Carcere. Il nuovo decreto legge in materia di scarcerazioni è l’occasione per accumulare consensi

Carcere. Il nuovo decreto legge in materia di scarcerazioni è l’occasione per accumulare consensi
Fonte immagine: g2r

E’ stato approvato sabato, durante il Consiglio dei Ministri presieduto da Giuseppe Conte, il decreto legge presentato su proposta di Alfonso Bonafede che precisa le condizioni in merito alla scarcerazione di persone detenute per reati legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso, terroristico o connessi al traffico di stupefacenti.

Il decreto, accolto positivamente dalla maggioranza al governo, ha fatto seguito alle polemiche scoppiate dopo la scarcerazione – sarebbe meglio parlare di differimento della pena – di alcuni boss detenuti in regime di 41bis, considerati da gran parte dell’opinione pubblica e dell’opposizione politica immeritevoli di beneficiare della detenzione domiciliare.

Scarcerazioni, cosa prevede il nuovo decreto legge

«Nessuno può pensare di approfittare dell’emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus per uscire dal carcere», è con queste parole che il ministro della Giustizia ha commentato l’approvazione del nuovo dl in materia di scarcerazioni.

Il decreto legge prevede che i Magistrati di Sorveglianza continuino a prendere decisioni in merito alla concessione della detenzione domiciliare o differimento della pena con l’obbligo di richiedere il parere del Procuratore distrettuale antimafia del luogo in cui è stato commesso il reato e, nel caso di condannati al regime di 41bis, del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo.

I provvedimenti devono essere rivalutati ogni 15 giorni con cadenza mensile. Inoltre, affinché gli effetti delle decisioni emanate dal Magistrato di Sorveglianza permangano, si fa necessario monitorare il quadro sanitario per comprendere se le misure disposte continuino ad essere legittimate dall’emergenza Coronavirus e se ci sia la possibilità di trasferire il detenuto all’interno di strutture protette nelle quali ricevere le cure opportune.

Nel caso in cui il Dap individui e comunichi la presenza di strutture penitenziarie o reparti di medicina protetta adeguate ad ospitare il detenuto, la valutazione viene effettuata immediatamente senza rispettare il termine dei 15 giorni precedentemente indicato.

Parla di «sinergia» Alfonso Bonafede, specificando che «saranno chiamati in causa l’autorità sanitaria e il dipartimento amministrazione penitenziaria, affinché diano ai giudici, cui rimane ovviamente l’ultima parola, un quadro sulla disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato, o chi si trova in custodia cautelare, può riprendere la detenzione, chiaramente senza alcun pregiudizio per le sue condizioni di salute».

Le reazioni al decreto legge: vittoria, disfatta o bluff?

«Il decreto del Governo è un segnale importante di contrasto alle mafie. Davanti a falle evidenti verificatesi nel sistema, lo Stato reagisce con fermezza rispettando la Costituzione, l’autonomia della magistratura, il diritto alle cure di ogni detenuto malato grave, senza rischi però per la sicurezza dei cittadini», queste le parole del deputato e responsabile Giustizia del Pd Walter Verini riportate da La Repubblica, a cui si aggiunge la dichiarazione di Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, il quale ha commentato sul proprio profilo Facebook il giorno seguente l’approvazione del decreto «se qualcuno ha avuto dei dubbi sulla volontà del M5S e del Governo Conte di contrastare con la massima determinazione possibile le mafie, bene ieri sera è stato aiutato a capire da che parte sia il M5S».

Dal canto loro, gli esponenti della Lega sono tornati a manifestare il proprio dissenso nei confronti del ministro della Giustizia, affermando quanto segue in una nota: «il danno è fatto: 500 mafiosi, assassini e delinquenti usciti, nonostante le nostre denunce, altrettanti in attesa. Senza contare le rivolte con morti ed evasi. E ogni giorno nuove ombre sul ministero. Nessuna soluzione nel provvedimento: bisogna revocare subito tutti i permessi, gli sconti e le uscite concesse».

Insomma: non sembra possibile discutere di carcere attraverso gli strumenti del pensiero critico. La sola via praticabile a quanto pare è la disumanizzazione del condannato, che urge distaccare in maniera netta e definita dai cittadini irreprensibili come a voler scongiurare qualsiasi contaminazione, il rischio di un altro tipo di contagio.

Di tutt’altra opinione gli avvocati dell’Unione delle Camere penali, secondo cui il decreto legge appena approvato «è volto a sottomettere l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati di Sorveglianza alle esigenze propagandistiche dell’esecutivo ed al controllo delle procure distrettuali antimafia». La nota attraverso la quale i penalisti si sono espressi sottolinea che il dl «oltre ad imporre un insensato obbligo di rivalutazione legato ad improbabili criteri cronologici, prevede il parere degli uffici dell’accusa, ma ignora del tutto il titolare del diritto alla salute a tutela del quale è stato assunto il provvedimento, ed il suo difensore. Tutti hanno voce, fuorché il detenuto e la sua difesa tecnica. Una vergogna».

C’è anche chi mette in dubbio la necessità di un nuovo decreto legge relativo al carcere – ricordiamo che se ne sono succeduti tre dallo scoppio della pandemia – come nel caso di Pasquale Bronzo, docente di diritto penitenziario all’Università Sapienza di Roma, il quale interpellato da Huffington Post dichiara che «tutti i provvedimenti che riguardano la salute dei detenuti vengono adottati tenendo in considerazione la situazione del momento, peraltro sulla base di norme del codice penale. E, chiaramente, sono a termine. Soprattutto per i ristretti al 41bis il magistrato ha quindi la possibilità di rivedere il provvedimento. Anzi, se le condizioni cambiano, deve farlo».

