Consumare meno carne per salvare il pianeta: la rivoluzione si fa con la forchetta

Consumare meno carne per salvare il pianeta: la rivoluzione si fa con la forchetta

Non ci è rimasto più molto tempo per girare attorno al discorso: il nostro attuale modello alimentare sta portando il pianeta alla distruzione e un dialogo aperto a riguardo incontra ancora parecchio scetticismo. Molti di noi d’altronde, sono convinti che usare mezzi più ecologici e chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti sia sufficiente per dire che abbiamo fatto la nostra parte. Siamo disposti ad ascoltare chi ci incoraggia a non sprecare risorse e a scegliere la bici anziché l’auto, ma quanto siamo disposti ad ascoltare chi ci dice di rinunciare alla carne o di pagare di più per consumarne di qualità? Ancora troppo poco nonostante la Terra ci stia mandando inequivocabili segnali che è davvero arrivato il momenti di aprire gli occhi. 

Allevamento intensivo: un sistema insostenibile

Andare incontro al crescente fabbisogno di carne e assecondare l’avidità umana sono i due aspetti alla base di un sistema di allevamento intensivo mirato ad abbattere al minimo i costi e a massimizzare i profitti a spese dell’ambiente, della salute del consumatore, degli animali e dei piccoli produttori. 

Secondo dati forniti da Greenpeace, in Europa negli ultimi dieci anni le dimensioni degli allevamenti intensivi sono drasticamente cresciute, tanto che oggi 3/4 degli animali viene allevato in grandi aziende mentre il numero di bestie allevate in piccole aziende si è più che dimezzato nello stesso periodo. Il numero pro capite di bestie macellate sul nostro pianeta dal 1961 al 2009 è più che triplicato. Le conseguenze devastanti di questo sistema in termini di inquinamento atmosferico e del suolo sono molteplici. 

L’inquinamento e lo sfruttamento di risorse 

Secondo uno studio condotto dall’Università di Oxford, entro il 2050 la metà dei gas serra emessi nell’atmosfera deriverà direttamente dal nostro attuale modello alimentare. Una dieta onnivora equilibrata ridurrebbe le emissioni del 29%, una dieta vegetariana del 63% mentre una dieta vegana le ridurrebbe del 70%. 

Anche la gestione dei liquami e la produzione di mangimi per gli animali generano grandi quantità di gas a effetto serra a cui si aggiunge l’inquinamento atmosferico causato dall’ammoniaca. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, il 90 per cento delle emissioni totali di questa sostanza in Europa proviene proprio dal settore agricolo con gravi conseguenze per l’ecosistema e per la salute di chi vive in prossimità di maxi- allevamenti. Il guaio – come documenta un’inchiesta condotta da Greenpeace – è che alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa godono addirittura di sussidi comunitari. 

Questo tipo di allevamento richiede inoltre un enorme consumo di acqua se confrontato con altri tipi di produzione alimentare, con almeno 1/3 delle risorse idriche mondiali utilizzato per l’allevamento. Sono necessari almeno 15 mila litri d’acqua per produrre un kg di carne di manzo, mentre ne bastano da 500 a 2000 litri per stessa quantità di vegetali. Una valutazione quanto mai urgente da fare a fronte delle previsioni della FAO la quale stima che entro il 2025, due miliardi di persone non avranno più accesso all’acqua.

Secondo il WWF circa il 75% della produzione di soia del mondo è destinato all’alimentazione degli animali da allevamento. Le terre coltivabili a soia vengono ricavate dall’abbattimento di foreste pluviali come accade in America del Sud. Solo nell’UE il 50% della terra coltivabile è destinata alla mangimistica animale anziché al nutrimento diretto delle persone. 

Animali in condizioni inaccettabili

A questa dolorosa sfilza di dati allarmanti si aggiungono le sofferenze inutili cui vengono sottoposti  gli animali costretti a vivere in gabbie anguste che impediscono loro non solo il movimento ma anche un sano sviluppo e un rapporto naturale con i loro cuccioli. Se una volta ciò che accadeva all’interno degli allevamenti intensivi rimaneva una realtà conosciuta a pochi, oggi sconcertanti immagini e video hanno portato sotto gli occhi di tutti il vero prezzo delle maxi confezioni di pollo formato famiglia o di uova a prezzi stracciati. Per proporre prezzi simili sul mercato costringono a chiudere i piccoli produttori che al contrario utilizzano metodi sostenibili e garantisco una vita sana e dignitosa all’animale. Sono raccapriccianti alcuni video che riprendono galline ovaiole malate e senza piume, camminare sulle carcasse delle compagne morte tra ratti e parassiti. 

Un passo avanti contro l’ingabbiamento di almeno 300 milioni di animali in Europa, è rappresentato dalla campagna italiana End the Cage age lanciata ad ottobre alla Camera dei Deputati che chiede a Bruxelles di impedire questa rovinosa pratica. L’obiettivo è raggiungere un milione di adesioni nell’arco di un anno affinché la Commissione europea esprima un parere sull’argomento.

La pericolosa questione dell’antibiotico-resistenza

Una delle conseguenze per l’uomo del consumo di carne proveniente da allevamenti intensivi è l’antibiotico-resistenza. L’unione europea lo scorso 25 ottobre ha votato un nuovo regolamento – che entrerà in vigore entro il 2022 – che regolamenterà l’utilizzo di antibiotici negli allevamenti. Questi farmaci vengono somministrati per prevenire malattie in animali che vivono in scarse condizioni igieniche e in uno spazio troppo stretto per crescere sani. L’uso spregiudicato di questi antibiotici ha prodotto batteri molto resistenti che rendono inefficaci gli antibiotici destinati al consumo umano. Il 70 per cento degli antibiotici prodotti nel mondo viene impiegato negli allevamenti intensivi e l’Italia è il secondo paese europeo a farne maggior ricorso negli allevamenti. Le nuove regole europee specificano che i farmaci non potranno essere impiegati per controbilanciare il cattivo stato di salute degli animali o per stimolarne la crescita.

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