Revenge Porn su Telegram. Il corpo della donna diventa merce di scambio

Revenge Porn su Telegram. Il corpo della donna diventa merce di scambio
Fonte immagine: g2r

Un’inchiesta di Wired Italia, un lavoro di ricerca portato avanti per un mese, ha rivelato il più grande network di revenge porn su Telegram. Il social media russo, secondo i dati riportati dalla rivista, ospita grandi chat con oltre 43 mila iscritti, 21 canali telematici collegati e un totale di 30 mila messaggi inviati ogni giorno, al fine di condividere materiale intimo senza il consenso o la consapevolezza da parte della persona rappresentata.

Foto rubate dai profili social, richieste di scambio di materiale pedopornografico, condivisione di video erotici da parte di ex fidanzati, padri che chiedono aiuto su come stuprare le proprie figlie senza farle piangere.

La cosiddetta “Bibbia 5.0” merita un discorso a parte: un grande contenitore nel quale vengono conservati migliaia di scatti accompagnati da nomi, cognomi e volti resi ben visibili o video amatoriali particolarmente rari. Questo è lo stato dell’arte.

Fonte immagine: Passage, Intimità violata – Broken Intimacy di Omar Dodaro

Ci troviamo di fronte a una situazione inedita in cui la condivisione non si limita a video erotici o materiale pornografico poiché sono le stesse foto caricate su profili Instagram o Facebook, quindi già pubbliche, a diventare oggetto di un baratto. Non è più il sesso ad essere inteso come una merce – non soltanto – ma il corpo della donna in sé, il suo volto fotografato in uno squarcio di quotidianità. E quanto più sono reali quegli scatti tanto più acquistano valore, nell’ottica di uno strano meccanismo di voyeurismo perverso che pretende autenticità attraverso un atto di intrusione violenta nella sfera intima dell’Altro, con la leggerezza stonata di chi guarda distrattamente una delle tante puntate del Grande Fratello in tv.

Se l’anonimato si nega a chi ritrova il proprio corpo catalogato in un archivio di foto rubate, è invece garantito agli autori di questo scenario: la crittografia end-to-end utilizzata da Telegram permette agli utenti di scambiarsi messaggi senza lasciarne traccia. Le linee guida della piattaforma dispongono il divieto di diffusione di materiale pedopornografico, ma la possibilità di chattare nella più completa segretezza e la mancanza di una sede legale in Italia comporta un meccanismo di controllo più lento, possibile grazie alle segnalazioni dei singoli utenti. Inoltre, a seguito della segnalazione e chiusura di chat contenenti materiale illecito, esiste purtroppo la possibilità di ricreare gruppi di riserva con il risultato di dar vita ad un circolo vizioso difficile da sradicare.

Revenge porn: una legge non basta

Una legge che vieti l’atto di condivisione di immagini o video intimi di una persona senza il suo consenso esiste in Italia. Risale al 17 luglio 2019 (nell’ambito del disegno di legge recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”), l’approvazione definitiva dell’emendamento che introduce il reato di revenge porn all’interno del “Codice Rosso”. La legge in questione prevede la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15mila euro non soltanto per chi realizza e successivamente diffonde immagini e video destinati a rimanere privati senza il consenso della vittima, ma anche per coloro che li diffondono a propria volta dopo averli ricevuti.

A meno di un anno dall’approvazione dell’emendamento, però, ci troviamo ad affrontare nuovamente un problema per nulla sopito, il che dimostra che non sono sufficienti strumenti giuridici per arginare un fenomeno di chiara matrice culturale.

Fonte immagine: Flickr

Diverse personalità provenienti dal mondo dell’attivismo e delle istituzioni, a seguito della denuncia di un’utente di Twitter che si è trovata coinvolta in prima persona nella vicenda, sono intervenute in difesa delle vittime. Cathy La Torre, presidente dell’Associazione Odiare ti costa, ha ricevuto sul proprio profilo Instagram diverse segnalazioni e, munita di screenshots che attestassero le violazioni subite e mostrassero i nomi delle chat in questione, ha denunciato alle Forze dell’Ordine i casi di revenge porn su Telegram per poi formalizzare un esposto alla Magistratura. L’avvocata si è poi rivolta direttamente alle persone offese invitando a sporgere denuncia e ha messo a disposizione la propria competenza offrendo informazioni utili al fine di intraprendere questo difficile percorso.

Anche l’europarlamentare Pina Picierno ha reso nota la sua posizione su Twitter affermando che “Il revenge porn è reato odiosissimo e come tale va perseguito”, a tal proposito ha deciso di presentare un’interrogazione alla Commissione Ue e ha annunciato un esposto alla Procura della Repubblica con l’avvocata Andrea Catizzone.

