Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la verità storica delegittimata di due eroi

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la verità storica delegittimata di due eroi

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Siamo abituati a conoscere gli eroi come audaci e privilegiati personaggi di narrazioni mitiche tramandate dalle civiltà antiche. Ma gli eroi, quelli veri, esistono. Sono di carne ed ossa. Non sempre hanno il favore degli dei come Achille. Anzi, quasi mai. Ma forse è questo che li rende speciali. Perché nonostante tutto, vanno avanti imperterriti verso i loro obiettivi, pur sapendo che il loro rientro a casa non è stato già scritto, come quello di Odisseo. Anche nella realtà gli eroi devono affrontare i cattivi, ma l’epilogo non è necessariamente felice.

Due eroi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti 25 anni fa. E la cosa più brutta che un popolo possa fare è dimenticarli. Primo perché sono un esempio, per tutti. Un esempio di coraggio. Secondo perché con la loro morte ci lasciano molte informazioni preziose. Il Gip di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso Alpi- Hrovatin, dal momento che in seguito alle ultime indagini non sarebbe emerso nulla di rilevante. Non è la prima volta che si prova ad archiviare questo caso, ad insabbiarlo, a metterlo in secondo piano. Ma ciò che aveva scoperto Ilaria sui rapporti tra Italia e Somalia è qualcosa di veramente importante, che parte dal traffico di armi e termina con quello dei rifiuti tossico-radioattivi. Questo caso non si può archiviare, perché non è ancora stato giuridicamente risolto.

20 Marzo 1994

Ilaria Alpi era una ragazza di poco più di trent’anni. Da qualche anno lavorava in Rai. Era passata al concorso prima su 6.000. La sua marcia in più, oltre alla passione di raccontare, era l’arabo. Questo, probabilmente, le permise di conquistare un posto nella redazione esteri di Tg3 e il ruolo di inviata in Somalia, un territorio delicatissimo. In quegli anni la situazione somala era molto travagliata. Nel 1991 era caduto il regime di Siad Barre ed era iniziata la guerra civile trai “signori della guerra” per il controllo della Somalia. Onu e eserciti occidentali per qualche anno seguirono la guerra civile somala. Ilaria con il suo operatore Miran Hrovatin, un freelance che aveva già vissuto la guerra Jugoslava,  era in Somalia, per seguire la guerra, fare il punto su cosa accadesse, dare voce alle tantissime ingiustificabili vittime. Gli americani erano andati via da qualche giorno e il contingente italiano era prossimo alla partenza. Oltre al desiderio di documentare cosa sarebbe successo dopo la partenza delle forze occidentali, Ilaria e Miran volevano rimanere ancora qualche giorno in Somalia. C’era “una bella storia da raccontare”.

Dopo essere stati a Bosaso, parte nord della Somalia, Ilaria e Miran tornarono a Mogadiscio. E’ il 20 Marzo 1994. Quasi tutti i giornalisti italiani hanno già lasciato Mogadiscio, messi in allerta da un imprenditore italiano che si trova li da tempo, Giancarlo Marocchino. Quando arrivano a Mogadiscio, Ilaria e Miran, si aspettano di trovare una Toyata Pick-Up guidata dal loro autista Alì Abdì, che non c’è. I due verranno condotti comunque al loro hotel. Lì entrambi chiameranno le famiglie. Ilaria parla con sua madre, alla quale riferisce di voler trattenersi li ancora qualche giorno. Chiama anche Flavio Fusi, direttore del Tg3, per chiedere disponibilità di un canale satellitare per trasmettere un servizio.

Dalle prime ricostruzioni Ilaria e Miran lascerebbero il loro hotel per recarsi all’hotel Ammana. Stanno lì una mezz’ora, si dirigono verso la loro Toyota Pick-Up ma ad aspettarli c’è anche un Land Rover blu, con dentro 7 uomini armati. L’altra auto segue Ilaria e Miran, ad un certo punto accelera, si ferma davanti la Toyota, gli uomini armati scendono e sparano. Ilaria e Miran muoiono. Accade tutto velocemente. Da lì il primo uomo ad arrivare è Giancarlo Marocchino, quell’imprenditore italiano che alcuni giorni prima aveva avvertito i giornalisti di lasciare il paese, perché pare che i signori che controllavano Mogadiscio volevano mandare un segnale. Di fatto, Marocchino arriva sul luogo delitto e con lì piano, piano anche altre persone. Prende Miran e Ilaria, quest’ultima in fin di vita, dalla Toyota Pick-Up e li carica sulla sua macchina, per portarli al porto dove c’è la nave occidentale Garibaldi. Marocchini dice di aver chiamato soccorsi in loco ma nessuno era disposto a venire. Sulla nave Garibaldi ci sono uomini dell’esercito e un medico americano, che conferma la morte di  Ilaria e Miran. Il suo rapporto, purtroppo, è sparito, come per magia.

