Da dove nasce il reddito di cittadinanza?

Da dove nasce il reddito di cittadinanza?

“E’ istituito, a decorrere dal mese di aprile 2019, il Reddito di cittadinanza, di seguito denominato «Rdc», quale misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al  lavoro, di contrasto alla  povertà,  alla  disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta  a  favorire  il  diritto  all’informazione, all’istruzione, alla formazione e alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti  a rischio di emarginazione nella società e nel mondo  del  lavoro”.

Questo è ciò che recitano le prima righe del decreto legge sul Reddito di cittadinanza, una misura assistenzialista che combatte la povertà e l’esclusione sociale. Non c’è dubbio che il Reddito di cittadinanza, sostanzialmente, sia quanto detto; ma non solo, perché affonda le sue radici nei discorsi di trent’anni fa di Grillo e in prospettiva si rivolge ai modelli delle società californiane.

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Che uno supporti o meno il Movimento 5 Stelle è innegabile che Beppe Grillo nel corso della sua carriera di comico ha detto molte verità; e l’ha dette con l’onestà di chi vuole informare le persone. Per questo nei suoi spettacoli, tra una battuta e l’altra, mentre svelava gli scandali della Sip e della Parmalat, invitava le persone ad usare le bottiglie d’alluminio, quelle che ha distribuito Roma Tre in queste settimane per intenderci. Malediceva le macchine, il petrolio. 25 anni fa invocava l’auto elettrica. Ma soprattutto diceva già una cosa molto interessante: bisogna lavorare meno. Queste “massime”, per così dire, sono disseminate negli spettacoli dei primi anni ’90; molte di queste esibizione non andavano in Tv, visto il brutto rapporto che ebbe Grillo con la censura nella sua carriera. In ogni caso, erano informazioni che circolavano e più che un comico, Grillo, agli occhi delle persone, diventava un araldo della verità. Oggi indubbiamente la sua posizione è cambiata ed è cambiato anche il suo modo di comunicare; ha acceso il secondo cervello, quello della pancia, come lui stesso ha affermato. Quindi il comico è diventato un oratore, che fonde i suoi discorsi con le vecchie sue aspirazioni.

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Come si ricollega questo excursus su Grillo al Reddito di cittadinanza? Grillo è un convinto sostenitore di questa misura. Ed è da questi discorsi che potremmo intuire che solo in questo momento storico la “riforma” si è fermata ad un reddito minimo garantito e non si è ancora trasformata in un reddito di base universale. In uno spettacolo “Grillo vs Grillo”, disponibile su Netflix, girato nel 2017, il comico genovese parla di politiche a lungo termine. Sostiene che tra 10/20 anni il 50% dei lavori conosciuti non esisterà più; che non ha senso organizzare la scuola nel modo in cui ti indirizza ad un lavoro perché probabilmente quell’occupazione scomparirà; allora quando si parla di disoccupazione si dovrebbero pensare altri modi per combatterla.

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In sostanza molte persone perderanno il loro impiego e non ci sarà un ricambio generazionale perché sarà la tecnologia a sostituirsi a buona parte dei lavoratori. E’ per questo che Grillo, Casaleggio e il Movimento 5 Stelle hanno sempre parlato di reddito di base, che nella versione reddito di cittadinanza è stato ridimensionato. Perché, che si condivida o meno, è uno sguardo al futuro ed un approccio preventivo verso quelli che saranno gli sconvolgimenti dei tempi che verranno. Quindi forse, più che una forma di clientelismo sembrerebbe un’azione politica audace, magari un po’ strumentalizzata e accelerata in vista delle elezioni europee di Maggio. Mentre sono chiare e ben definite le modalità d’iscrizione, non sono così altrettanto precise e affidabili quelle che offrono la possibilità di partecipare alla manovra. Mancano, ancora, dei moduli precompilati per calcolare l’ISEE, in modo da evitare possibili “furbi”, ma si è preferito andare avanti.

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Questo, comunque, è un altro discorso. Ciò che interessa di più a questo articolo è il respiro di una manovra che ha un progetto a lungo termine, che si propone, almeno in origine, come soluzione ai problemi che coinvolgono e potranno coinvolgere il mercato del lavoro nei prossimi anni. Il Reddito di base e la sua versione più smart, il Reddito minimo garantito, si fondano su questo principio e su un nuovo concetto di welfare, in cui l’offerta sociale dello Stato sarebbe distribuita sotto forma di quota basilare universale. E non dobbiamo stupirci che questa prospettiva abbia una storia molto longeva o che esista indipendentemente dai 5 Stelle, i quali sono soltanto una forza politica che si sta avvalendo di questo strumento non gli inventori.

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Ho conosciuto l’idea di assegnare un reddito di base per tutti attraverso una copertina di Internazionale del Settembre 2016. Evidentemente se ne parla già da un po’. E come Grillo, già John Sturart Mill e John Maynard Keynes avevano prefigurato un futuro dove ci sarebbe stato più tempo libero e quindi le attività umane si sarebbero spostate dall’utile al bello. L’esplosione della robotica renderà possibile automatizzare tra un quarto e un terzo dei lavori attuali. Si capisce bene qual è il reale ruolo del reddito di base. Richard Nixon nel 1969 pensava all’introduzione di un Reddito universale per contrastare la povertà e per rinforzare la struttura sociale. Il 90% dei giornali statunitensi si diceva favorevole; nel ’70 il New York Times titolava: “il progetto dello stato sociale è stato approvato dalla camera, una battaglia vinta nella crociata delle riforme”. Sembrava fatta, perché la prima potenza mondiale inaugurasse una manovra che cambiava in maniera consistente l’organizzazione sociale, ma tutto fu bloccato dal Senato e dalle sorti nefaste della Speenhamland, una riforma per i poveri emanata in Inghilterra 150 anni prima.

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Un po’ tutti furono influenzati dall’analisi di quel fatto storico compiuta dal sociologo ungherese Karl Polanyi e la riforma di Nixon finì piano piano per essere accantonata. Ma non si è smesso assolutamente di parlare di reddito di base in altre zone del mondo. Negli ultimi anni l’idea di un reddito di base è ricomparsa trai programmi di alcune forze politiche. Nella Silicon Valley si sta avviando un esperimento simile a quelli fatti in Canada e Finlandia. In molti big della California sono convinti che il reddito di base debba sostituirsi al welfare state che è ormai diventato inefficiente e costoso. Ora interessa capire come le persone reagirebbero al fatto di lavorare meno.

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Certamente di Reddito di base si sentirà parlare sempre di più in futuro. Anche se non aumenta il lavoro, come ha scritto il Sole 24 Ore qualche mese fa riguardo ai risultati del test biennale in Finlandia, accresce il benessere; ed è questo il suo obiettivo. Con tutto lo scetticismo legittimo che avvolge la manovra dei 5 Stelle, che può essere economicamente discutibile (costerà, più o meno, 1 mld, e sono stati tagliati 4 mld all’istruzione),  è interessante notare che, dopo molti anni, in Italia guardiamo al futuro. Nel senso, che il Reddito di cittadinanza come surrogato di un reddito universale è una filosofia attraverso cui vivere il mondo moderno, non solo una riforma economica. Perché, per riguarda l’economia, il governo del cambiamento ha velocizzato la crescita del debito pubblico e abbassato notevolmente l’indice di crescita.

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