Una maglietta non vale una vita

Una maglietta non vale una vita

Il sistema industriale dell’abbigliamento, a basso ed alto costo, sopravvive, anzi prolifera, grazie allo sfruttamento di esseri umani considerati al pari di una macchina senza alcuna dignità ed il loro sangue è proprio sotto i nostri occhi, o meglio, sui nostri abiti.

Ricchezza per pochi a discapito di moltissimi

Nella celebre lista di Forbes che raccoglie i miliardari più ricchi del mondo, nei primi 50 almeno 11 sono attivi nel settore della moda. Tuttavia se l’industria dell’abbigliamento produce ricchezza lo fa solamente per pochissimi. Il mondo della moda, in particolar la parte manifatturiera della produzione, dà lavoro a quasi 20 milioni di persone, di cui almeno tre quarti nel sud est asiatico, mentre il restante in Europa. La stragrande maggioranza di queste persone, però, vive e lavora in condizioni che definire degradanti risulta persino eufemistico. Prendiamo ad esempio una maglietta prodotta in Asia e venduta nei paesi occidentali: la componente del prezzo che è destinata alla manodopera arriva solamente al 3% (i restanti servono a coprire i materiali, le tasse, ecc.). In Bangladesh, ad esempio, paese in cui vengono cuciti i vestiti di moltissimi brand –non solo low cost- lo stipendio mensile per la manodopera dell’abbigliamento a basso costo si aggira intorno ai 63 euro al mese, cifra che non è ovviamente lontanamente sufficiente per garantire una vita almeno dignitosa a chi riceve tale stipendio. Se pensate che le fabbriche di questo paese siano in mano solamente a quei marchi che consentono di acquistare una maglietta a soli cinque euro vi sbagliate di grosso. Grandi brand infatti hanno delocalizzato gran parte della loro produzione in paesi come questo che consentono una produzione ad un prezzo estremamente basso a discapito esclusivo della sicurezza e dei diritti dei lavoratori. Tra questi troviamo, ad esempio, come appurato da un’inchiesta del Wall Street Journal, i nomi di Armani, Hugo Boss e Ralph Lauren. Il costo di produzione di una t-shirt si aggira intorno ai €3, indipendentemente dal brand (il costo può leggermente aumentare ma questo dipende da altri fattori esterni al solo processo di produzione del capo), tuttavia, a seconda del marchio che vi è cucito sopra, il prezzo che paghiamo al negozio varia notevolmente fino ad arrivare oltre i €100. Lo stipendio di chi lavora in queste fabbriche resta comunque indipendente dal marchio per cui cuce il capo. Concretamente, quindi, un lavoratore medio in una fabbrica del Bangladesh guadagna uno stipendio che non gli consente neanche di avere una vita degna di essere definita umana, invece i grandi nomi della moda, come Giorgio Armani o Amancio Ortega (proprietario di Zara), hanno un patrimonio rispettivo di 7,5 milioni e 71,8 miliardi di euro.

I meccanismi di un sistema perverso

Il mondo della monda genera un fatturato complessivo di tre miliardi l’anno a livello globale, ma a quale costo? Il modello della globalizzazione che è stato rincorso e raggiunto negli ultimi anni ha portato ad un sistema malato incapace di diffondere maggior ricchezza e benessere, mentre al contrario ha fatto sì che questi venissero incentrati esclusivamente nelle mani di pochi. La delocalizzazione ha spostato la produzione nei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni di sicurezza e qualsiasi altro tipo di diritto umano non viene rispettato nel luogo di lavoro. Ciò ha portato via il lavoro dai paesi occidentali in cui ora però grava una terribile crisi occupazionale che va avanti da almeno dieci anni. Per cui si è creato un sistema per il quale da una parte c’è una popolazione sfruttata senza il diritto di vivere, dall’altra una popolazione che ha sempre meno la possibilità di comprare i prodotti per cui l’altra viene sfruttata, nel frattempo gli unici ad arricchirsi veramente sono stati i proprietari dei grandi brand, a discapito di tutti quelli rimasti fuori da questa sorta di circolo vizioso. Chi ne fa veramente le spese sulla propria pelle sono le persone che lavorano a ritmi forsennati in edifici assolutamente precari, spesso con i propri figli sotto le gambe, immersi nelle sostanze chimiche assolutamente tossiche.

