Dentro un centro d’accoglienza: storie di vita migranti

Dentro un centro d’accoglienza: storie di vita migranti
©Altreconomia

Immigrazione e accoglienza: le chiavi di lettura della nostra epoca. Se ne parla in continuazione, quasi mai volgendo lo sguardo alla persona vera, alla singolarità che difende la propria vita. Per vedere più da vicino queste vite, abbiamo chiesto a Giacomo Spaccini, educatore sociale e culturale tirocinante presso il Centro di prima accoglienza per stranieri minorenni non accompagnati (MSNA) Hub Merlani di Bologna, di raccontarcene qualcuna. È emerso un quadro complesso, come complesso è ogni ambito in cui ad incontrarsi sono persone provenienti da culture e paesi lontani, ma allo stesso tempo vivo, come le speranze di chi ricerca la possibilità di vivere.

Quali sono le funzioni del centro, quali attività vengono svolte al suo interno e quali figure professionali sono presenti?

Come centro di prima accoglienza, in cui i migranti si fermano per circa due mesi, la sua funzione è principalmente quella di prima alfabetizzazione, stabilizzazione e orientamento dei ragazzi accolti dopo viaggi lunghissimi ed estenuanti. Si cerca di impartire loro una prima scolarizzazione, offrendo lezioni di lingua italiana e aiutandoli a superare stati emotivamente alterati.

Le giornate vengono scandite da varie attività che spaziano dal mantenimento della struttura, dunque, dopo la sveglia alle 8:00 del mattino circa e la prima colazione, le pulizie della struttura e la preparazione del pranzo in cucina per gli addetti. Dalle 10:00 alle 12:00 la scuola, suddividendo i ragazzi in ragione alla loro conoscenza linguistica. Poi dalle 14:00 la libera uscita e le attività scolastiche extra, come laboratori di informatica e raramente laboratori artistici e ricreativi, poco frequenti a causa della scarse risorse.

Gli educatori accompagnano anche alcuni dei ragazzi in scuole esterne, nei vari controlli sanitari, come i test per la tubercolosi. Nel centro lavorano due educatori, un maestro di scuola, due cuochi ben inseriti nell’ambiente, un interprete e un responsabile educatore che gestisce la struttura.

Quanti migranti riesce ad accogliere e gestire il centro? Qual è la loro provenienza e età?

Il centro è adibito per accogliere 30 persone, ma in alcuni periodi si è arrivati anche a 45 migranti, in altri 25. Principalmente provengono da Albania, Maghreb, Marocco, Nigeria ma anche da Algeria e Tunisia, Ghana, Senegal e Camerun.

Per l’età la questione è particolare: molti sono veri minorenni e hanno dai 14 ai 17 anni, sulla carta il centro è per minori, ma esistendo differenze trattamentali notevoli tra maggiorenni e minorenni, spesso alcuni si fingono minori per poter essere accolti. La loro è voglia di sopravvivere, ma è anche vero che ai controlli queste persone non vengono guardate neanche in faccia.

Come avviene la ridistribuzione dei migranti al termine della permanenza in un centro di prima accoglienza?

Dopo la prima scolarizzazione, i ragazzi dovrebbero essere trasferiti in centri di seconda accoglienza dove, una volta ottenuti i documenti, possono continuare gli studi e ottenere il diploma di scuola media, che permette loro di poter lavorare. Naturalmente i documenti dovrebbero essere pronti in pochi mesi, ma in realtà in alcuni casi arrivano anche dopo 4 anni e la necessità di guadagnarsi soldi li porta a fare cose estreme.

Insomma un ponte tra accoglienza fittizia e criminalità?

Questi ragazzi non sono affiancati da figure genitoriali o comunque figure adulte di riferimento a cui poter attingere, quindi molto spesso tendono a sostituirle con persone che considerano autorevoli e che li avvicinano proponendo lavoretti illegali per guadagnare soldi facili.

Che tipo di rapporti si instaurano all’interno di queste strutture? Chi sono nel concreto questi astratti migranti?

Partiamo da una storia positiva, una storia di amicizia nata tra un ragazzo diciottenne algerino, Rami, e Hamza, un quattordicenne tunisino. Sono stranieri in un paese che non conoscono e sanno di poter contare solo l’uno sull’altro.

L’ho ben capito quando di fronte all’emergenza per un malore di Rami, Hamza, un ragazzino di 14 anni, ha dimostrato una maturità e una sicurezza nel risolvere il problema che mi ha spiazzato. È rimasto sempre accanto all’amico che lo chiamava urlando, impaurito, “Hamza dove sei? Vieni qui!”. Rami implorava l’aiuto di Hamza e Hamza era lì a ricordargli che sarebbe andato tutto bene: lo ha accompagnato in ospedale in ambulanza, ha fatto da mediatore tra Rami, gli educatori e i medici del pronto soccorso, dall’italiano all’arabo e viceversa.

