Questione meridionale: l’Italia non è ancora unificata

Questione meridionale: l’Italia non è ancora unificata
Carlo Levi - Lucania

Venerdì 3 maggio c’è stata l’ennesima sparatoria nel centro di Napoli per motivi legati alla criminalità organizzata. L’agguato di camorra anche questa volta non ha colpito solamente l’obiettivo prefissato, Salvatore Nurcaro, un pregiudicato legato al clan Rinaldi, ma anche quattro persone, tra cui una bambina piccola, ferita dal proiettile ad un polmone. La piccola Noemi ora si trova in stato di coma indotto, in bilico tra la vita e la morte.

L’ennesima sparatoria che fa vittime totalmente estranee

Il sindaco De Magistris ha espresso ovviamente parole di sdegno e di vicinanza alle vittime dell’agguato, in particolare alla famiglia di una bambina di quattro anni che ora rischia di morire per una storia in cui non c’entra nulla, ad un’età nella quale si dovrebbe pensare solamente a giocare con la maggiore spensieratezza possibile. Questo però non è sempre possibile a Napoli, nonostante sia una delle più grandi città di uno Stato che continua a definirsi civilizzato, ma che ovviamente perde pezzi fondamentali per una tale definizione. Basta infatti una rapida ricerca su Google per accorgersi di come il territorio campano, in particolar modo quello partenopeo, sia in realtà totalmente insicuro. Terra di guerra e di abbandono da parte di un paese che rimane inerme a guardare il susseguirsi di regolamenti di conti tra clan della camorra. Tra le immagini più recenti ci sono quelle registrate dalle telecamere delle attività in piazza Trento martedì 19 marzo, nella cui notte c’era stata una “stesa”, ovvero una sparatoria fatta totalmente a caso da un gruppo di ragazzi, riuniti in micro organizzazioni definite paranze, che mentre sfrecciano per le vie della città in sella ai loro scooter sparano all’impazzata ad altezza uomo senza un obiettivo preciso per affermare il proprio controllo sul territorio. In questo caso è possibile osservare come i tre dipendenti del gazebo colpito non si rendano neanche conto del fatto che un proiettile gli ha appena sfiorato la testa, rischiando di cancellare per sempre le storie di tre persone, tre vite, tre esseri umani anche questa volta del tutto estranei.

È una questione meridionale

Ci vuole veramente poco a questo punto dire che il problema di Napoli è la sicurezza, che c’è bisogno di più forze dell’ordine, di ancora più esercito per le strade, ma non serve a niente. La camorra, così come tutte le organizzazioni criminali di questo livello, non le si combatte con i fucili e con altre morti, almeno non se si vuole vincere sul lungo termine e sradicare questo male da una terra fin da troppo tempo martoriata. Se le mafie hanno un tale potere lo devono alla loro presa sui cittadini, paradossalmente sulle stesse persone che ne sono le vittime. Perché non è come nelle guerre medievali, non muoiono solamente i soldati e comunque non sarebbe una scusa. Chi nasce, vive e muore in quelle terre lo sa bene: nella maggior parte dei casi sei costretto a farti risucchiare dalle braccia delle organizzazioni criminali se vuoi sopravvivere, anche a costo di chinare la testa e rischiare la vita. Inutile parlare di ideali, etica e giustizia se le persone, senza fare tanti fronzoli, non hanno di che mangiare.

