Il discorso integrale di Amanda Knox. Vittima di errore giudiziario e processo mediatico

Il discorso integrale di Amanda Knox. Vittima di errore giudiziario e processo mediatico
Amanda Knox a Modena - foto di Raffaele Buccolo

Modena 15 giugno 2019. A 4 anni dalla sua completa assoluzione, senza aver avuto mai la possibilità di riscattarsi da un duro processo mediatico, Amanda Knox torna in Italia.

Il suo discorso integrale.

“Sono stata 3 volte in Italia, la prima avevo 14 anni ero una ragazzina e mi ricordo il gelato italiano in vacanza con i miei genitori. Quando sono ritornata a 20 anni a studiare la lingua a leggere le poesie a bere il vino e a fare i pisolini di pomeriggio che non siamo soliti fare negli Stati Uniti ho incontrato, invece, la tragedia e la sofferenza.

Nonostante ciò o forse per questo l’Italia è diventata parte di me, la lingua e la cultura mi hanno formata. Sono tornata questa terza volta perché lo dovevo fare, perché sono stata invitata da Innocence Project e perché una volta in questo bellissimo paese mi sentivo come a casa. Spero di sentirmi ancora così un giorno. Tanta gente pensa che io sia pazza a venire qui, mi è stato detto che non è sicuro, che sarò attaccata per le strade, che sarò falsamente accusata e rimandata in prigione. Per dire la verità, oggi, adesso, ho paura di essere molestata, di essere derisa, incastrata e che mi siano mosse nuove accuse solo perché vengo qui a dire la mia versione dei fatti oggi. So che nonostante le mie assoluzioni emesse dalla Corte di Cassazione rimango controversa a cospetto dell’opinione pubblica, soprattutto e specialmente qui in Italia. So che molte persone pensano che io sia una cattiva, che io non appartengo qui. Alcuni hanno persino affermato che solo stando qui, con la mia presenza, sto traumatizzando nuovamente la famiglia Kertcher e profanando la memoria di Meredith. Si sbagliano. Il fatto che io continui nonostante la pronuncia della Cassazione ad essere ritenuta responsabile in questo modo per il dolore dei Kertcher e per la reputazione di Perugia dimostra quanto possono essere potenti le narrazioni false e come possono minare la giustizia, soprattutto se amplificate e rinforzate dai media. Ma i media possono rivelare e amplificare la verità se i giornalisti hanno il coraggio di cercarla e se il pubblico la richiede.

Amanda Knox a Modena
Amanda Knox a Modena – foto di Raffaele Buccolo

Il primo Novembre 2007 Rudy Guede è entrato nel mio appartamento ed ha violentato ed ucciso la mia collega e inquilina Meredith. Il suo DNA è stato trovato sul suo corpo e in tutta la scena del crimine. Ha lasciato le sue impronte digitali e dei piedi nel suo sangue. E’ fuggito dal paese ed alla fine è stato catturato, processato e condannato. Eppure nonostante tutte le attenzioni che questo caso ha ottenuto in tutto il mondo, molte persone non hanno mai sentito il nome di Rudy Guede. Questo perché la polizia, il pubblico ministero, i media, il pubblico hanno invece concentrato la loro attenzione su di me. Con i furgoni della tv ammassati davanti alla nostra casa e i giornalisti internazionali che arrivavano in città, i poliziotti erano sotto una pressione immensa. Tutti chiedevano loro di arrestare al più presto un colpevole. Prima che le prove scientifiche fossero tornate dal laboratorio e mentre che Guede fuggiva, hanno deciso di mettermi sotto attenzione, di indagarmi. Questa decisione non era basata su prove fisiche, non era basata su testimonianze, non era basata su alcun motivo. Non era basata su nient’altro che una intuizione investigativa. Pensavo di stare aiutando la polizia. In realtà per 5 giorni sono stata sottoposta ad oltre 50 ore di interrogatori, durante la notte e senza un avvocato. In una lingua straniera che allora parlavo come una bambina. I poliziotti hanno insistito che stavo mentendo quando dicevo ancora e ancora e ancora che non sapevo chi avesse ucciso Meredith. Quando hanno scoperto il messaggio sul mio cellulare spedito a Patrick Lumumba mi hanno accusato di averlo incontrato e mi hanno suggerito durante le ore di interrogatorio di aver represso il ricordo traumatico di averlo visto uccidere Meredith. Io ho cercato di immaginare che quello che dicevano fosse vero, potevo averlo rimosso, ero a 3000 miglia da casa, privata del sonno, spaventata e di fronte a figure autoritarie il doppio della mia. Mi hanno logorato, finché totalmente confusa ho accettato delle dichiarazioni verbalizzate dalla polizia che descrivevano una visione confusa che implicava Patrick. Ore dopo ho ritrattato ma mi hanno ignorato. Non importava nemmeno che Patrick avesse un alibi sicuro. Lo hanno arrestato insieme a Raffaele e me e il giorno successivo  hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare caso chiuso. Questa è stata una conclusione frettolosa. I giornalisti avrebbero potuto e dovuto chiedere, avete arrestato tre persone, in base a quali prove? Dite che la ragazza americana ha confessato, le sue dichiarazioni sono legalmente valide, corrette, affidabili e trovano riscontro nelle prove? Così facendo i media avrebbero potuto incentivare la polizia a tirare i freni, a porsi ulteriori interrogativi sulle indagini, a notare che erano ciecamente e selvaggiamente fuori strada. Invece i media hanno pompato il gas. Senza prove fisiche i media hanno attaccato il mio personaggio, distorcendo la mia vita intima assolutamente ordinaria in devianza, così da inserirmi pienamente nella loro teoria di orgia finita male. I media hanno ripreso questo concetto e ci sono corsi dietro. I giornalisti mi hanno ribattezzato “FoxyKnoxy”, hanno pubblicato articoli su orgie e giocattoli sessuali, ed hanno trasmesso una clip di 3 secondi dove Raffaele mi baciava per darmi conforto, ingrandita al rallentatore, per anni. In corso delle indagini, per 8 mesi, quando io ero in isolamento invece di esaminare le prove, i media si sono impegnati in speculazioni sfrenate ed  hanno sfornato storie su testimoni che poi si sono rivelati essere tutt’altro.