Affermazioni sostenute da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, secondo cui «il decreto legge ha voluto sottolineare con maggior forza qualcosa che era già presente nella disciplina precedente, vale a dire la necessità per il giudice di sorveglianza di valutare ogni quindici giorni i motivi alla base della concessione al detenuto della detenzione domiciliare per motivi di salute, tenendo inoltre in considerazione il parere del procuratore nazionale antimafia o del procuratore distrettuale». Le nuove regole proposte per disciplinare le scarcerazioni rischiano di sollevare il dubbio che si tratti di una mossa strategica tesa a lanciare un messaggio fortemente simbolico: l’esecutivo sta dalla parte dell’antimafia. Il rischio, come scrive Elisabetta Zamparutti, Tesoriera dell’associazione Nessuno tocchi Caino, è di rendere «più gravosi per alcuni magistrati i compiti che già avevano», facendo notare che la novità del decreto è di tipo politico più che normativo, poiché costituisce «un atto intimidatorio nei confronti della magistratura di sorveglianza per quanto riguarda i detenuti condannati e dei giudici ordinari per quanto riguarda quelli in attesa di giudizio».

«Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di far diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo»

Massimo Giletti, durante l’ultima puntata di Non è L’Arena, ha letto una parte della lista di boss mafiosi appena usciti dal carcere. «È l’elenco che ho voluto fare – ha affermato il conduttore rivolgendosi al pubblico – perché forse qualcuno si è dimenticato cos’è la mafia e cosa fa la mafia. Perché quel famoso 41bis venne fortemente voluto da Falcone». Al discorso hanno fatto seguito le immagini della strage di Capaci. Quel 23 maggio 1992 che, secondo Giletti, qualcuno avrebbe dimenticato.

Massimo Giletti, Non è L’Arena

Siamo ormai abituati a una politica che fa della propaganda il proprio stile comunicativo puntando alla reazione emotiva e non rendendo giustizia alla complessità delle cose, ma l’informazione dovrebbe guardare ad altri scopi e sperare di raggiungere altri risultati.

«Nominare in maniera corretta le cose – diceva Albert Camus – è un modo per tentare di far diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo».

E allora ridimensioniamo il lungo elenco di uomini spaventosi e proviamo a fare spazio nella confusione. Alcuni organi di informazione hanno sostenuto nei giorni scorsi la tesi secondo cui 376 detenuti in regime di 41bis sarebbero stati scarcerati. Abbiamo scoperto che i boss condannati al carcere duro ai quali è stato concesso il differimento di pena sono 3, gli altri erano detenuti nel circuito di alta sicurezza. La differenza tra il 41 bis e l’alta sicurezza risiede nel fatto che nel primo caso ci troviamo di fronte ad una modalità di scontare la pena che prevede limitazioni di gran lunga maggiori rispetto alle altre soluzioni detentive; nel secondo caso parliamo di un tipo particolare di condanna alla quale sono destinati coloro che commettono reati riconducibili alla criminalità organizzata e, in ragione dell’ostatività, non avranno la possibilità di ottenere benefici a meno che non scelgano di collaborare con la giustizia.

A proposito di questo, è opportuno ricordare che Giovanni Brusca, il boss che viene ricordato per aver ordinato l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, tra un anno uscirà di galera dopo aver ottenuto dei benefici a seguito della scelta di collaborare con la giustizia. Bene, molti penseranno che la conseguenza di questa decisione sia il ravvedimento – non a caso pentiti è il secondo nome dei collaboratori – ma quando la smetteremo di credere che una condizione interiore possa essere indagata? Tra un anno Giovanni Brusca tornerà nella società civile e, invece di auspicare un ravvedimento del quale mai verremo a conoscenza, dovremmo pretendere per lui come per tutti gli altri che il carcere sia un percorso umanizzante. Sarebbe opportuno smettere di fare riferimento costantemente alla morale come se fosse un’entità trascendente e concentrarsi sugli esseri umani, quelli che stanno sulla terra, perché un carcere inteso come percorso di revisione critica e non come una condanna per la vita rende un buon servizio all’intera comunità.

Tornando per un momento ai numeri e alla necessità di mettere ordine, va detto che tra i detenuti scarcerati 196 erano in attesa di giudizio, quindi presumibilmente innocenti, mentre i condannati trasferiti ai domiciliari perché incompatibili con il regime penitenziario per ragioni di infermità fisica sono stati 155.

Onorare il ricordo di un uomo non implica la condanna perenne di un altro. E soprattutto la memoria non comporta – non deve – la distorsione della realtà, in questo caso meno sensazionalistica di quanto vogliano farci credere.

Citando ancora Camus, «nessuno di noi, in particolare, è autorizzato a disperare di un uomo, chiunque egli sia, se non dopo la morte che ne trasforma la vita in destino, e consente allora il giudizio definitivo, ma pronunciare il giudizio definitivo prima della morte, decretare la resa dei conti quando il creditore è ancora vivo, non spetta a nessun uomo. Su questo limite, per lo meno, chi giudica in maniera assoluta si condanna in maniera assoluta».

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