L’industria alimentare, prima colpevole della deforestazione

L’industria alimentare, prima colpevole della deforestazione

Guardando a dati recenti, il disboscamento delle maggiori foreste del pianeta procede a ritmi incessanti spesso con la complicità di chi al contrario le foreste dovrebbe tutelarle. La deforestazione è uno degli aspetti più clamorosi e meglio quantificabili dell’impatto che l’attività umana ha su una Terra sempre più impoverita e minacciata nei suoi delicati equilibri. 

La scomparsa progressiva di immense porzioni di foreste – dal Brasile all’Indonesia – è da attribuirsi in buona parte al mantenimento di un sistema alimentare che più volte abbiamo dimostrato essere insostenibile. Gli alberi infatti si abbattono per fare spazio a colture intensive o ad aree di pascolo. È stato calcolato che, a livello globale, il reperimento delle materie prime contribuisca per il 27% alla deforestazione, uno scempio che non vede distinzioni tra continenti. 

Tra le aree più colpite ci sono l’Amazzonia, le foreste del Ghana, Congo, Costa d’Avorio e quelle indonesiane che stanno cedendo terreno ad allevamenti o a coltivazioni di materie prime quali soia, olio di palma e cacao. 

Tra il 2015 e il 2017 in Papua (Indonesia) un’area di foresta pluviale grande come la metà di Parigi è stata disboscata proprio per produrre olio di palma. 

I dati sulla deforestazione dell’Amazzonia relativi al maggio 2019 sono ancora più inquietanti. Solo nel mese scorso abbiamo perso 740 km quadrati di foresta ad un ritmo di due campi da calcio al minuto. Il 68% delle aree protette della foresta pluviale più grande del mondo sono minacciate dallo sfruttamento e la situazione non mostra prospettive di miglioramento, complice lo stesso governo brasiliano. Il nuovo presidente Jair Bolsonaro non ha fatto segreto delle intenzioni di indebolire la rete di tutela ambientale che già con enormi fatiche tenta di arginare lo sfruttamento del territorio forestale. Al contrario, il leader di estrema destra sta incoraggiando attività estrattive e agricole intensive forte del supporto di un ministro dell’ambiente con un passato poco limpido e di un figlio, Flavio Bolsonaro, che ha proposto di sospendere l’obbligo per gli agricoltori di preservare la foresta almeno sul 50% del loro terreno. 

Fornitori scellerati di soia, olio di palma e cacao consegnano queste materie prime alle stesse multinazionali del settore alimentare che in questi giorni si sono riunite a Vancouver per il Consumer goods forum (Cgf). In occasione del vertice, Greenpeace ha pensato di ribussare alla loro porta con alcuni dati (poco rassicuranti) che intendono fare il punto sui progressi fatti per ripulire le filiere di aziende come Nestlè, Mondelez e Unilever da pratiche distruttive. 

Nel 2010 questi giganti del settore alimentare si erano impegnati contro la deforestazione ponendo il 2020 come anno della resa dei conti. Nonostante il 2020 sia alle porte, nessuna di queste è stata in grado di fornire prove soddisfacenti del proprio operato. E chi le ha fornite, ha dichiarato di essere ancora legato a fornitori non virtuosi. Dunque niente semaforo verde da Greenpeace, nessun lieto fine come accaduto nel caso Nutella. Ferrero la produce con l’impiego di olio di palma certificato al 100%. La certificazione assicura per esempio che le palme vengano coltivate in aree già adibite all’agricoltura e non ricavate dalla deforestazione. Tuttavia, fino a che non ci saranno norme precise che vincolino le aziende alimentari a procurarsi materie prime in modo responsabile, i risultati potrebbero non arrivare mai. A livello europeo, nonostante la Commissione abbia riconosciuto che l’Europa – in qualità di importatore di ingenti quantità di materia prima e carne bovina – stia contribuendo alla deforestazione, non è chiaro come abbia intenzione di procedere dal punto di vista legislativo. Al momento le norme esistenti sono quelle che arrivano dai singoli paesi ma sono tuttavia facilmente aggirabili ed espressione di un approccio frammentato al problema. 

Quanto trovare una soluzione sia urgente ce lo dicono le previsioni contenute nell’ultimo rapporto di Greenpeace dove si stima che tra il 2010 e il 2020 almeno 50 milioni di ettari di foresta – l’equivalente di un’area delle dimensioni della Spagna – saranno stati distrutti per fare spazio alla produzione industriale di materie prime agricole. 

A questo dato si aggiunge la previsione di un aumento del fabbisogno di prodotti come soia, cacao, olio di palma e proteine animali. Si stima che, entro il 2050, solo il consumo globale di carne possa aumentare del 76%. Una conseguente deforestazione incontrollata minaccerebbe ulteriormente degli ecosistemi già pesantemente indeboliti privando gli animali del loro habitat e le popolazioni indigene dei loro mezzi di sostentamento. Non ultimo, la distruzione delle foreste aumenta il processo di cambiamento climatico indebolendo il loro ruolo di “monitoraggio” dei livelli di biossido di carbonio.

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