È stato bello assistere alla fratellanza che si instaura tra persone provenienti da paesi diversi su un suolo straniero per entrambi, in condizioni di estrema necessità ed emergenza. Loro possono contare soltanto su ciò che hanno lì, insieme combattono la loro battaglia, lottando per la propria redenzione, in un viaggio insieme. Perdersi avrebbe significato ricominciare tutto daccapo.

Ma ci sono anche i rovesci più problematici, come gli scontri razziali tra nazionalità diverse, prevalentemente tra albanesi e nordafricani e la storia di Nadhem che ci ha lasciato l’amaro in bocca.

Nadhem è un ragazzo magrebino di 16 anni con problemi di droga e autolesionismo, alterna momenti di felicità e spensieratezza, in cui chiede consigli su come avvicinare ragazze italiane, a momenti di rabbia e buio totale. Nadhem è dovuto uscire dal progetto di educazione in seguito ad un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) per un motivo apparentemente molto stupido.

Ogni sabato al centro viene servita la Coca Cola, ma quel sabato no perché era troppo calda. Nadhem ha iniziato a urlare, a piangere, impazziva perché voleva la sua Coca Cola. Minacciava noi educatori di tagliarsi con una lametta, scappava, finché non l’ha ottenuta. A quel punto l’educatore responsabile ha deciso di convocarlo per rimproverarlo, ma la discussione è degenerata e Nadhem, che non parla bene l’italiano, ha frainteso le parole del responsabile capendo che sarebbero state chiamate le forze dell’ordine. Si è tagliato sulle gambe, sulle braccia, è uscito ed è corso a piangere nel cortile, fino alla strada, dove fermava le macchine per far vedere le sue condizioni. Sono state chiamate ambulanza e forze dell’ordine, predisposto il TSO e ora Nadhem è abbandonato a stesso.

E poi?

E poi c’è Innocent Thomas, reduce dei lager libici. Un ragazzo tranquillissimo, nigeriano, fisicamente strutturato, grande, ma dalla testa ai piedi letteralmente ricoperto di cicatrici. Il suo viaggio per arrivare in Italia è stato infinito e disumano: dalla Nigeria in Libia in autobus, dove avrebbe potuto pagare il biglietto per la nave per arrivare in Italia.

Storia a cui Innocent ha creduto, ma che non ha avuto alcun riscontro con la realtà: è stato prigioniero nei lager libici, imprigionato in gabbie come animali. Picchiato, malmenato, affamato e senza la possibilità di lavarsi. Lo stesso trattamento che viene riservato ai bambini lasciati senza cibo e alle donne che ha visto torturare e stuprare brutalmente, legate e seviziate.

Torturato perché cristiano: veniva svegliato ogni mattina con i colpi di una cannuccia di bambù ricoperta di piccole lamette che lo tagliavano.

Il suo corpo è pieno di microcicatrici, in ogni singola parte del corpo. Ogni mattina gli veniva chiesto di rinnegare il suo Dio, ma non l’ha mai fatto, anzi oggi lo ringrazia ancora per averlo messo alla prova e protetto.

Ha una cicatrice enorme sulla spalla, ricordo di una coltellata usata come sveglia del buongiorno, ferita mai curata. Le pelle di un ginocchio è massacrata, disintegrata per un colpo di pistola che lo ha raggiunto mentre insieme al fratello tentava di fuggire; il fratello è stato colpito alla schiena ed è morto. Poi di colpo “in mezzo all’acqua così dal nulla”, su una barca, stipato in mezzo a tantissimi altri corpi fino in Sicilia.

Ne parla con tranquillità, come se non fosse successo a lui. Si definisce “l’uomo più fortunato del mondo perché ha dei vestiti, un letto e mangia il cibo italiano”.

Capire che l’integrazione è incontro tra persone e non norme astratte e spersonalizzate è una delle esperienze formative per eccellenza. Cosa significa vivere una realtà in cui accoglienza non è una parola vuota, ma un modus operandi e uno stile di vita?

Da educatore sai che se riesci a salvarne anche solo uno hai fatto un miracolo. Significa capire che non c’è cattiveria in queste persone, ma speranza e al tempo stesso disperazione. L’opinione pubblica invece tende a vedere solo ciò che è marcio. È un lavoro difficile, ma ne vale la pena: si entra in contatto con la disperazione, scoprendo la singolarità di ogni persona e capendo cosa può effettivamente nascere dallo stremo: il bene e il male. Il mio senso della vita lo riscopro, grazie alle loro storie, nell’esser grato per ciò che ho.

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