fare di Silvia Romano un caso mediatico a tutti i costi? Non è il primo ostaggio italiano liberato e convertito all’islam. È successo con Alessandro Sandrini, bresciano, liberato nel maggio 2019 dopo essere stato per tre anni ostaggio di un gruppo legato ad Al Qaeda, in Siria, ed è capitato anche con Luca Tacchetto, sequestrato in Mali per 16 mesi con la fidanzata canadese, entrambi liberati a marzo di quest’anno. Di entrambi i casi non se ne è praticamente parlato, la loro conversione all’islam non ha fatto scalpore. Perché? Perché non era visibile e dunque non strumentalizzabile. Silvia invece scendendo dall’areo indossava il jilbab verde e per questo è stata immediatamente accusata di fare propaganda per Al Shabaab.

Della conversione degli altri connazionali rapiti non siamo stati informati, quella di Silvia invece è saltata agli occhi di tutti: una discesa dall’areo di Stato più sobria e moderata non avrebbe sortito lo stesso effetto, non avrebbe centrato l’obiettivo. Lo stato italiano ha voluto adottare un altro stile comunicativo, molto più sensazionalistico, facendo due errori fondamentali. Il primo, l’agevolazione della propaganda terrorista, il secondo, l’esposizione pericolosa dei servizi segreti: la diretta televisiva infatti ha rischiato di dare pubblicità al codice di registrazione (la targa) del Falcon in uso all’Aise, un dato sensibile attraverso il quale si può risalire senza troppa difficoltà ai suoi spostamenti e comprendere quali siano le operazioni in corso.

La domanda che rimane dunque è perché il governo italiano abbia scelto di adottare e strumentalizzare uno stile comunicativo così sfrontato, anziché adeguarsi alla sobrietà che si addice ad un simile rientro.

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