SUL PALCO SCENICO MONDIALE IO NON ERO UN’IMPUTATA INNOCENTE FINO A PROVA CONTRARIA, ERO UNA FURBA PSICOPATICA SPORCA E DROGATA PUTTANA COLPEVOLE FINO A PROVA CONTRARIA.

Era una storia falsa e infondata ma ha scatenato le immaginazioni della gente. Parlava alle paure e alle fantasie della gente. All’improvviso sono diventata una persona pubblica, questo significa che non potevo più avere il privilegio della privacy, né i miei famigliari, umiliati dai paparazzi e dipinti come un clan o una banda di ingenui e isterici messi costantemente a confronto con il silenzio dignitoso dei Kertcher. Questa cronaca e queste immagini diffuse dai media, sensazionale e diffamatoria è entrata anche in Amanda. Prima ancora che iniziasse il mio processo io ero sepolta sotto una montagna di fantasie da tabloid. Dalla mia cella potevo soltanto scoprire il silenzio mentre gli innumerevoli giornalisti mi svestivano ogni giorno per innumerevoli reati immaginari o irrilevanti. L’inchiesta è stata contaminata, la giuria è stata corrotta. Era impossibile per me avere un processo giusto. L’opinione pubblica in fondo non deve preoccuparsi delle regole procedurali necessarie per preservare l’etica. L’opinione pubblica non deve rispondere a nessuno se non il principio del sensazionalismo. Non ci sono diritti umani, perché nella corte dell’opinione pubblica tu non sei umana, sei un oggetto da consumare. Io non me ne sono resa conto allora, io avevo fiducia che la mia innocenza mi avrebbe rivendicata, non avevo delle malattie mentali, non avevo un comportamento  violento o criminale. Avevo zero motivazioni per uccidere la mia amica e non c’era nessuna prova del Dna che mi coinvolgesse sulla scena del crimine.

Amanda Knox a Modena
Amanda Knox a Modena – foto di Raffaele Buccolo

Poi ho sentito il giudice pronunciare COLPEVOLE e il verdetto mi si è abbattuto addosso come un peso schiacciante, non potevo respirare e le telecamere lampeggiavano mentre mi portavano fuori dal tribunale. Ricordo che ero del tutto disorientata con le orecchie che mi squillavano, io ero innocente, ma il resto del mondo ha deciso che ero colpevole e avevano effettivamente riscritto il mio passato presente e futuro.

La mia innocenza non mi ha salvato perché i pubblici ministeri e i media avevano creato una STORIA e una versione di me adatta a quella storia sulla quale le persone potevano apporre tutte le loro fantasie, paure e giudizi morali. Alla gente piaceva questa storia: “La sporca, psicopatica mangiatrice di uomini Foxy Knoxy”. Quella persona confezionata e disegnata da altri è stata condannata a 26 anni di carcere.