Il costo di produzione di un capo d’abbigliamento continua ad abbassarsi senza fine, a causa della concorrenza tra i grandi brand che richiedono sempre minor costi di produzione alle aziende orientali, le quali si trovano costrette ad accettare tali contratti poiché altrimenti rimarrebbero senza lavoro. Questa continua guerra al ribasso genera sostanzialmente due vittime: le persone nelle fabbriche e l’ambiente. L’esperienza di Shima, lavoratrice nel settore tessile in Bangladesh, è tanto drammatica quanto emblematica del vero costo dei capi che indossiamo. Quando ha fatto una lista di migliorie che ha presentato ai propri capi questi hanno rifiutato e l’incontro è sfociato in un alterco. Da questo punto l’hanno chiusa in una stanza e picchiata con qualsiasi oggetto potessero prendere in mano: borse, sedie, bilance, forbici. La storia di Shima è raccontata anche nel documentario The true cost, che parte dal racconto della tragedia del Rana Plaza in Bangladesh, dove a causa del crollo del palazzo sono morte circa 900 persone, obbligate a rientrare nell’azienda tessile nonostante gli avvertimenti di cedimento dell’edificio fatti dagli stessi lavoratori ai propri capi, per poi approfondire le storture di un sistema totalmente sbagliato come quello della moda. Il caso di Shima è però solamente la punta di un iceberg che rischia di emergere tra poco tempo. In Cambogia i lavoratori sfruttati del settore tessile nel 2014 hanno portato avanti due giorni di manifestazioni in cui chiedevano semplicemente che il loro salario minimo fosse alzato a €160 per poter avere una vita almeno dignitosa. La polizia ha però represso duramente qualsiasi manifestazione arrivando a sparare proiettili veri sulla folla e causando così decine di morti e molti altri feriti.

Proteste dopo il crollo del Rana Plaza

Il modello che si è imposto negli ultimi anni prende il nome di Fast Fashion. Il nome è simile al Fast Food e come questo rappresenta abbastanza lo stile di vita ormai pienamente diffuso in tutto il mondo “sviluppato”. Questa strategia consiste nel prendere gli stili delle collezioni dei marchi con un costo alto per poi riproporlo a prezzi stracciati. Non solo, fast indica la velocità di produzione e di distribuzione di nuove collezioni, rilasciando nuovi abiti con un ritmo di quasi uno ogni dieci giorni: Fast indica infatti l’attenzione sul breve termine, ovvero la possibilità di comprare usare e buttare i vestiti in un periodo estremamente più breve ad un abito pagato molto di più in modo da poter essere sempre al passo con le ultime tendenze. Il Fast Fashion, tuttavia, ha ricevuto moltissime critiche per diversi aspetti implicati. Tale modello è infatti accusato delle gravi condizioni di lavoro già citate, di un imponente impatto ambientale non controllato specialmente nei paesi in via di sviluppo e di altre conseguenze nella vita quotidiana, inficiata anche da un punto di vista psicologico. Alcuni studiosi sostengono infatti che tale novità abbia un forte impatto sulla vita quotidiana dei clienti di questi negozi. Ad oggi si compra il 400% in più dei vestiti che si acquistavano solamente venti anni fa. Tale possibilità genererebbe una sorta di felicità illusoria indotta soprattutto dall’advertising aggressivo fatto dalle grandi catene per cui siamo indotti a pensare di poter soddisfare un bisogno emotivo tramite l’acquisto di un bene di cui però ci stancheremo presto, ma dato il costo quasi irrisorio il breve termine di utilizzo del prodotto non rappresenterebbe un problema, generando una sorta di vortice che porta ad un sempre maggiore acquisto di capi fino quasi alla nevrosi.

Con una maglietta si distrugge la Terra

Come abbiamo detto un altro aspetto aspramente criticato del sistema Fast Fashion è l’impatto ambientale. Anche in questo caso la questione non è semplice e va affrontata sotto diversi punti di vista. Il primo sicuramente è anche il più pratico: smaltimento dei prodotti buttati. Puntando sul breve termine il numero di vestiti che vengono considerati spazzatura e quindi buttati nell’immondizia è salito esponenzialmente. Il problema maggiore in questo caso riguarda lo smaltimento di questi prodotti. Oltre alla quantità la difficoltà risiede proprio nell’elevato tasso di prodotti chimici al loro interno: affinché si degradi e quindi scompaia un capo prodotto secondo i dettami del Fast Fashion il periodo richiesto è di almeno 200 anni, mentre nel frattempo è buttato nelle discariche immense in cui rilascia, giorno dopo giorno, prodotti tossici e nocivi. Ancora più inquinante è il processo di produzione: in esso infatti vengono rilasciati negli ecosistemi (aria, acqua) diverse sostanze estremamente dannose per l’ambiente. Una di queste è il gas serra, oppure il biossido di carbonio rilasciato dai macchinari, ma anche pesticidi e coloranti di ogni genere che finiscono nelle acque vicine alle fabbriche finendo per diventare non potabili ed estremamente pericolose. Altra questione riguarda poi l’utilizzo dei pesticidi chimici per far sì che le piante di cotone siano sempre meno in balìa di cause della loro morte. I fertilizzanti chimici, usati spesso copiosamente, compromettono per molti anni il terreno rendendolo infertile o comunque nocivo per qualsiasi cosa ci si coltivi sopra, allo stesso modo per tutti i giacimenti di acqua che vi sono all’interno. Nella regione indiana del Punjab, una delle più grandi al mondo per la coltivazione del cotone, gli effetti dei pesticidi non hanno tardato ad arrivare e si stanno mostrando con tutta la loro forza sulle nuove generazioni, tra le quali vi è un altissimo tasso di nascite con disabilità fisiche, malattie mentali e tumori.

