In Italia il problema ultras non è ancora stato risolto

In Italia il problema ultras non è ancora stato risolto

Il mercoledì di Santo Stefano in Italia si è celebrato, a livello calcistico, il celebre boxing day di importazione inglese. Come spesso accade, però, quando proviamo ad essere un po’ più internazionali le cose non vanno per il meglio e lo scorso mercoledì abbiamo dovuto attendere la sera per poter fare i conti.

Un’ora prima della partita la tifoseria interista e partenopea si sono scontrate ed un tifoso nerazzurro, Daniele Belardinelli, ha perso la vita. Verso le 19.30 un gruppo di tifosi interisti ha assediato e poi colpito, armati di mazze, spranghe e catene, un gruppo di mezzi che trasportavano tifosi napoletani in via Novara. Durante gli scontri nella corsia opposta un suv ha investito la vittima per poi scappare. Daniele ha trovato la morte in ospedale. Altri quattro tifosi napoletani sono stati accoltellati.

Non è la prima volta che assistiamo a tali scene nel massimo campionato italiano. Alcuni nomi sono divenuti celebri proprio a causa di situazioni simili avvenute in passato. Il 2 febbraio 2007 Filippo Raciti, poliziotto, trovò la morte a Catania mentre svolgeva il proprio lavoro. Le forze dell’ordine dovettero infatti intervenire per sedare uno scontro tra la tifoseria catanese e la Polizia. Gli scontri che si crearono furono una vera e propria guerriglia urbana in piena regola, con 1200 agenti schierati di cui 71 feriti, con altrettanti civili. Nei tafferugli l’ispettore capo Raciti, colpito con un oggetto contundente non identificato che gli spacca il fegato, muore. Il 28 ottobre 1979 Vincenzo Paparelli, mentre è seduto in curva in attesa del derby della capitale, è colpito in un occhio da un razzo sparato da un tifoso romanista seduto nell’altra curva. Vincenzo non riuscirà neanche ad arrivare in ospedale, morendo nell’ambulanza. Il 29 gennaio 1995 un tifoso del Genoa, Vincenzo Spagnolo, durante gli scontri con la tifoseria del Milan è colpito da una coltellata che gli costerà la vita, morendo a soli 25 anni. Questi sono solamente alcuni dei moltissimi casi in cui delle persone hanno perso la vita in uno scontro tra tifosi.

La morte di Belardinelli è emblematica di un sistema, quello del tifo italiano e della sua gestione, chiaramente problematico. Le reazioni, dal sindaco di Milano Sala al Ministro dell’Interno Salvini non si sono fatte attendere. Entrambi hanno espresso la necessità di convocare le società calcistiche per avviare un dialogo costruttivo al fine di limitare a 0 il rischio che tali situazioni si ripetano in futuro. Tra i commenti a caldo c’è anche quello di Giovanni Malagò, presidente del Coni, che ha invocato un intervento sulla falsa riga di quanto fatto dalla Thatcher per combattere il fenomeno degli ultras inglesi.

Margaret Thatcher con Keegan e Hughes (Getty Images)

Il governo della iron lady si trovò a fare i conti con il fenomeno hooligans in modo abbastanza diretto. Nel 1985, dopo la tragedia dell’Heysel fu emanato lo Sporting Events Act e l’anno dopo il Public Order Act: il primo limitava l’uso di alcolici all’interno dello stadio, all’esterno e durante il tragitto; con il secondo invece si conferiva alla magistratura il permesso ed il potere di poter interdire dagli stadi i soggetti ritenuti pericolosi per la manifestazione sportiva con l’obbligo di firma in caserma. La vera svolta arrivò però nel 1989 dopo la tragedia di Hillsborough del 15 aprile, in cui 96 tifosi persero la vita. Il governo commissionò allora il taylor report, un’inchiesta con cui fare chiarezza sull’accaduto e che avrebbe posto le basi per il moderno calcio inglese. Da quel momento infatti, con diverse leggi, come il Football Spectators Act, che permetteva di vietare la visione di spettacoli sportivi al di fuori di Inghilterra e Galles alle persone condannate per reati legati alle dispute calcistiche. Ancora nel 1989 fu istituito un corpo speciale di polizia per le partite di calcio all’interno della stessa Scotland Yard: la National Crime Intelligence Service Football Unit. Negli anni successivi la lotta al fenomeno Hooligans è proseguita con provvedimenti sempre più mirati a responsabilizzare gli stessi club, i quali dovettero ristrutturare gli impianti sportivi, eliminando ad esempio le terraces per lasciare solamente posti a sedere o con l’installazione delle telecamere interne. Ancora più importante l’obbligo verso le società di gestirsi di steward propri, a tal punto che la polizia ha ridotto, ad oggi, l’intervento dei suoi uomini dell’80%, limitandosi alla sicurezza nelle zone circostanti.

Il modello inglese rimane quello maggiormente sponsorizzato per la soluzione da seguire in questi casi, ma non è il solo: Germani e Spagna hanno a loro volta seguito strade diverse, con ottimi risultati, per arginare il fenomeno del tifo violento. Il mondo ultras è sicuramente pieno di problemi, non meno pericolosa della violenza è l’infiltrazione delle associazioni criminali all’interno delle curve: recente è stato il caso, emerso da un’inchiesta di Report, dei legami della Juventus con la ‘ndrangheta. È necessaria, ora più che mai, dopo l’ennesima morte, intervenire e placare il rischio di ulteriori scontri tra tifosi. Si deve subito far qualcosa che riporti il calcio a quello che è realmente, uno sport, fruibile da chiunque voglia tornare dallo stadio e lasciarci solamente la voce. Ben vengano anche gli ultras, ma non quelli disposti ad uccidere per il proprio tifo. Altrimenti, come spesso purtroppo accade, dopo l’ondata mediatica la situazione rimarrà la stessa, almeno fino alla prossima vittima.

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