Perdere la milza o la gamba per una consegna: l’immagine del lavoro 2.0

Perdere la milza o la gamba per una consegna: l’immagine del lavoro 2.0

Marco La Corte è stato investito da un’auto in corsa mentre effettuava la sua ultima consegna per Deliveroo ed ha perso la milza. Quello di Marco è solamente l’ultimo caso di una vittima dello sviluppo del mercato del lavoro collegato ai progressi tecnologici. Usare una di queste piattaforme è estremamente facile: basta installare l’app, prenotare il cibo che si desidera e pagare online ad un costo non di molto superiore a quella che sarebbe la consumazione nel luogo fisico dal quale abbiamo appena acquistato il pasto.

Oltre a Marco gli incidenti sono numerosi e frequenti. Negli ultimi anni, data anche l’espansione del mercato di questi nuovi strumenti digitali, gli infortuni dei rider, spesso anche gravi, sono aumentati. Alberto Piscopo Pollini, 19 anni, è stato travolto da un’auto mentre faceva le proprie consegne in scooter da una macchina, lasciandoci la vita. Francesco Iennaco, 29 anni, mentre consegnava le pizze per Just Eat sul suo scooter è scivolato in concomitanza del passaggio di un tram ed ha perso così la sua gamba. Questi sono solamente due casi presi tra i tanti. Un lavoro ovviamente pericoloso, che costringe chi lo svolge, in grandissima parte giovani che cercano di arrotondare, a sfrecciare per le strade insidiose delle grandi città su mezzi come scooter e biciclette, in qualsiasi condizione metereologica in mezzo al traffico che, unito ad una pavimentazione liscia come il pavè, diviene letale. Ovviamente correre è d’obbligo: il pasto deve giungere caldo a chi l’acquista ed il fattorino ha una sua reputazione gestita sia dalle recensioni dei clienti sia, ad esempio in Deliveroo, da quanti turni svolge durante il fine settimana. Tutto ciò senza alcuna garanzia da parte delle grandi aziende. Le spese sono tutte a carico dei giovani lavoratori, dalla bicicletta ai rimborsi per eventuali incidenti.

Il dubbio sorge spontaneo: come è possibile usufruire di una consegna a domicilio fulminea senza dover pagare una somma considerevolmente maggiore al prezzo di menù? L’azienda che fornisce il servizio ovviamente non fa beneficienza per cui deve sicuramente avere una fase dell’intero servizio venduto su cui ammortizzare i costi ed ottenere un ricavato. Allora quale miglior modo se non quello, classico, dello sfruttamento del lavoratore?

Lavoratori che però non si sono dati per vinti e nel 2016 hanno iniziato a protestare per richiedere maggiori diritti e sicurezze più concrete da parte delle aziende leader nel settore del food delivery, in particolar modo dopo l’introduzione del cottimo, ovvero di un salario che dipende dalla quantità delle consegne effettuate, costringendo così i rider a ritmi disumani e forsennati.

Foodora, ad esempio, è rimasta invischiata in un caso legale che probabilmente segnerà uno spartiacque nel mercato del lavoro dei rider. L’azienda aveva licenziato cinque lavoratori che avevano protestato contro la paga oraria. Questi hanno dunque fatto causa all’azienda per ottenere il reintegro, l’assunzione, il risarcimento e i contribuiti previdenziali non goduti per il licenziamento. La Corte d’Appello ha riconosciuto infine ai lavoratori il diritto a ricevere una somma calcolata sulla retribuzione stabilita dal contratto nazionale logistica – trasporto merci. Una vittoria a metà, certo, dalla quale manca il riconoscimento del licenziamento discriminatorio, tuttavia un inizio importante nella conquista dei diritti dei rider all’interno di un mondo del lavoro che sta conoscendo, parallelamente alle nuove tecnologie, sviluppi importanti e che spesso non riesce ad aggiornarsi in tempo.  L’avvocato dei cinque lavoratori, Sergio Bonetto, ha infatti spiegato: «Questa azienda è riuscita nell’impresa di costruire un meccanismo tale per cui questi fattorini venivano pagati meno di quello che, all’epoca, era la metà del corrispettivo di un voucher per lavoro occasionale. Una miseria. Sulla carta la gestione dei collaboratori da parte di Foodora era leggerissima e deregolata. Nella pratica era piena di obblighi».

Attualmente però la regolamentazione dei rider rimane ancora in sospeso, nonostante fosse stato uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale. Durante gli ultimi mesi del 2018 i rider si sono infatti lamentati delle mancate promesse del nuovo governo per quelli che sono i loro diritti, denunciando una dimenticanza ed una indifferenza nei loro confronti. Proprio in questi giorni, però, pare che qualcosa si stia smuovendo all’interno delle sedi di governo: nel decreto del reddito di cittadinanza e di quota 100 il governo sarebbe pronto ad inserire, sotto forma di emendamento, la disciplina per la regolamentazione dei rider. Di Maio, se così fosse, manterrebbe la parola data a gennaio quando aveva detto che entro marzo il governo si sarebbe occupato della questione. Le novità introdotte permetterebbero ai rider di avere una condizione lavorativa pari a quella del lavoro subordinato: niente cottimo, copertura assicurativa obbligatoria, anche se rimane la difficoltà di stabilire in quale categoria lavorativa far rientrare i rider.

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