Nave Bahri Yanbu, i portuali impediscono il carico di materiale bellico

Nave Bahri Yanbu, i portuali impediscono il carico di materiale bellico

Nessuno ha parlato, ora, di chiudere i porti. Nessuno ha detto di bloccare la nave Bahri Yanbu carica di armi dirette all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen. Nessuno l’ha detto perché è contro la politica governativa, che finge di essere “cambiamento”, quando, in realtà, è sempre subordinata alle dinamiche di potere.  E’ una storia triste se ci si ferma a riflettere a quante guerre l’Italia ha contribuito negli ultimi 20 anni per esportare la democrazia. E, soprattutto, se si considera che la guerra fa parte di ogni governo.

L’Italia ha chiuso i porti alle navi che trasportavano migranti ma li avrebbe lasciati aperti ad un cargo dove venivano trasportate armi dirette in Arabia Saudita, la nazione che da quattro anni capeggia una coalizione sunnita sostenuta dall’occidente contro quella sciita in conflitto nello Yemen. Una guerra che causa migliaia di morti. Una guerra che l’Italia non combatte. Eppure in qualche modo la sostiene.

La prefettura, l’informazione e, soprattutto, i portuali di Genova sono riusciti a non far passare inosservata la notizia all’opinione pubblica nazionale. Perché in quello che doveva essere un semplice trasferimento di materiale “civile” sono comparsi due generatori della Defense Tecnel, spesso impiegati in operazioni belliche. In sciopero i lavoratori del porto hanno impedito che il materiale italiano fosse caricato sulla nave Bahri Yanbu nel porto di Genova.

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Già alcuni giorni fa il Prefetto Fiamma Spena spiegava il caso della nave Bahri Yanbu. La prefettura era ovviamente a conoscenza di quanto stesse accadendo. Ha detto di aver iniziato a raccogliere tutti gli elementi necessari affinché si potesse verificare se la nave fosse idonea o meno al passaggio delle barriere doganali. Ulteriori verifiche, in seguito, avrebbero stabilito il destino del cargo e del carico italiano. Il comandante della capitaneria di porto si era soffermato su una posizione molto neutrale: se il cargo avesse presentato i requisiti navali per transitare, da parte della capitaneria non sarebbe esistito alcun problema. Per il comandante Nicola Carlone sarebbero state le istituzioni a verificare se la nave avessero potuto attraccare e ripartire carica.

Trascorsi tre giorni Bahri Yanbu è arrivata nelle nostre acque, precisamente a Genova dove però migliaia di lavoratori portuali sono stati pronti a scioperare, ad astenersi da qualsiasi attività lavorativa finché il cargo non avesse lasciato il porto, senza aver caricato le armi richieste dall’Arabia. I lavoratori portuali hanno accolto con un presidio su Ponte Etiopia la nave che è arrivata attorno alle 6 di lunedì 20 maggio. Il consistente gruppo di portuali scioperanti non si è detto contrario al libero scambio, ma contrario a questa partnership Italia-Arabia Saudita, in cui il nostro paese permette che una nave carica di armi transiti e si rifornisca nei suoi porti.

Il gruppo di lavoratori ce l’ha con tutti; con Salvini, che pensa di essere l’unico a poter chiudere i porti, che li aprirebbe per le armi, serrandoli, invece, per i migranti. Ce l’ha anche, soprattutto, coi vecchi governi, gli artefici di accordi plurimillionari con l’Arabia Saudita in cambio dei nostri favori. L’associazione Amnesty International, infatti, ha ripetuto al premier Conte quello che urla nelle piazze da diversi anni: basta contribuire al rifornimento dell’Arabia Saudita di armi da usare in una cruenta guerra contro lo Yemen.

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Sebbene la Bahri abbia dichiarato che in 35 anni di operato con l’Italia, mai è stato trasportato materiale bellico, i portuali non si sono lasciati convincere. Hanno chiesto sempre più chiarezza, che non è arrivata. Perciò hanno scelto di schierarsi nello stesso modo in cui, alcuni giorni fa, è stato fatto al porto di Le Havre, dove la nave Yanbu doveva caricare 8 cannoni Caesar. Si, perché prima di approdare a Genova il cargo è passato per Anversa, dove con ogni probabilità avrebbe caricato una serie di armamenti.

Da Anversa in poi il viaggio si è complicato. Mancano sulla nave i cannoni di Le Havre e il materiale che doveva essere caricato in Italia. Su cosa sia questo materiale rimane qualche dubbio; nonostante alcuni, tra cui la Bahri, hanno cercato di far passare il tutto come strumenti di impiantistica civile, le associazioni che hanno aderito al presidio ritengono che vengano caricati droni e generatori militari. Il viaggio della Bahri Yanbu ha attraversato acque sempre meno calme. A Genova gli è stato permesso di attraccare ma a vincere sono stati i camalli, i portuali, la Filt, la Cgil, L’Acli, Libera. Sono riusciti a portare all’attenzione di tutti il fatto che l’Italia contribuisce al trasferimento di armi all’Arabia Saudita in guerra civile nello Yemen e anche a rallentare le stesse operazioni di scambio.

Rallentare perché vincere la guerra contro la guerra è pressoché impossibile. Fiamma Spena e gli altri esponenti della prefettura hanno vietato che la Bahri Yanbu carichi i due generatori, ma, purtroppo, si sta già cercando una soluzione. Sembra che il carico italiano verrà trasferito via terra a La Spezia, dove sia la prefettura sia i portuali non dovrebbero opporsi. Mentre i portuali di Genova, soddisfatti di aver impedito l’imbarco di quei 2 generatori, chiamano alla contestazione anche i lavoratori di altri porti, il destino del materiale italiano rimane incerto. E’ stata una forte presa di posizione pacifista dei portuali di Genova, di alcune associazioni e dei sindacati i cui vertici, per giustificare l’azione di oggi e, magari, invitare a fare lo stesso a La Spezia, si sono detti felici di “dare un nostro piccolo contributo a un problema grande per una popolazione che viene uccisa giornalmente: non diventeremo complici di quello che sta succedendo in Yemen”.

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