Skullbraker challenge: quando i social possono essere fatali

Skullbraker challenge: quando i social possono essere fatali

Skullbraker challenge: questo è il nome dell’ultima tendenza in voga tra i più giovani che sta spopolando tra i giovani. Letteralmente “sgambetto spaccatesta”, il “gioco” o sfida, consiste proprio nel fare contemporaneamente lo sgambetto alla persona che fa un salto in mezzo ad altre due, in modo tale da farlo cadere supino e fargli sbattere la testa per terra.

 

Inutile ovviamente soffermarci sui rischi che si corrono con questa pratica a dir poco idiota. A dimostrazione della pericolosità di un gioco apparentemente ingenuo, ci sono le prime vittime di questa pratica. Una di queste è un quattordicenne della provincia di Bergamo che è stato ricoverato con venti giorni di prognosi.

Come ormai gran parte delle tendenze giovanili, anche questa novità sta spopolando sui social, specialmente su TikTok, dove stanno impazzando i video della skullbraker challenge. Come si può leggere sul sito della polizia, infatti: «Da qualche giorno circolano in rete video allarmanti su una nuova “challenge” in cui due ragazzi affiancano un terzo e mentre questo salta, gli altri fanno uno sgambetto che determina la caduta violenta del malcapitato. Si tratta di un comportamento sbagliato e molto pericoloso: la mancanza improvvisa di appoggio mentre si salta comporta necessariamente una caduta senza controllo che può determinare lesioni anche gravissime come fratture di arti, svenimenti ed ematomi cerebrali».

Ovviamente, come abbiamo già detto, c’è molta inconsapevolezza da parte degli adolescenti, che pare siano più interessanti ad inseguire le ultime tendenze e mettersi in mostra sui vari social network. A prescindere da questo aspetto, però, i rischi che si possono correre sono numerosi e non è di certo il primo caso in cui le mode sono letteralmente delle potenziali cause di morte.

Non è però la prima volta che degli adolescenti rischiano e spesso purtroppo perdono la vita per inseguire delle mode. Una delle più diffuse, ad esempio, è il “killfie”, ovvero dei selfie scattati in situazioni pericolosissime per poi ovviamente postarlo sui social network. Anche in questo caso i casi sono svariati, come quello di Andrea, 15 anni, che ha perso la vita cadendo dal tetto del centro commerciale di Sesto San Giovanni, oppure quello di Antonio, 20 anni, che ha fatto una caduta di 8/9 metri in un lago nella zona di Sassari per scattarsi un selfie da una ringhiera pericolante.

Oppure ancora possiamo citare il caso dei quattro ragazzini che a Bologna, intorno ad ottobre dello scorso anno, sono stati avvistati mentre si sdraiavano di notte sui binari ferroviari per scattarsi dei selfie ed ovviamente ottenere maggiore popolarità sui social.

Di casi simili se ne possono citare ancora molti, purtroppo. Dare le colpe potrebbe apparire particolarmente facile, ma il problema più grande è che si corre il rischio di sottovalutare il pericolo potenziale di queste tendenze e lasciare dunque i più giovani, ovviamente inconsapevoli dei rischi che corrono, in balìa di queste idiozie.

Il problema dunque starebbe a monte, cioè nel rapporto tra gli adolescenti ed i social, che stanno diventando sempre di più una vetrina in cui apparire, anche diversamente da come si è, ma con il semplice scopo di farlo ed ottenere la maggiore attenzione possibile (tradotta in like).

Sarebbe buona cosa allora iniziare a riflettere su questo e provare ad intervenire fin dai primi momenti e nei luoghi in cui ovviamente i ragazzi si trovano a maturare le loro consapevolezze: cioè le scuole. Un compito senza dubbio arduo, ma che non può essere rimandato ulteriormente da chi svolge il ruolo di educatore.

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