La televisione e la pubblicità ai tempi del Covid19

La televisione e la pubblicità ai tempi del Covid19

Le storie sono alla base della civiltà

Da quando l’uomo è diventato uomo si è avviato uno sviluppo della collettività, della cooperazione che ha posto le basi della civilizzazione. La trasmissione di conoscenze, la comunicazione interpersonale, la rappresentazione e l’autorappresentazione, cose favorite dall’agricoltura stanziale, ci condussero alla civiltà. Alla base della civiltà, quindi, potremmo banalmente dire che si sono situati i racconti, le storie, i miti. La televisione e la pubblicità ai tempi del Covid19 ci fanno comprendere quanto ancora siano importanti queste pratiche culturali per l’uomo.

Oggi dopo migliaia e migliaia di anni, poco è cambiato. Le divinità mitologiche sono state sostituite in gran parte dalla scienza e i racconti, le storie laiche proliferano in un universo simbolico che diventa sempre più complesso ed onnicomprensivo. Il racconto è sempre alla base della vita umana e in un momento di crisi planetaria ci si può rendere conto come esso si trasformi e inneschi quei processi d’identificazione nella paura e nella speranza.

Televisione e pubblicità durante Covid 19: “siamo noi ma non siamo noi”

Ogni medium, ogni oggetto artistico ha l’effetto di assorbire la nostra interiorità ed edificare la nostra identità. Nei tempi del coronavirus, in cui il nostro essere un animale sociale è limitato da misure che devono essere rispettate per la salute pubblica, televisioni e pubblicità sono strumenti fondamentali.

Mettendo da parte i talk show, che risentono di una evidente propensione politica e quindi ribaltano a secondo della vicinanza alla politica governativa messaggi più o meno inquietanti, più o meno positivi, i film, le pubblicità, letteralmente ci regalano la possibilità di continuare a sognare quel mondo che conoscevamo, di immaginare le strade piene e dimenticare il naturale silenzio di questi giorni.

Ma è un’illusione, perché tutto questo nella nostra vita odierna non esiste per ora, è assente. Recitava un interessante articolo su Il Giornale: “siamo noi ma non siamo noi”. Ecco, considerando la vita un istantaneo presente in cui il passato genera il futuro, quelli dei film o delle pubblicità non siamo più noi, ma da quelle scene, da quelle immagini ci siamo noi, di domani, di quando tutto sarà finito.

Mentre ci consoliamo quindi con l’evasione, che è in questo caso una fuga nel passato, dimentichiamo quello che sarà il futuro, la sua programmazione, la sua organizzazione. Il futuro è oggi ed è per questo che le tv, l’advertising, la nostra newsfeed è cambiato insieme al mondo, sconvolto dalla più grande crisi sanitaria, economica dal dopoguerra ad oggi.

L’emergenza trasforma le nostre abitudini

Se noi siamo chiusi, adempiendo al nostro dovere, dentro quattro mura, il mondo cambia e cambiano i suoi racconti, perché l’emergenza trasforma le nostre abitudini. Ecco che in generale cresce smisuratamente la fruizione di old e new media: dati riportati da Audiweb ci dicono che già il 28 febbraio, rispetto al 14, il numero di utenti unici per i siti di informazione era cresciuto del 48%. Twitter, social privilegiato da un’informazione più nobile e riferita, sta schizzando per il numero di contatti.

Contemporaneamente Auditel ci conferma che il numero di persone davanti alla tv cresce in maniera esponenziale e si può notare come l’attualità fagocita tutto. Non solo l’attualità dei numeri ma anche quelle delle nostre storie, che ci danno forza, che ci uniscono a distanza. Se cresce il numero di spettatori davanti alla tv, la pubblicità ne sarà felice; questo in linea teorica, perché in pratica cambia anche la nostra attenzione.

Così alcuni marchi, come Crodino, scelgono di continuare a comunicare con strategie e spot pre-coronavirus, altri, come Ceres, modificano perfino l’advertising televisivo, altri ancora, come De Cecco, riempiono le loro pagine con foto di supermercati saccheggiati. Ogni azienda, a sua preferenza, si adatta e anche noi che cambiamo i nostri interessi.

Si potrebbe meglio dire, però, che cambiano le priorità dei nostri interessi, perché al centro di tutto, ci sono sempre le storie, di noi che resistiamo, di noi che cantiamo, di noi che combattiamo uniti quella che la retorica dei media ha definito una guerra. Con quale arma l’affrontiamo? Come sempre, le storie.

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