Lo Zen di Palermo. «Lo spazio ti educa, ti fa diventare qualcosa»

Lo Zen di Palermo. «Lo spazio ti educa, ti fa diventare qualcosa»
Fonte immagine: Laboratorio Zen Insieme. Editing: g2r

Disagio delle periferie: una frase così ricorrente e così incapace di lasciare il segno e di significare ancora qualcosa. Non volevamo raccontare il disagio del quartiere Zen di Palermo, ma la quotidianità viva, quella da poter prendere a pizzichi, delle persone che vivono il quartiere. Lo abbiamo fatto con Mariangela Di Gangi, coordinatrice del Laboratorio Zen Insieme, un laboratorio di stimoli e iniziative di riscatto. Un contenitore di pensieri critici, nel quale l’interazione e l’educazione di ragazzi e bambini costruiscono la base dell’innovazione sociale.

Sono persone normali e quindi complesse quelle del quartiere Zen, quelle della periferia. Persone «che non riescono ad avere aspirazioni e ambizioni particolarmente alte perché nascendo allo Zen sembra un po’ di nascere con il destino tracciato».

Quando nasce il quartiere Zen? Qual è la sua storia?

Lo Zen di Palermo nasce come quartiere di edilizia popolare in due fasi, la prima dà vita allo Zen 1, negli anni ’60, e la seconda allo Zen 2 negli anni ‘70. All’epoca Palermo viveva una fortissima emergenza abitativa e quindi le strutture sono state subito occupate. La differenza tra Zen 1 e Zen 2, dove lavoriamo più specificatamente, è nel fatto che le occupazioni dello Zen 1 sono state negli anni regolarizzate, mentre allo Zen 2, a distanza ormai di 35 anni, non è mai avvenuto e siamo purtroppo ancora ben lontani dalla regolarizzazione. Questo complica ancora di più la “situazione povertà” perché non avere il titolo abitativo della casa in cui si abita accentua maggiormente la povertà che potremmo definire degli strumenti e dei diritti. Questa si va ad aggiungere alla povertà materiale, di cui la criminalità non è altro che la conseguenza.

Zen Insieme è un laboratorio che cerca di combattere e arginare la marginalità, che non è da intendersi solo in termini economici, ma anche culturale. Quali sono le attività di Zen Insieme?

Siamo allo Zen 2 da circa 32 anni, siamo una componente della comunità/quartiere a pieno titolo, entriamo in tutti gli aspetti della comunità. Lo facciamo con il punto di vista di chi vuole contrastare tutte le forme di marginalità e di pregiudizio, perché è innegabile che nei confronti dello Zen 2 vada fatto un lavoro culturale non soltanto all’interno del quartiere, ma in tutto il Paese, in maniera tale che la gente smetta di parlare stigmatizzandolo senza in realtà conoscerlo. A Palermo ad esempio esistono soltanto due biblioteche dedicate all’infanzia e all’adolescenza, una di queste è allo Zen. Tra l’altro quest’anno è stata candidata al premio internazionale IBBY-Asahi Reading Promotion Award come miglior pratica di lettura per l’infanzia. Per noi è uno strumento con il quale cerchiamo di raggiungere due obiettivi contemporaneamente: il contrasto alla povertà educativa e la possibilità per le persone del quartiere di confrontarsi con una realtà bellissima.

La lettura fin dai primi giorni di vita è importante perché permette ai ragazzi dello Zen di acquisire i vocaboli giusti per raccontarsi, per raccontare le proprie riserve e raccontare chi sono. Prestiamo circa una decina di libri al giorno e questo contraddice l’immagine della dispersione scolastica attribuita ai ragazzi di Palermo. Il contrasto alla marginalità nel corso degli anni si è prevalentemente risolto ad un approccio assistenzialista, proprio di chi vede nel povero, nel marginalizzato, una sorta di utente a cui offrire una soluzione dall’alto. Oggi le statiche ci dimostrano che più del 90 per cento delle persone che nascono in condizione di esclusione sociale, poi riproducono la stessa condizione nel loro ciclo di vita. Noi proviamo ad invertire questo approccio e lo facciamo partendo dalla consapevolezza che ognuno è detentore già di per sé di risorse individuali e che il meccanismo dell’esclusione sociale si interrompe soltanto quando alle bambine e ai bambini vengono forniti gli strumenti per potersela giocare.

Quando si parla di periferie è quasi automatico associarle alla criminalità, ma nella realtà chi vive allo Zen? Quali sono le storie di queste persone?

Bisognerebbe chiedersi perché periferie e criminalità vengono associate in maniera automatica. Le loro sono storie di persone normalissime, che puoi incontrare in qualsiasi altra zona non periferica. Chiaramente sono storie di padri, madri e ragazzi che devono affrontare le difficoltà della vita quotidiana elevate a dieci, ma le persone che vivono allo Zen sono panettieri, donne delle pulizie, fruttivendoli, ragazzi a cui piace giocare a pallone o sono ragazze a cui piace un sacco leggere.