Questa però è una storia più vecchia di tutti noi, perché la questione meridionale risale a ben prima della nascita del Regno d’Italia e nel corso degli anni fin troppe persone ne hanno parlato e discusso, ma mai si è giunti ad una soluzione almeno parziale. Le differenze tra le parti settentrionale e meridionale del nostro paese sono sempre esistite e nel corso degli anni la situazione non ha fatto che peggiorare. Già dagli anni 80 dell’800 vi era un nord avviato ad uno sviluppo moderno caratterizzato da una lieve ed iniziale industrializzazione che si opponeva ad un meridione ancora totalmente di stampo agricolo. Con la prima guerra mondiale, ad esempio, il nord conobbe una grande fortuna grazie agli investimenti in campo bellico che fecero crescere ancora di più un’intera zona del paese che aveva già conosciuto un periodo di sviluppo grazie ai progressi in campo industriale. Al contempo, però al sud l’economia era ancora di stampo agricolo e le più o meno giovani braccia che mandavano avanti i campi dovettero lasciare la zappa per imbracciare i fucili, abbandonando così i campi e dunque quella poca economia che erano in grado di produrre per sopravvivere loro insieme alle proprie famiglie. Il periodo fascista non portò se non pochissimi miglioramenti. Da una parte il regime basava il proprio consenso sulla media borghesia, ovvero la classe dei latifondisti i cui interessi non coincidevano ovviamente con quelli dei contadini, i quali, maggior parte della popolazione non conobbero alcun miglioramento delle proprie condizioni, se non un peggioramento: la battaglia del grano andò a discapito di molte altre culture più redditizie e già da tempo avviate nel sud Italia, che così andò incontro ad un’altra battuta d’arresto nella propria economia e quindi nelle proprie condizioni di vita. A tal proposito un approfondimento di grandissima qualità letteraria è il romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, il meraviglioso racconto di una terra fino ad allora sconosciuta. Gli investimenti infrastrutturali, inoltre, attuati dal fascismo non furono abbastanza sufficienti a dare una realtà almeno apparentemente moderna ad una terra che ancora era costretta a muoversi a bordo di pochissimi asinelli in interi paesi che comunque non sempre erano prestati gratuitamente, divenendo così un altro, l’ennesimo, bene inaccessibile per moltissime fasce della popolazione. Nota di merito tuttavia va data al regime per la sua lotta al brigantaggio, ovvero la malavita organizzata che poi prenderà forma nelle diverse associazioni mafiose che oggi conosciamo, anche se comunque non fu abbastanza per debellare totalmente il fenomeno. Per quanto riguarda la seconda guerra mondiale, purtroppo, si ripeté la stessa situazione della precedente e terminato il conflitto le condizioni del meridione non migliorarono. L’Assemblea Costituente ne discusse molto, arrivando a destinare diversi fondi proprio per il mezzogiorno, creando pure un istituto del tutto dedicato, la Cassa del Mezzogiorno. Gli investimenti ed i flussi generati però furono intercettati dalla mafia, che nel frattempo, grazie anche agli aiuti forniti alle truppe anglo americane nelle operazioni di liberazione dell’Italia dal fascismo, aveva recuperato moltissimo potere. I soldi così finirono spesso per essere riciclati e poi investiti in attività gestite dalla criminalità organizzata.

Nei decenni successivi l’economia conobbe un periodo breve di sviluppo durante il boom economico degli anni 60, che però iniziò con ritardo e terminò quasi subito a causa dello shock petrolifero degli anni 70. Da questo momento in poi il divario tra nord e sud si fece sempre più importante, con i grandi flussi migratori che hanno caratterizzato le popolazioni meridionali verso il settentrione.  Ad oggi le differenze sono di certo più lievi rispetto a quelle del periodo post unitario, ma l’Italia rimane ancora un paese diviso nettamente in due dal punto di vista economico, ma non solo.

Quella meridionale è una questione ancora attuale

L’immagine che emerge dai dati del lavoro riguardanti l’Italia riporta in realtà due paesi in uno che proseguono su strade totalmente differenti. Nel sud il tasso di disoccupazione relativo al 2018 si attesta al 18,4%, un numero eccessivamente maggiore rispetto a nord e centro che rispettivamente si assestano al 6,6% e 9,4%. Se si fanno i confronti con l’Europa i numeri sono ancora più impressionanti: al sud oltre un ragazzo su due è disoccupato, mentre in Alta Baviera, ad esempio, solo 4 giovani su 100 sono senza un’occupazione. Tra le 280 regioni europee Sicilia e Campania occupano il settimo e nono posto tra le peggiori dieci per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Se il lavoro manca non ci sono neanche i soldi ovviamente ed il tasso di povertà è dilagante, tanto che porta il meridione italiano ai livelli della Romania, entrambi con un livello di povertà al 12%, ma quello che cambia è il ritmo negli anni. Nel 2008 infatti la Romania aveva un tasso del 11%, mentre nel sud Italia si attestava a ben due punti in meno, il 10%, mettendo in mostra un peggioramento drastico nel corso di soli 10 anni. Una terra povera ed abbandonata a sé stessa che non conosce alcuna forma di aiuto da parte del proprio Stato.

Le dinamiche sociali in tale contesto sono ormai ben note a tutti. Specialmente per i giovani le organizzazioni criminali permettono alle fasce più povere della popolazione di poter trovare facilmente occupazioni retribuite più che bene entrando a far parte delle loro attività illecite. La possibilità dunque di abbandonare gli studi e diventare presto “ricchi”, mentre all’opposto le uniche speranze sono la disoccupazione o lavori estremamente faticosi ed umili sottopagati. La stessa cosa vale ovviamente per le fasce più anziane della società, ancora più attratte dai giri malavitosi se si ritrovano con una famiglia sulle spalle e senza un lavoro che permette loro di vivere almeno dignitosamente. L’unica arma per sconfiggere tali organizzazioni e permettere che lo Stato si riappropri di un pezzo dell’Italia che non è in alcun modo sotto il suo controllo è l’economia, il lavoro, la possibilità dunque di vivere, niente di più. Ciò che serve sono interventi strutturali che per le dimensioni e le risorse necessarie prevedono ingenti investimenti ed una veduta a lungo termine fino ad ora però non pervenute. Nel frattempo ci accontentiamo di slogan, minacce a non ben identificati criminali, parole campate per aria e le solite attenzioni mediatiche che durano il tempo di quindici giorni, per poi far ritornare tutto nella peggiore delle quotidianità.

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