Le ricostruzioni alternative di persone esterne

Ilaria e Miran vengono uccisi mentre sono a bordo della Toyota Pick-Up. L’autista Abdì dirà che gli uomini scesi dalla macchina hanno iniziato a sparare, a loro hanno risposto la guardia del corpo e lui stesso che anche era armato. Ad entrambi si è inceppata l’arma, sono scappati mentre gli uomini continuavano a sparare. In realtà, però, alcune dinamiche e altre testimonianze sembrano smentire quanto detto dall’autista Abdì. Ma, dato che tutto procede così frettolosamente dall’arrivo di Marocchino e i corpi vengono trasportati con un’altra auto, sebbene la Toyota Pick-Up fosse ancora funzionante, nessuno si preoccupa di come sono morti. Soltanto in seguito, infatti, ci si accorgerà di molte cose.

Secondo le ricostruzioni fatte dal colonnello delle forze armate somale, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non si sarebbero recati all’hotel Ammana ma nel garage di Angelo Marocchino. E’ tutto molto strano perché ci sono altri dettagli ad emergere. Innanzitutto la ricostruzione di Abdì non torna: i colpi sparati dal commando omicida sono stati molti per l’autista, pochi nella realtà dei fatti. Sia Miran che Ilaria sono colpiti da un solo proiettile ed in testa. Il mistero accresce. Perché tutti si potranno rendere facilmente conto che si tratta di un omicidio premeditato. Già Giovanni Porzio, uno dei pochi giornalisti italiani che si trovavano in quei giorni ancora a Mogadiscio, si precipitò sul luogo dell’accaduto. I corpi erano li. Ricorda ci fosse tanta confusione, che constatò che i colpi sparati erano stati pochi e che la dinamica dell’omicidio era estranea ai procedimenti somali. A questa ricostruzione se ne aggiunge un’altra di un giornalista dell’Associated Post, che affermò che Ilaria e Miran uscirono dall’ambasciata italiana e non dall’hotel Ammana.

Fatto sta che dopo l’omicidio i corpi furono condotti da Marocchino sulla nave Garibaldi. Mentre ad occuparsi di raccogliere gli effetti personali e i materiali di Ilaria e Miran ci pensano alcuni giornalisti italiani, tra cui Giovanni Porzio, Gabriella Simoni e Francesco Chiesa. Quest’ultimo conferma di aver inserito in una borsa imbarcata con i corpi almeno 20 cassette. Di quelle 20 cassette in Italia ne arrivano solo 6. Ma non sono le uniche cose a sparire. Perché in Italia non arriveranno nemmeno 2 dei 5 taccuini e il rapporto del medico americano. Tra le tante cose che sono sparite e spariranno c’è anche un uomo, l’autista della Toyota Pick-Up, Abdì.

Omicidio premeditato su commissione per le informazioni raccolto a Bosaso

Che si trattasse di un’esecuzione era palese a molti, fu inevitabile istituire una commissione d’inchiesta parlamentare, purtroppo presieduta da Carlo Taormina. Il ruolo di Carlo Taormina non fu mai limpido in questa faccenda. Tentò in diversi modi di infangare il caso. Prima la storia della macchina in accordo con Marocchino, poi il rapporto conclusivo, “Ilaria e Miran furono uccisi mentre erano in vacanza da un casuale agguato”.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire fino in fondo. Quello che vide morire Miran e Ilaria non fu un attentato qualsiasi. Ce lo confermano prima le incertezze suscitate attorno alle circostanze della morte; poi i materiali spariti. E’ una prova il ritrovamento del certificato di morte nell’abitazione di Giorgio Comello e l’afferma un pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti.

Prima di ritornare a Mogadiscio, Ilaria e Miran rimasero qualche giorno a Bosaso, dove ebbero la possibilità di vedere gli sbarchi e parlare con il sultano del posto. E’ proprio dall’intervista (palesemente tagliata nei filmati attraverso cui ci è pervenuta) che Ilaria stava ricavando informazioni preziosissime.

