Non solo carne, il costo dell’itticoltura intensiva

Non solo carne, il costo dell’itticoltura intensiva
Fonte: www.ohga.it

«Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui  tratta gli animali»

Mahatma Gandhi 

Considerata come la soluzione alla sovrapesca e alla crescente domanda di pesce, l’acquacoltura intensiva segue le stesse regole degli allevamenti intensivi di bestiame i cui effetti sull’ecosistema e la cui crudeltà sugli animali si stanno, seppur timidamente, rivelando al pubblico. Al contrario, sommersi dalle acque e lontani da sguardi indiscreti, ci si dimentica degli allevamenti ittici, spesso luoghi dove ancora una volta la legge del profitto vince sul rispetto della vita animale e dell’ecosistema. 

Un sistema necessario per sfamare tutti 

Incoraggiato dalle raccomandazioni della comunità scientifica, e dalla crescita della popolazione mondiale, il consumo di pesce è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi decenni. Se nel 1960 il consumo procapite era di 10 kg, la cifra è più che raddoppiata con una media di oltre 20 kg annui di consumo pro capite nel 2018 (Rapporto FAO). In Europa la cifra sale fino a 22,5 kg con l’Italia al primo posto (26 kg). Essendo impossibile sfamare tutti quanti con il solo pescato, entrano in gioco proprio gli allevamenti che forniscono della materia prima protagonista di un prolifico commercio globale che vede l’Italia in un ruolo centrale come produttrice e forte importatrice di pesce dall’estero. Nonostante l’acquacoltura sia vista come una buona alternativa alla sovrapesca, e rappresenti una sicura fonte di cibo contro la piaga della fame in molti paesi poveri, in assenza di norme efficaci, sotto molti punti di vista, gli allevamenti sono da mettere in seria discussione. Non è un caso che un brand in prima linea per lo sviluppo sostenibile come Patagonia, abbia messo al centro della sua nuova campagna di comunicazione proprio Artifishal, un documentario che denuncia gli orrori degli allevamenti di salmone in nord Europa.  

L’impatto ambientale dell’allevamento di pesce 

Gli allevamenti intensivi producono enormi quantità di rifiuti organici che vengono dispersi nelle dirette circostanze dei siti dove sorgono. Questi rifiuti (fecali) sono i responsabili della crescita accelerata di alghe pericolose per gli animali marini e per gli uomini che mangiano i molluschi contaminati. In aggiunta, per costruire gli allevamenti si sfruttano le coste in modo sconsiderato, con la conseguente distruzione di interi ecosistemi. Nel caso degli amatissimi gamberetti asiatici, per allevarli si abbattono le mangrovie deprivando molti animali del loro habitat naturale; in alcuni paesi le foreste di mangrovie sono state ridotte addirittura dell’ 80%.

Inoltre, nelle gabbie sovraffollate dove vengono allevati centinaia di migliaia di pesci, si moltiplicano parassiti e malattie. Se quelli allevati resistono ad esse grazie a massicce dosi di vaccini e antibiotici, le specie libere in prossimità dei siti muoiono infettate. Secondo dati Slow Food, un allevamento di salmoni in Canada, può generare un tasso di pidocchi di mare 33.000 volte superiore al tasso normale.

Infine, che l’allevamento sia la soluzione ultima allo sfruttamento delle specie libere, non è del tutto la verità. Pesci carnivori come il salmone e il tonno vengono nutriti con carne di pesci pescati come aringhe, sardine e sgombri, che potrebbe essere destinati direttamente al consumo umano. Tuttavia il passaggio è necessario, notoriamente i pesci di allevamento sono apprezzati per le loro taglie importanti ottenute con un alimentazione che di proposito fa ingrassare l’animale. 

La crudeltà gratuita che portiamo sul piatto

L’anno scorso, per la prima volta in Europa, il team investigativo di Essere Animali ha raccontato che cosa accade veramente dentro agli allevamenti intensivi di pesce. Le immagini raccolte raccontano la crudeltà con cui vengono trattati degli animali che la scienza da prove di essere senzienti. I pesci sono intelligenti, hanno coscienza di sé, sono esseri socievoli e in grado di provare dolore. “Il modo in cui vengono manipolati i pesci e il comportamento dei lavoratori mostrano completo disinteresse per le prove scientifiche che mostrano quanto i teleostei (pesci con spina) siano capaci di provare dolore, stress e angoscia” – afferma Jonathan Balcombe, biologo e autore di What a fish knows. 

Le telecamere nascoste di Essere Animali hanno raccolto immagini in diversi allevamenti ittici italiani scoprendo gabbie in cui sono stipati anche 300.000 pesci (orate, trote o branzini). Visto che al momento non esiste una legge che regoli l’abbattimento dei pesci, ogni stabilimento decide la propria modalità. Nella maggior parte dei casi, i metodi adottati causano sofferenze gratuite agli animali. Alcuni pesci vengono brutalmente scaraventati in vasche colme di ghiaccio dove soffocano lentamente. Spesso le vasche si tingono di rosso per il sangue dei pesci che ammassati e spaventati si dimenano ferendosi. Quando non vengono lasciati boccheggiare fino alla morte, i pesci vengono colpiti a bastonate o sbattuti violentemente contro barre d’acciaio. Alcuni vengono legati ancora vivi per la coda con delle fascette di plastica che passano attraverso le branchie per soddisfare clienti che richiedono questa legatura come come garanzia di freschezza. Le riprese degli investigatori mostrano anche il trattamento riservato alle femmine. Queste vengono sedate e spremute manualmente per estrarre le uova da fecondare. Mentre in altre immagini si vedono orate ammassate in piccole piscine dove la luce artificiale sconvolge il loro bioritmo portandole a riprodursi in continuazione. 

Proprio per arrestare questa silenziosa sofferenza inflitta ai pesci, Essere Animali ha lanciato una petizione che chiede alla grande distribuzione di fornirsi solo di pesce da allevamenti che adottino metodi più rispettosi degli animali.

Mangiare meno pesce, magari privilegiare il pescato povero del Mediterraneo, rappresenterebbe un primo passo verso un consumo più etico, più sano per l’uomo e per l’ambiente. L’unico a poter decidere, è il consumatore consapevole del vero costo del cibo. Nell’era del consumismo tuttavia è diventato difficile comprendere ciò a cui non si sa dare un valore monetario, per questo, il (gratuito) rispetto che la vita animale e umana chiede, troppo spesso passa in secondo piano. Portare rispetto, dedicare un po’ di tempo in più a selezionare ciò che si acquista è gratuito. Nessun ci paga per farlo, non c’è alcun vantaggio immediato in questo scambio. Si fatica al di fuori delle responsabilità lavorative e familiari, ad assumersi anche quelle che riguardano le conseguenze che le nostre scelte alimentari hanno sugli animali e sul pianeta che ci ospita. Assumersi più responsabilità, sarà dunque il primo passo verso un mondo più giusto.

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