Fonte immagine: Artribune. Editing: g2r

Storie di persone che lavorano in maniera saltuaria e precaria, storie di persone che non riescono ad avere aspirazioni e ambizioni particolarmente alte perché nascendo allo Zen sembra un po’ di nascere con il destino tracciato. Ma sono storie allo stesso tempo belle, perché ricche della voglia di dimostrare al resto del Paese che lo Zen è anche altro rispetto a ciò che viene raccontato.

Come dicevi prima chi nasce allo Zen sente di avere aspettative di vita mozzate e ridotte, ma l’educazione e più in generale la formazione culturale rappresenta la strada per arrivare all’alternativa. Quanto può l’educazione allo Zen? E quanto possono dall’altro lato le mancanze urbanistiche incidere sul futuro e sulle capacità di potersi pensare altrimenti?

Partiamo dal presupposto che lo spazio è un educatore. Lo spazio educa come fa un genitore o la scuola. Lo spazio ti educa, ti fa diventare qualcosa. Oggi purtroppo in tutta Italia nascere in un quartiere significa avere un destino già scritto. Sapere dove nasci significa sapere anche un po’ cosa farai da grande. Non solo l’estetica del posto in cui vivi impatta con la capacità di immaginare e sognare altro, ma in un posto in cui manca il teatro o il cinema non c’è possibilità di aprire la mente e questo inevitabilmente segna. L’urbanistica dello Zen rappresenta un doppio svantaggio, prima di tutto perché siamo isolati nella parte settentrionale di Palermo e collegati malissimo con il centro e questo spinge ancora di più i suoi abitanti a rimanere chiusi all’interno del quartiere. Sotto il profilo più specifico l’urbanistica dello Zen è di tipo rurale, una delle sue caratteristiche sono i pianerottoli di casa sopraelevati rispetto al livello della strada. Nel progetto iniziale questo avrebbe dovuto creare un senso di comunità, ma in realtà ha aumentato la frammentazione. Per di più mancano completamente gli spazi dedicati alla collettività e quando non ci sono spazi pubblici diventa più difficile maturare il concetto della collettività.

Fonte immagine: Balarm. Editing: g2r

Ma in questo lo Zen è un esempio straordinario, perché nonostante per anni sia stato disabituato agli spazi collettivi e di condivisione, ogni volta che viene messo alla prova risponde molto meglio di altri quartieri. Ad esempio in questo momento facciamo assistenza anche per la spesa e abbiamo scelto di non preferire un profilo all’altro: abbiamo continuato a occuparci dei bambini con l’accompagnamento allo studio a distanza ma allo stesso tempo anche le persone che non lavorano per il laboratorio si sono rese disponibili ad aiutarci per la distribuzione della spesa casa per casa. Nessuno è soltanto spettatore.

Alla luce della crisi storica che stiamo vivendo, come sopravvivono le persone e come riescono ad immaginarsi nel dopo?

Le persone che sono abituate a fare i conti con la povertà sono molto più resilienti delle persone che non ci sono abituate. Sotto il profilo della prospettiva, la nostra gente è abituata a reinventarsi e lo saprà fare molto meglio rispetto ad altre realtà sociali più agiate. La maggior parte delle persone di questo quartiere non ha mai avuto il lavoro fisso, dal punto di vista psicologico per loro cambia veramente poco. Sono molto più preoccupata per ciò che significa questa crisi per le classi medie.

Il covid-19 è un’emergenza mondiale, probabilmente allo Zen è l’emergenza nell’emergenza. Che tipo di politiche si fanno necessarie per uscire da questa situazione?

Possiamo definirla emergenza nell’emergenza, ma allo Zen ormai siamo di fronte alla cristallizzazione di una situazione. Certamente questo amplifica i problemi che già c’erano e che non hanno a che fare soltanto con la povertà. Per esempio ci stiamo interrogando su come lavorare con le bambine e i bambini garantendo il distanziamento sociale in un quartiere che non ha spazi pubblici e spazi verdi abbastanza grandi. Da noi tutto diventa più complicato: la povertà qui esplode in maniera più forte e attraversa tutta la comunità. Ma il problema è anche un altro: cosa ha significato per i bambini e i ragazzi vivere la quarantena e il lockdown in case spesso anguste e piccole, magari senza il computer con cui potersi connettere con gli altri? Sicuramente ha significato una quarantena peggiore rispetto ai loro coetanei provenienti da ceti sociali medi. Il governo ora permette di passeggiare in un parco pubblico, ma noi non abbiamo il parco. Il covid amplifica, ma io voglio vederlo come un’opportunità: oggi abbiamo l’opportunità di riscrivere delle pagine perché l’emergenza è diventata così grande che non può essere trascurabile. Spero che da questa condizione silente si possa uscire per scrivere una pagina diversa anche e soprattutto per le periferie del nostro Paese.

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