Alla metà degli anni ’80 in Italia presero avvio attività di cooperazione e sviluppo per il Terzo Mondo. Craxi fu l’artefice di queste manovra con l’istituzione dell’organo F.A.I. Come era scritto sui taccuini di Ilaria oltre 1.500 miliardi in quegli anni passarono dall’Italia alla Somalia; il fatto è che Ilaria si accorse che questo non avveniva con assoluta regolarità. Parlando con il Sultano di Bosaso emerse che l’Italia aveva donato anche delle navi alla Somalia, navi gestite dalla fondazione SHIFCO, presieduta anche da Omar Munge. Di fatto le trame che avevano scoperto Ilaria Alpi e Miran erano tanto nascoste quanto orchestrate. In sostanza la pioggia di denaro che pioveva dall’Italia verso la Somalia era volta alla creazione di strade e infrastrutture pubbliche, ma il business era ben più ampio. Attraverso le navi arrivano armi e rifiuti radioattivi. Le armi venivano vendute ai signori della guerra, prima cercando di supportare Siad Barre, poi una volta caduto il regime, cercando vanamente di ricomporre una situazione di stabilità. I rifiuti, invece, venivano seppelliti sotto la strada Garoe-Bosaso. Oppure lasciati disperdere in mare attraverso imbarcazione volontariamente affondate.

Ilaria e Miran scoprirono tutto questo e subito furono travolti da una macchina omicida e insabbiatrice. I depistaggi non sono mai finiti. Taormina si preoccupò di ritrovare la Toyota Pick-Up, per dimostrare che si trattasse di un agguato casuale e non premeditato quello che uccise Hrovatin e la Alpi. La macchina la trovò, grazie a Giancarlo Marocchino, che fece arrivare una Toyota in Italia dopo 11 anni che Ilaria e Miran erano morti. La macchina c’era. La commissione d’inchiesta parlamentare ora poteva costruire una verità ad hoc. Per fortuna a smascherare l’inganno ci furono dei filmati registrati il 20 Marzo del ‘94 da un operatore della BBC. Gli interni erano diversi: allora si procedette con un esame del DNA. L’esito è negativo, il sangue trovato all’interno della macchina non è né di Ilaria né di Miran. Fa rabbrividire il fatto che Marocchino spedisce una Toyota che non è quella su cui viaggiavano Hrovatin e la Alpi; fa pensare perché Taormina, nonostante le perizie, con la più totale serenità sostiene che quella era la macchina e difende Marocchino, “perché non è un mistero ormai che è un servitore della Repubblica”.

Verità storica mai legittimata dalla Giustizia

La storia va avanti. Marocchino viene espulso dalla Somalia, ma in seguito richiamato per necessità dal nostro ambasciatore in loco. Si ritrova in casa dell’ingegnere Giorgio Comello, in una cartellina gialla con scritto “Somalia”, il rapporto del medico americano sulla morte di Hrovatin e Alpi. Il rapporto sparisce di nuovo. In seguito Francesco Fonti, pentito, delineerà perfettamente il ruolo di Giancarlo Marocchino negli affari somali dell’Italia. La vicenda è così scottante e riguarda uno dei primi crimini della seconda Repubblica che si cerca di mantenerla più lontano possibile dall’opinione pubblica. Nel 2000 è il momento di trovare un capro espiatorio; è Omar Hassin, l’unico condannato per il duplice omicidio, assolto dopo 16 dei 26 anni che doveva scontare. Anche il ruolo di Omar è molto strano, un somalo che viene a farsi processare in Italia rischiando l’ergastolo per un omicidio che si scoprirà non aver commesso.

Nel frattempo sono andate avanti le inchieste giornalistiche. Prima Flavio Fusi, ex direttore di Tg3 e amico d’Ilaria, che si recò nel ’97 in Somalia per raccogliere informazioni per un reportage. Poi Luciano Scalettari e altri giornalisti di Famiglia Cristiana chiesero insistentemente di condurre sopralluoghi sulla Garoe-Bosaso, ma Taormina affermò sempre che lì non ci fosse nulla. Ovviamente senza nessuna prova concreta.

Ormai sono passati 25 anni. Luciana Alpi, mamma di Ilaria, è morta. E’ stata presentata pochi giorni fa una nuova richiesta di archiviazione del caso, dopo le tante già presentate. L’ultima del 2007 presentata da Franco Iotta, sostituto procuratore di Roma, fu respinta grazie all’opposizione dei genitori della Alpi e alla valutazione del giudice Emanuele Cersosimo. Per il giudice si tratta un omicidio su commissione e la motivazione più ragionevole è che Ilaria e Miran siano stati uccisi per le informazioni raccolte riguardo ai rapporti Somalia-Italia.

Non possiamo tollerare che giustizia non venga concessa in tutti i casi. E’ l’ennesima evidente, triste e frustrante dimostrazione che in Italia possiamo accontentarci solo di una verità storico, peraltro neanche troppo diffusa; mentre la verità processuale, giuridica sfuma sempre sullo sfondo. Taormina affermò che la Alpi e Hrovatin sono diventati due eroi perché sono morti. E’ vero, sono diventati due eroi perché sono morti mentre lottavano per la verità. Non dimentichiamo mai i nostri eroi, quelli che combattono l’unica guerra giusta al mondo: quella per la verità.

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