Non solo l’Asia, il Fast Fashion colpisce anche l’Europa

Se avete sempre visto questi problemi come irraggiungibili perché legati ad un mondo esotico, fatto di casine di legno e persone che si fanno il bagno nel Gange in realtà vi siete sbagliati di grosso. Il rapporto Europe’s Sweatshops della Clean Clothes Campaign ha mostrato come una realtà simile sia proprio a due passi da casa nostra, precisamente nell’Europa dell’est e sud-est. In Ucraina, ad esempio, il guadagno medio (straordinari inclusi) di un lavoratore in questo settore, in condizioni ovviamente disumane, si aggira sulle €89, quando lo stipendio minimo è invece calcolato cinque volte tanto. Non solo H&M e Zara, però, che si affidano al mercato asiatico, tra i marchi che si affidano a questo mercato troviamo infatti anche Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. Una lavoratrice ucraina ha raccontato che spesso non ha avuto abbastanza soldi per comprarsi il cibo, mentre una ungherese ha raccontato che i soldi le bastano a malapena per pagare le bollette. Le situazioni tra Asia ed Europa sono sostanzialmente le stesse: condizioni di lavoro impensabili, ritmi disumani con accesso limitato ad orari di pausa ed acqua potabile, straordinari forzati e minacce per qualsiasi tipo di protesta.

Un bagliore di speranza c’è, ma la strada è ancora lunga

Qualcosa si sta muovendo nel tentativo di arginare un sistema prossimo al collasso su sé stesso. Innanzitutto i movimenti che si dedicano alla sensibilizzazione per una moda maggiormente sostenibile per l’ambiente ma anche per gli esseri umani. L’esempio maggiore è la campagna Clean Clothes che ha anche una sezione italiana: Abiti Puliti. Questa si occupa del miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore della moda, portando avanti diverse campagne. Sul loro sito, inoltre, è possibile cercare le ultime notizie sui brand che si desiderano semplicemente digitando il nome del marchio e sapere tutto quello che serve per avere un’idea della sua etica. Vi sono inoltre marchi che producono i propri capi dando molta importanza al rispetto dell’ambiente così come dei propri lavoratori. Uno tra questi è sicuramente Patagonia, l’azienda americana fondata nel 1973 a Ventura, in California, da Yvon Chouinard, ex scalatore che ha cambiato professione per “salvare il pianeta”. Patagonia si serve solamente di materiali ecosostenibili, come il cotone prodotto senza l’uso di alcun fertilizzante, ma anche dando importanza al rispetto di tutti i diritti dei lavoratori. Altro esempio degno di nota è senza dubbio People Tree, un marchio pluripremiato fondato nel 1991 che si contraddistingue per il rispetto della dignità dei propri lavoratori così come della parità di genere e dell’ecosostenibilità, un vero e proprio baluardo del commercio equo e solidale. Inoltre va segnalata l’opera di Igor Dobrowolski, street artist che ha tappezzato Praga di manifesti in cui si confrontavano le immagini pubblicitarie dei marchi H&M e Zara con le foto prese dai loro reali laboratori nel sud-est asiatico.

Uno dei manifesti di Igor Dobrowolski

Tuttavia la strada da percorrere è ancora lunga. Le denunce fatte fin qui non hanno ancora trovato una vera risposta, anzi, le mancate realizzazioni di alcune promesse fatte da alcuni brand Fast Fashion hanno dimostrato come in realtà di loro non ci si possa fidare. Spesso, però, come nei casi citati anche sopra, che non sono ovviamente i soli, spendere più soldi non equivale ad una spesa etica. Il dubbio rimane e l’unica soluzione è quella di informarsi il più possibile prima di compare abiti che richiedono la morte di persone dall’altra parte del pianeta per la loro realizzazione. La sfida più grande rimane comunque un giusto rapporto tra una produzione sostenibile in ogni suo aspetto ed il prezzo di vendita del prodotto. In termini pratici: un maglione dal costo di 1000 euro quasi in tutti casi rappresenta il miglior manifatturato italiano e dietro ad esso una corretta concezione del lavoro, ma in quanti possono permetterselo?

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