Negli ultimi giorni, poi, gli hacker di Anonymous Italia hanno lanciato l’operazione #OpRevengeGram “con lo scopo di contrastare questi infami criminali che celandosi dietro l’anonimato di internet si fanno beffe della società fregandosene delle possibili conseguenze che le loro azioni hanno sulle vittime”. Gli hacktivisti hanno richiesto la collaborazione della rete esortando ad inviare segnalazioni contenenti nomi e gruppi che su Telegram svolgono attività sospette: i messaggi da parte degli utenti del web sono stati numerosissimi e hanno permesso di ottenere nomi, cognomi, email, profili social ma anche dati delle carte di credito di una gran parte dei membri delle chat di Telgram, perforando lo scudo dell’anonimato.

Un problema culturale: mascolinità tossica e cultura dello stupro

Non bastano strumenti tecnici e giuridici per arginare fenomeni culturali si diceva, ora ne abbiamo la certezza. Il revenge porn si nutre di una concezione tossica della mascolinità e di una radicata cultura dello stupro, elementi che il femminismo intersezionale sta cercando di portare alla luce del dibattito pubblico.

Secondo l’antropologo David Gilmore gli uomini avvertono una necessità maggiore rispetto alle donne di costruire la propria mascolinità. Se le mestruazioni, ad esempio, rappresentano un rito di passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta per l’universo femminile, gli uomini per potersi definire tali hanno bisogno di costruirsi da sé un’identità non scandita da eventi fisiologici importanti, conformandosi molto spesso al modello considerato vincente dalla propria cultura di appartenenza.

Questa foggiatura – propria di ogni essere umano – potrebbe condurre alla deriva della mascolinità tossica, termine utilizzato per la prima volta dallo psicologo Shepherd Bliss e che, come ci suggeriscono gli attivisti di The Good Men Project, individua una forma di uomo standard definita dalla violenza, dallo status, dall’aggressività, dal sesso.

Fai l’uomo, dunque: non piangere ché sembri una femminuccia, sii performativo, non parlare dei tuoi sentimenti, non apparire vulnerabile piuttosto porta il pane a casa. Non vi sembra che questi uomini, costantemente affannati nella ripetizione del motto Not all men per allontanare l’alone di una presunta macchia sulla pelle, siano anch’essi il prodotto di una società machista spesso senza esserne consapevoli?

Sarà pure una gabbia dorata la loro, ma è pur sempre una gabbia. Perché un posto nel quale la polarizzazione dei generi risulta tanto rigida e ci si trova costretti a definirsi utilizzando esclusivamente categorie ritenute maschili pena la perdita di se stessi o la marginalizzazione, a me sembra molto simile a una prigione.

Fonte immagine: Pinterest

È certamente vero che ancora oggi esiste un grande problema di discriminazione di genere: per aver conto di ciò basta consultare i dati del barometro dell’odio di Amnesty International Italia nella sezione Donne nel mirino, tuttavia sorge spontanea una domanda. Si dice spesso che il mondo sia stato fatto su misura per uomini bianchi, etero, cisgender, ma com’è possibile costruire un mondo per una specifica categoria se l’universo è abitato da persone che, in quanto tali, sono per definizione scarti dalla norma?

È lecito rivolgersi agli uomini affinché, partendo dal privilegio che la società riconosce loro, entrino nel dibattito femminista e si dissocino dalla cultura machista che riduce il corpo della donna a una figurina da scambiare per ottenere punti, a strumento di eccitazione, ma è altrettanto lecito mettere in questione questo supposto privilegio auspicando il riconoscimento di quella condizione secondo cui ogni singolo essere umano è per definizione eccezione alla regola.

Siamo il prodotto dell’ambiente nel quale viviamo, è vero, e se non è possibile astrarsi dal proprio contesto sarà sempre possibile porsi delle domande e mettere in discussione i propri comportamenti.

Problematizziamo la cultura dello stupro nella quale tutti e tutte siamo immersi/e allora. Perché se ancora oggi a una vittima di abuso sessuale chiediamo se quella gonna non sia troppo corta e quindi poco opportuna, se rappresentiamo Greta Thunberg sotto forma di cartoon mentre viene stuprata e urliamo a Carola Rackete “Spero che ti violentino” per manifestare dissenso o mettere in ridicolo la nostra interlocutrice, sì, stiamo normalizzando lo stupro senza accorgercene. Ed è in questo senza accorgercene che risiede il problema principale. Ed è proprio da qui che bisogna ripartire.

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