Lo spopolamento della montagna, perchè i giovani scappano

Lo spopolamento della montagna, perchè i giovani scappano

È una buona stima, conferma il sindaco di Belluno Jacopo Massaro, quella che individua attorno al milione, il numero delle persone che dalla seconda metà del ‘900 ad oggi, hanno abbandonato la montagna. Se in passato vivere ad alta quota aumentava le probabilità di salvarsi dalla devastazione dei barbari, oggi, per sopravvivere, per libera scelta, o per mancanza di essa, si  lascia la montagna per andare in città. 

Lo spopolamento delle aree montane in Italia è un serio problema che ha ridotto alcuni sindaci esasperati ad inventarsi di tutto pur di convincere la gente a tornare. L’anno scorso, fece notizia la decisione del primo cittadino di Borgomezzavalle di mettere in vendita ad 1 euro alcune case del piccolo borgo piemontese che rischiava di diventare un luogo fantasma. 

Cause ed effetti

Nel nostro paese le aree alpine e appenniniche si abbandonando per una combinazione di fattori. Tra questi ci sono la mancanza servizi, l’inospitalità del clima e soprattutto dei costi di vita insostenibili a fronte della poca redditività del lavoro. Le principali attività montane, l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato, hanno subito la concorrenza feroce della globalizzazione trovandosi impreparate a competere con i prezzi bassi offerti in pianura, dove spesso, si produce e si alleva in maniera intensiva. Questa concorrenza ha causato un graduale impoverimento se non abbandono totale di molte attività con molteplici conseguenze sul territorio. Abbandonando le terre, diminuisce la biodiversità, si dimenticano tradizioni e si fanno scomparire le piccole comunità di terre alte. Le terre abbandonate inoltre, permettono l’avanzamento rapido ed inesorabile del bosco, che non solo rende i terreni improduttivi, ma li espone anche al rischio di dissesto idrogeologico.

Il caso di Belluno

«I giovani scappano soprattutto perché mancano adeguate opportunità di formazione e servizi» – ci spiega il sindaco di Belluno Massaro. «Le occasioni di divertimento e socialità diminuiscono perché non ci sono trasporti adeguati. Oggi i giovani sono più green, vogliono spostarsi con l’autobus, peccato che per noi sia insostenibile coprire il costo di un mezzo che trasporta sì e no due persone da una frazione all’altra. Quando spostarsi diventa complicato, e non hai alternative all’uso dell’auto, non sei certo incoraggiato a restare in montagna.»

Viene logico pensare che più se ne vanno, più si priva la comunità di linfa vitale, di nuove imprese, attività commerciarli, cultura e in generale di un tessuto sociale che può impoverirsi fino a scomparire del tutto. Come arrestare dunque il circolo vizioso? Nel caso di Belluno si sta agendo su tre fronti che negli ultimi anni hanno tamponato l’emorragia verso la pianura. 

«Stiamo lavorando sul mantenimento della tassazione bassa per le imprese in modo tale da incentivarle a restare sul territorio creando nuovi posti di lavoro. I risultati raggiunti fino ad ora sono buoni e Belluno è diventata la terza città italiana con minore pressione fiscale. Il secondo punto è il turismo, settore fondamentale sul quale investire, mentre il terzo è la formazione. Stiamo lavorando assieme a Confindustria per portare entro quest’anno in uno dei nostri palazzi storici a Belluno, alcuni Master universitari della Luiss di Roma, e delle università di Venezia e Padova.»

Anche chi rimane può fare molto 

Se lungo un binario si muove la politica, in parallelo anche chi in montagna già ci vive, ed ha a cuore la sopravvivenza della comunità, ci mette del proprio. È il caso del gruppo di azione locale Belluno Alpina, che attraverso il progetto “Ronce 2020”, intende portare avanti una serie di azioni per contrastare lo spopolamento riportando al centro l’agricoltura e i valori del suo protagonista, “l’uomo dolomitico”, come lo ha definito il portavoce del gruppo Jimmy Dal Farra . Il progetto prevede anche il riordino dei percorsi naturalistici, la riqualificazione di edifici abbandonati e l’organizzazione di grandi eventi, su tutti, il Giro d’Italia. A mettersi in azione sono gli stessi cittadini, quelli rimasti, che con buona volontà, si attrezzano per creare dei servizi di trasporto di generi alimentari alle persone più anziane che hanno difficoltà a spostarsi, oppure si impegnano a sfalciare i prati e tenere pulito il bosco. Al comune viene chiesto di supportare queste azioni con risorse che spesso  sono insufficienti.

Poche risorse e poca autonomia 

«Noi sappiamo molto bene di cosa abbiamo bisogno, il problema sono le competenze e le risorse  che rimangono bloccate a Roma o in mano alla Regione che non si è dimostrata disponibile a concederle quando le abbiamo richieste» – puntualizza il sindaco Massaro. «Bisogna tenere a mente che in montagna tutto costa di più. Una strada costruita qui costa 12 volte in più di una strada di pianura. E come accade nel caso della sanità, dovendo garantire determinati standard, il problema dello spopolamento, fa aumentare i costi che lievitano di anno in anno perché devono essere ripartiti su una popolazione sempre minore. Abbiamo bisogno di più aiuti in questo senso per evitare altri casi come Sappada, un comune esasperato dalle difficoltà che ha ottenuto il passaggio al Friuli Venezia Giulia.»

Quando faccio notare come suoni paradossale che una regione come il Veneto, così desiderosa di autonomia, a casa propria, non sia disponibile a concederne a territori con necessità specifiche, Massaro rivela il suo punto di vista sulla questione che sta tanto a cuore a Zaia e ai veneti che hanno votato sì al referendum consultivo del 2017. «Io non sono contrario all’autonomia, a patto che non diventi il trasferimento della complessità burocratica di un ministero, ad un ente regionale che soffre già di una burocrazia farraginosa. Sono favore al decentramento se è funzionale nel dare una mano ai comuni che sono la spina dorsale dell’Italia.» 

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