Ma ad essere stata ammanettata realmente, ad essere stata scortata in cella non era la persona inventata, quella ero io, la vera Amanda. Quella che è entrata in quel furgone senza finestre e in quelle alte mura sormontate da filo spinato, a quei freddi ed echeggianti corridoi e finestre sbarrate. A QUELLA SOLITUDINE CHE CONSUMAVA TUTTO. Io non ero più una turista smarrita che aspettava di tornare a casa, ho realizzato che ora la prigione era la mia casa e questo mi ha cambiata. La prigione ti disumanizza, ti rende arrabbiata, amareggiata, risentita e diffidente nei confronti del sistema giudiziario specialmente quando sei INNOCENTE. Ho visto molte persone in carcere che hanno trasformato il loro risentimento in violenza, che si sono strappati i capelli l’un l’altro. Ho visto che si drogavano fino a perdere il senno. E se avessi lasciato che la prigione prendesse il sopravvento su di me penso che sarei, adesso, come un cane rabbioso preso a calci troppe volte. E probabilmente sarei finita così, se non fosse stato per un uomo, il cappellano della prigione Don Salvo Scarabattoli. Ho incontrato Don Salvo la prima volta nei primi giorni dal mio arresto quando ero tenuta in isolamento e avevo solo funzionari della prigione con cui parlare. Nel suo ufficio gli ho detto cosa era successo e gli ho chiesto se mi credeva che ero innocente e la sua risposta mi ha spezzato il cuore perché ha detto “ Credo che tu sia sincera” ma non ha detto “ti credo” e sembra che nessun altro al di fuori della mia famiglia abbia visto la verità. Non i media, non i pubblici ministeri, non il pubblico e nemmeno il cappellano, ma nel corso degli anni Don Salvo e io, perché lui è un uomo incredibile, noi siamo diventati amici abbiamo discusso questioni filosofiche insieme e abbiamo suonato la musica e lui non mi ha mai giudicato, non mi ha mai detto chi fossi, ha sempre ascoltato. Io non dimenticherò mai l’ultima volta che sono stata con lui. Era il giorno in cui stavo aspettando il verdetto del mio appello, abbiamo passato ore nel suo ufficio insieme cantando canzoni e parlando di ciò che pensavamo sarebbe accaduto. Io non ero sicura di poter sopravvivere al crepacuore di un altro verdetto di colpevolezza, ma Don Salvo era convinto che stavo finalmente tornando a casa. Sapevo allora che lui poteva vedermi, poteva vedere la vera me e che aveva visto la vera me per anni e gli sono così grata per quell’atto semplice, per l’aver ignorato le menzogne salaci e aver scelto di vedermi con compassione ed empatia. E’ stato un esempio per me, mi ha insegnato a coltivare una mentalità comprensiva, attenta a capire e ho combattuto e combattuto per arrivare a questo traguardo personale, con la mentalità basata sulla gratitudine.

Amanda Knox a Modena
Amanda Knox a Modena – foto di Raffaele Buccolo

Quello che mi ha lasciato questa esperienza in un sistema giudiziario, quello italiano, che nonostante l’opinione pubblica alla fine ha stabilito la verità cioè che RAFFAELE E IO NON ABBIAMO UCCISO MEREDITH. Ha dichiarato che le mie dichiarazioni alla polizia erano inutilizzabili perché era stato negato il diritto di informarmi che ero una sospettata e di avere accesso ad un avvocato e ad un interprete. Ha assolto me e i miei genitori dalle accuse di calunnia intentati contro di noi dai poliziotti che mi hanno interrogato. Ha sentenziato contro il Corriere della Sera per aver pubblicato un libro diffamatorio sulla mia vita intima. Sono grata alla corte di Cassazione e agli altri giudici per avermi rivendicato. Quest’anno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo mi ha rivendicata oltre: CONDANNANDO LA REPUBBLICA ITALIANA PER AVER VIOLATO IL MIO DIRITTO DI DIFESA E DI INTERPRETE. Sono grata, ma tutto questo non assolve lo Stato Italiano per avermi PROCESSATO PER 8 LUNGHI ANNI con poche o nessuna prova, con una teoria assurda e il vero colpevole già dietro le sbarre, e non assolve i media che hanno raccolto un immenso profitto vendendo una storia scandalosa, trasmettendo uno spettacolo mentre il mio vero processo era ancora in corso. Anche oggi i media trattano la mia vita come contenuto per i loro introiti. Non mi basta che alla fine la mia vicenda si sia conclusa bene. Abbiamo bisogno di fare bene prima, molto più spesso di quanto facciamo adesso. I media possono essere una forza potente nell’aiutarci a farlo. In quei 4 anni di carcere, 8 anni di processo e ancora oggi ho dovuto sostenere molti costi per gli errori degli altri.  Voglio condividerne alcuni con voi, non per raccogliere la vostra pietà ma per mostrarvi cosa succede quando ci sbagliamo, nella speranza che la prossima innocente sotto processo subisca molto meno di me.

