Matteo Salvini e la soggettiva interpretazione del concetto di diffamazione

Matteo Salvini e la soggettiva interpretazione del concetto di diffamazione
Fonte immagine: www.theitaliantimes.it

È stata depositata ieri la sentenza dei magistrati che assolve i cinque giornalisti dell’Espresso dalle querele di diffamazione proposte e propagandate da Matteo Salvini, insieme a Giancarlo Giorgetti e Giulio Centemero.

I giornalisti erano stati accusati per 5 articoli riguardanti l’inchiesta sui 49milioni di euro incassati dalla Lega con la maxi-truffa dei rimborsi elettorali per la quale è stato ritenuto responsabile il tuttora senatore leghista Umberto Bossi, mai condannato poiché il reato è caduto in prescrizione.

La sentenza dei giudici ha definito il giornalismo di inchiesta come “l’espressione più alta e nobile dell’attività d’informazione” e ha motivato l’assoluzione ritenendo gli articoli contestati «il risultato dell’attività d’inchiesta portata avanti dai giornalisti, i quali, come attestato dalla copiosa documentazione depositata in allegato alla memoria difensiva, hanno ricercato le notizie, ripercorso gli eventi e tentato di ricostruire, nei limiti del possibile, la gestione delle finanze del partito politico Lega Nord. Argomento, quest’ultimo, che riveste un indubbio rilievo, stante l’interesse pubblico alla ricerca della verità conseguente agli scandali finanziari che hanno travolto il partito in questione».

Resta invece in corso l’inchiesta per l’accusa di riciclaggio dei restanti 46milioni di euro (3 dei 49milioni erano stati recuperati dalla cassa della Lega), aperta dalla procura di Genova.

La notizia arriva proprio nel bel mezzo della campagna elettorale per le regionali in Emilia Romagna e in Calabria e non è certo l’unico motivo per cui si sono riaccesi i riflettori sul leader leghista, Matteo Salvini, al centro dell’attenzione sia per il processo Gregoretti, sia per la citofonata all’appartamento nel rione Pilastro a Bologna.

Da un lato, la catena di denunce per diffamazione ai cinque giornalisti dell’Espresso che hanno condotto un’inchiesta, dall’altro il processo per direttissima di un diciasettenne al citofono di casa, rivelando nome e cognome mentre veniva accusato di spaccio insieme al padre. Come interpreta Salvini il concetto di diffamazione?

Non serve sottolineare che quando decide di citofonare a casa di un libero cittadino per accusarlo di spaccio sta infrangendo più di una legge. Tutti lo sanno. Il punto non è questo, ma l’intenzione: ciò che ha fatto sentire legittimata quella ronda – che chiamano “lotta alla droga” – ad irrompere nella privacy di una famiglia.

Non c’è niente di politico in quel gesto. La politica si è persa, è rimasta soltanto la vuota propaganda: la realtà che viene plasmata in base all’elasticità di ciò che è più conveniente. In questa elasticità tutto è permesso: i limiti, proprio perché convenzioni, vengono continuamente stiracchiati fino a includere qualsiasi cosa, anche la sciatteria. E così che il ridicolo diventa virale.

Contrariamente a qualunque ruolo di demistificazione riconosciuto alla politica, l’irruzione di Salvini non è altro che l’ennesimo atto mistificatorio di se stesso e ha fornito la cifra del suo profilo politico: non muove le masse, si limita a seguirle ed assecondarle. Non ne scatena le pulsioni più basse, le nutre e basta. Non ha trovato un nemico da combattere ex novo, ha preso quello che c’era, ossia il diverso e lo ha spacciato per deviante.

Il potere nasce dalla forza e in attimo diventa abuso. In quel gesto antidemocratico è morto il diritto alla privacy e il diritto all’oblio: in diretta Facebook è stato detto il nome della famiglia e i riferimenti dell’appartamento.

“È questo qua? È tunisino?”. Con queste parole Salvini riempiva l’attesa mentre aspettava che qualcuno rispondesse al citofono. Con l’aria da sornione di chi scopre qualcuno con le mani nella marmellata, alzava le spalle in segno di rassegnazione mentre gli davano conferma delle origini tunisine della famiglia.

Eppure il senatore Salvini non crede di dover tornare sui suoi passi e chiedere scusa: ai microfoni di un reporter di Repubblica risponde stizzito quando gli fa notare la gravità del comportamento.

Intanto proprio ieri sera il rione Pilastro si è riunito in segno di protesta contro l’immagine del quartiere proposta durante la visita elettorale di Salvini qualche giorno prima. Erano presenti circa 300 persone, di diversa età e provenienza.

Tra queste il sindaco Virginio Merola, il presidente del quartiere San Donato-San Vitale Simone Borsari, l’ex presidente regionale Vasco Errani, il vicesindaco Marilena Pillati, l’assessore comunale Matteo Lepore, il consigliere regionale Stefano Caliandro e l’avvocato Caty La Torre insieme a Yassin.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook