Procedura d’infrazione in partenza, l’Italia aspetta il nuovo parlamento

Procedura d’infrazione in partenza, l’Italia aspetta il nuovo parlamento

Piovono nuovamente dai vertici europei accuse e ammonimenti rivolti al governo italiano e alla gestione del deficit. L’economia italiana non cresce, ma il governo presenta la soluzione: dopo le elezioni, la Commissione sarà composta da nuovi membri e sarà meno intransigente nei nostri confronti. E’ invidiabile chi riesce a nutrire così tanta fiducia, perché la procedura d’infrazione sembra essere prossima alla partenza. L’UE ha dichiarato che l’Italia non ha rispettato la regola del debito nel 2018, nel 2019 e non lo farà neanche nel 2020. E’, dunque, giustificata la procedura d’infrazione: in sostanza sussistono i presupposti perché tale procedimento possa essere avviato, prima, però, bisogna attendere il parere degli Stati membri.

Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione UE, ha precisato che il problema dell’Italia va aldilà della procedura, il vero rischio è una crescita quasi “al palo”. Ha aggiunto che i danni provocati dalle manovre governative rendono l’economia italiana estremamente vulnerabile; i tassi d’interesse legati ai Titoli di Stato si prospettano ancora in crescita. In base a questo quadro economico, delineato dai vertici uscenti dell’UE, la situazione italiana avrebbe più di qualche problema di stabilità. Nel caso in cui gli Stati membri optassero per l’avvio della procedura  si potrebbero presentare diversi sviluppi, ma la decisione finale spetterà, in ogni caso, all’Ecofin il 9 luglio. Bruxelles, anche se rimprovera il governo italiano giudicando fallimentari manovre come quota 100, si manifesta disponibile al dialogo. Di fatto, però, la possibilità dell’avvio della procedura d’infrazione è concreta, per questo l’incontro con i nuovi vertici europei prevederà, in ogni caso, che l’Italia prenda le dovute misure per rientrare nei parametri regolamentari.

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Non è, ovviamente, dello stesso parere l’attuale governo. Il ministro Salvini ritiene che con l’insediamento del Parlamento e la composizione della nuova Commissione, gli orientamenti europei cambieranno nei nostri confronti. In sostanza la speranza del governo, che nel 2020 avrà condotto il debito al 135,4% dal 131,7% del 2017, è che venga eventualmente sospesa la procedura d’infrazione e si riconosca all’Italia la possibilità di trasgredire momentaneamente le regole, ovvero di superare la soglia del deficit legata al 3%.

Non è nell’interesse di nessuno avviare la procedura, questo spiega da un lato l’apertura di Bruxelles a trovare nuove soluzioni, come ha confermato Moscovici “le nostre porte sono sempre aperte”, dall’altro le dichiarazioni del premier Conte e dei viceministri. Il Presidente del consiglio ha confermato dal Vietman che farà di tutto per evitare che parta la procedura d’infrazione e chiede all’UE di avere un’osservanza meno dogmatica delle regole. Di Maio, dopo il crollo del M5S, rassicura gli italiani sulla prosecuzione di quota 100 e non osa dire altro. Salvini persegue la sua retorica da campagna elettorale, la sintesi della sua risposta è “non chiediamo i soldi ai tedeschi o ai polacchi, ma meno tasse e più lavoro per gli italiani”, come se tutto fosse così semplice.

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La posizione del leader della Lega sembra eccessivamente speranzosa. Che si eviti la procedura di infrazione e si avviino manovre di ridimensionamento delle spese per rientrare nei parametri UE venendosi incontro con la Commissione è l’ipotesi più concreta. Meno probabile sembra, invece, la prospettiva che sembra proporre Salvini secondo cui la futura Commissione a tinta sovranista trascurerà questi aspetti. E’ un ragionamento che non può appartenere ontologicamente a nessun sovranismo: tollerare gli errori economici di un paese e, in un certo senso, “abbonarli”.A prescindere dall’ultima riflessione sulla natura dei sovranismi e sulla loro evoluzione politica, il destino dell’economia italiana dipenderà dal dialogo che il governo riuscirà ad intrattenere con la Commissione vigente e, soprattutto, con quella che si insedierà intorno alla metà di luglio. Non è facile fare previsioni, come è stato già detto, ma anche se la procedura d’infrazione sarà accantonata, l’Italia dovrà caricarsi di impegni seri per riassestare la proprio economia e avviare una crescita sostenuta, come ha dichiarato il presidente di Confindustia Boccia.

Ora non resta che proseguire questo braccio di ferro con l’UE, nel frattempo che si stabilisca il nuovo parlamento e venga nominata la Commissione. Per quello che sarà il destino della procedura d’infrazione e dei rapporti decit-debito italiani bisognerà aspettare ancora un po’. Dalle elezioni europee tenutesi lo scorso 26 Maggio non si può prevedere come le nuove rappresentanza affronteranno il problema italiano; l’esito generale delle elezioni europee è leggermente diverso dal verdetto di quelle nostrane. Se in Italia ha vinto la Lega, un partito vicino a Front National di Marine Le Pen, leader del gruppo Movimento per un’Europa delle Nazioni e della Libertà, in altri stati europei non è stato così. Il Gruppo del Partito Popolare Europeo, i democratici cristiani, ha raggiunto 178 seggi, i socialisti democratici hanno conquistato 153 seggi, seguono i liberali democratici dell’Alde con 106. Il gruppo della Le Pen conta 58 seggi.

Questi risultati fanno pensare che la futura Europa potrebbe avere timore per la nostra economia e sospetti per la nostra vulnerabilità. Magari non verrà aperta una procedura, ma è poco probabile che il nuovo Parlamento e la nuova Commissione non impongano all’Italia di avviare manovre di riduzione del deficit, quindi, sostanzialmente, ulteriori tagli alla spesa pubblica. Non resta che aspettare cosa accadrà in questo mese, e capire quale sarà la posizione del partito con il 34% in Italia nei confronti delle alleanze che si formeranno trai gruppi. In Spagna, in Olanda, in Svezia e in Portogallo hanno vinto i socialisti, in Italia, in Francia e nel Regno Unito hanno vinto i sovranisti, l’Alde ha vinto in Repubblica Ceca, in Danimarca e in Estonia (ma è comunque la terza forza del continente); il resto dell’Europa è in mano al Partito Popolare, i moderati di centro-destra. Ora, quando i risultati elettorali diverranno concrete istituzioni si definirà il destino della nostra economia.

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