A 20 anni, quasi non sembra adesso, io ero una ragazza felice e vivace e sono stata costretta a trascorrere da sola i miei primi anni 20. Imprigionata in un ambiente disumano, malsano e imprevedibile. Invece di sognare una corriera o una famiglia HO MEDITATO SUL SUICIDIO. Tutti i membri della mia famiglia hanno sconvolto le loro vite ed hanno dovuto contrarre prestiti e attingere ai loro fondi pensionistici per pagare la mia difesa. Hanno dovuto chiedere aiuto. Nel frattempo I MIEI FAMIGLIARI ERANO AUTORIZZATI A VISITARMI SOLO PER 6 ORE AL MESE. Una volta il mio padre è venuto, come avete parlato voi, le visite ci sono un’ora ma vola. Proviamo a non starci male per un’ora, in questo punto non ce la facevo più perché ero così stanca dalla paura e dall’incertezza, dalla solitudine. Ho cominciato a singhiozzare e mio padre mi ha abbracciato e mi teneva forte. L’ho implorato, l’ho pregato di salvarmi anche se sapevo che lui era impotente quanto ero io e lui ha dovuto dirmi quello che i miei avvocati hanno detto a lui – probabilmente sarebbero passati anni prima che avessi un’altra possibilità di libertà – . E poi lui ha cominciato a piangere ed è allora che io ho compreso quanto fosse grave questa situazione, perché io non ho mai visto mio padre piangere tutta la mia vita.

Sono stata dichiarata innocente, eppure lo so che sarò sempre legata alla tragedia della morte della mia amica. Vengo insultata ogni volta che mi addoloro per lei, vengo insultata come se il mio essere viva, lo stesso respiro fosse un affronto alla memoria di Meredith, vengo rimproverata ogni volta che i media parlano di me invece che di Meredith. Come se io fossi quella a scrivere i titoli sui giornali. Questi sono solo alcuni dei costi che ho dovuto sostenere a causa di una storia falsa, confutata in laboratorio dai risultati delle perizie e confutata dalla più alta corte di questo paese. In questi giorni ho dovuto avere aiuto dai gentili ragazzi della sicurezza e poliziotti che sono stati accanto a me. Questo non è un problema dell’Italia, mi dispiace che qualcuno dice così. Gli errori giudiziari accadono dovunque, è un problema umano. Ho imparato che il sistema giudiziario e i media sono strumenti, non buoni o cattivi in se stessi, ma giusti quanto e come le persone che li maneggiano. L’aula di tribunale dovrebbe essere come un laboratorio scientifico, dove le tesi contrapposte vengono valutate contraddittorie e alla fine cristallizzate nella verità processuale e devono trattenere oltre ogni ragionevole dubbio. Invece l’aula giudiziaria spesso diventa come un campo di battaglia dove la storia più avvincente, e non necessariamente la più vera, vince. I media possono spingere i nostri tribunali ad essere più simili a laboratori o possono alimentare la carneficina sul campo da battaglia. Ogni volta che seguiamo un caso basandoci solo su quello che dicono i media ci accontentiamo del sensazionalismo, facciamo sì che conti il pettegolezzo, la paura, il capro espiatorio, non la verità.

