Vaticano e pedofilia: la condanna del cardinale Pell arriva in un momento strategico

Vaticano e pedofilia: la condanna del cardinale Pell arriva in un momento strategico
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Tempismo perfetto ma non casuale: la condanna del cardinale George Pell arriva all’indomani della chiusura del summit sulla tolleranza zero contro i reati di pedofilia in Vaticano. Il 24 febbraio infatti mentre Bergoglio chiudeva la conferenza era perfettamente consapevole della condanna in primo grado, pronunciata l’11 dicembre 2018, nei confronti del prelato.

Il contrasto alla pedofilia è stato uno dei principi ispiratori della politica vaticana di papa Francesco, eppure nonostante gli innumerevoli incontri sul tema, il primo vero segnale arriva dalla magistratura australiana e non da quella vaticana.

Per quanto il pontefice avesse sollevato il cardinale Pell, dallo scorso dicembre, dallo svolgimento del suo ministero e lo avesse allontanato sia da Roma sia da attività che lo avrebbero potuto avvicinare ai minori, resta il fatto che quel cardinale sia stato una delle figure più autorevoli del pontificato di Bergoglio, nonché uno dei suoi uomini più vicini e fidati.

Da membro del C9 e da prefetto della Segreteria per l’Economia, infatti, Pell ha continuato a mantenere stretti rapporti con il pontefice fino alla sentenza di colpevolezza emessa all’unanimità dalla giuria australiana.

In riferimento a ciò Alessandro Gisotti, portavoce ad interim della Santa Sede, ha dichiarato: «in nome di questo rispetto (per la magistratura australiana) attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado. In attesa del giudizio definitivo, ci uniamo ai vescovi australiani nel pregare per tutte le vittime di abuso, ribadendo il nostro impegno a fare tutto il possibile affinché la Chiesa sia una casa sicura per tutti, specialmente per i bambini e i più vulnerabili».

La condanna del cardinale Pell: la prima condanna civile a cui seguirà il carcere

È la prima volta che un alto prelato della Chiesa cattolica viene condannato e punito con la reclusione in carcere per reati di pedofilia. Il cardinale Pell andrà in carcere a Melbourne in attesa della sentenza definitiva. È iniziata oggi, a Victoria, l’udienza per comminare la sua condanna: rischia fino a 50 anni di carcere, ma continua a dichiararsi innocente. La sentenza vera e propria verrà pronunciata il 13 marzo.

Il cardinale è stato accusato di diversi casi di abuso, ma questo processo riguardava esclusivamente i fatti avvenuti a Melbourne: si è occupato di 5 capi d’imputazione riguardanti abusi perpetrati tra il luglio 1996 e il febbraio 1997. Si tratta di uno stupro e di un atto di sesso orale ai danni di due minori, membri del coro della Chiesa di Saint Patrick a Melbourne, oltre che di una serie di atti osceni commessi in presenza di minori.

Dei due minori in questione soltanto uno è ancora vivo e potrà, a distanza di troppi anni, vedere riconosciuta parte del suo riscatto. L’altra vittima è morta nel 2006 per overdose di eroina. Ai tempi degli abusi le due vittime avevano rispettivamente 12 e 13 anni.

Rispetto alla condanna del cardinale Pell, Leonie Sheedy, direttore di Care Leavers Australia, associazione per le vittime di abusi: «La Chiesa cattolica non è così potente come lo era una volta, quando eravamo bambini. Sono finiti i giorni in cui potevano influenzare il governo. Giustamente è così. Siamo stati trattati come cittadini di seconda classe. Ma ora ci hanno creduto».

Il summit sulla pedofilia: ‘basta tacere per coprire la verità’

Ad incontrarsi per quattro giorni sono stati i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo e le vittime di abusi sessuali. Nella maggior parte dei casi si è trattato di incontri inediti, mai avvenuti prima, il cui scopo è stato quello di dire ‘basta tacere per coprire la verità’.

Il summit oltre a rappresentare un segnale forte, un’esposizione importante da parte della Chiesa, ha delineato anche le linee guida della tolleranza zero, come ha tenuto a ribadire papa Francesco: «l’obiettivo della Chiesa sarà quello di ascoltare, tutelare, proteggere e curare i minori abusati, sfruttati e dimenticati, ovunque essi siano».

Affinché non rimangano mere parole, Bergoglio ha indicato le Best Practices, definite da lui stesso “misure concrete ed efficaci da predisporre”, come uno sostegno da adottare nel difficile contrasto alla pedofilia. Sono sette strategie pratiche formulate, sotto la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un gruppo di dieci agenzie internazionali. E prevedono: la tutela dei minori, la serietà impeccabile, una vera purificazione e formazione, il rafforzamento e la verifica delle linee guida delle Conferenze episcopali affinché i vescovi applichino concretamente queste misure e l’inammissibilità della copertura degli abusi.

I racconti delle vittime: l’uccisione dell’anima

Ad aprire il summt sono state cinque vittime che hanno raccontato le loro storie di abusi, il loro dolore e il faticoso percorso per attraversarlo e non rimanerne schiacciato. Di seguito due delle cinque testimonianze.

Una delle vittime racconta: «Dall’età di 15 anni ho avuto relazioni sessuali con un prete. Questo è durato 13 anni. Sono stata incinta tre volte e mi ha fatto abortire tre volte, molto semplicemente perché non voleva usare profilattici o metodi contraccettivi. All’inizio mi fidavo così tanto di lui che non sapevo potesse abusare di me. Avevo paura di lui e ogni volta che mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con lui, mi picchiava. E siccome ero completamente dipendente da lui economicamente, ho subito tutte le umiliazioni che mi infliggeva. Avevamo questi rapporti sia a casa sua nel villaggio che nel centro di accoglienza diocesano. In questa relazione non avevo il diritto di avere dei ‘ragazzi’; ogni volta che ne avevo uno e lui veniva a saperlo, mi picchiava. Era la condizione perché mi aiutasse economicamente. Mi dava tutto quello che volevo, quando accettavo di avere rapporti sessuali; altrimenti mi picchiava».

L’altra testimonianza è portata da una vittima del clero cileno e racconta il faticoso processo di riconoscimento: «Le vittime hanno bisogno che si creda loro, che le si rispettino, che ci si prenda cura di loro e si guariscano. Bisogna far guarire le vittime, esser loro vicini, bisogna credere loro e accompagnarle. Voi siete i medici dell’anima e tuttavia, salvo rare eccezioni, vi siete trasformati in assassini dell’anima, in assassini della fede».

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