Forse la lezione più importante che io ho imparato dall’essere distorta in un mostro nell’immaginazione del pubblico è che è così facile per noi vedere solo quello che vogliamo vedere. Appiattire le altre persone in caricature. Vedere eventi come storie nero e bianco, popolati da diavoli e santi e questa non è solo un’accusa a chi mi ha denigrato. Di questo sono anche io colpevole. Di recente sto pensando molto al mio pubblico ministero, il dottor Giuliano Mignini, da molto tempo spero di avere un confronto con lui, faccia a faccia, al di fuori della stanza degli interrogatori e dall’aula di tribunale dove eravamo costretti a ricorrere ai ruoli contraddittori attribuiti a noi. Il procuratore e l’imputata, il buono e la cattiva. Ho sempre sospettato che era per questa contrapposizione davvero impossibile che ci comprendessimo, perché per me a 20 anni, ingiustamente condannata e sotto processo, il dottor Giuliano Mignini era una figura da incubo. Un mostro, un uomo potente e spaventoso che aveva un solo obiettivo, distruggere la mia vita per nessuna ragione e io so che questa immagine di lui è sbagliata, è piatta e bidimensionale come “FoxyKonxy” e sono stati i media ad aiutarmi a rendermene conto. Nel documentario di Netflix non ho visto un uomo cattivo, non ho visto un mostro, ho visto un uomo con motivazioni ingenue e nobili che voleva rendere giustizia ad una famiglia in lutto. Un giorno mi piacerebbe incontrare il vero dottor Giuliano Mignini e spero che quando arriverà quel momento anche lui potrà giungere a vedere che io non sono un mostro ma sono semplicemente Amanda.

Quando sono tornata a Seattle mi sentivo sola come se nessuno potesse mai capire cosa avessi passato e poi mia madre che è qui oggi mi ha trascinato in un centro conferenze a Port Oregon, una stanza piena di altre persone, centinaia di loro, che hanno trascorso del tempo in carcere per dei crimini che non hanno commesso, molti di loro erano uomini di colore molto poveri e la maggior parte di loro aveva trascorso più tempo in carcere di quanto ne avevo trascorso io. Avevamo poco in comune tranne che questa cosa, sapevamo tutti cosa significasse essere innocenti ma essere trattati come se fossimo colpevoli. Stavo tremando quando stavo entrando in quella stanza, come oggi. Questi uomini mi hanno abbracciato e mi hanno detto, “qui sei al sicuro sorellina, non devi spiegare niente”. Da quel momento in poi mi sono resa conto di quanto fossi ingenua sulla giustizia penale. Non ero speciale per essere stata condannata ingiustamente, ero una delle migliaia di persone condannate e imprigionate per crimini che non avevano commesso. Attraverso la rete di Innocence Project degli Stati Uniti ho incontrato persone che lavoravano per un mondo più giusto ed ho imparato a riconoscere le cause fin troppo comuni di errore giudiziario, errate identificazioni da parte dei testimoni, interrogativi coercitivi, prove scientifiche invalide, informatorie incentivate, pubblici ministeri uscenti, giurie esposte ai media sensazionalisti. In fondo tutti questi fattori hanno avuto ruolo nel mio caso e mi sono resa conto che non ero sola. Appartenevo ad una famiglia che non sapevo nemmeno esistesse e mi è stata offerta la possibilità di fare qualcosa di significativo con la mia sofferenza. Diffondere la consapevolezza di questo problema, contribuire all’incoraggiamento che tutti noi dobbiamo fare meglio.

Sono grata all’Italy Innocence Project per avermi invitata in questo luogo che spero sentirò presto come casa per mirare ad  una realtà giudiziaria più compassionevole ed informata. Sono così onorata di essere vicina a loro e al loro lavoro, grazie Martina per avermi invitata. Sono grata a quei giornalisti che hanno riferito i fatti di questo caso onestamente e responsabilmente, sapete chi siete, avete fatto questo nonostante l’opinione pubblica e nonostante la pressione dei capi che volevano vendere i giornali. Sono grata a Don Salvo che mi ha aiutato a rimanere sana e che mi ha mostrato il potere della fragilità. Sono grata, anche, al dottor Giuliano Mignini e al suo intento di portare giustizia a Meredith e riaffermare la dignità della sua città. Sono grata ai miei avvocati Carlo Dalla Vedova e Luciano Ghirga per aver lavorato così duramente per svelare la verità e per avermi salvata da un destino infelice e immeritato. Sono grata alla mia famiglia e al mio fidanzato Christopher Robinson per l’amore che nutrono sempre ed ogni giorno a me. Sono grata ai Kurtcher per l’amore che hanno nutrito in Meredith, una ragazza brillante, la sua amicizia che ho condiviso per troppo poco tempo. Infine sono grata a voi per avermi ascoltata, per aver provato a vedere la mia umanità, per la vostra attenzione e cura nei confronti del vostro sistema giudiziario e dei vostri media, per aver voluto un mondo migliore e più giusto e aver svolto il duro lavoro che richiede. GRAZIE.”

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