Perché spezzare di nuovo le ali della canapa?

Perché spezzare di nuovo le ali della canapa?

E’ ormai una notizia di qualche giorno fa che avrà senz’altro destato stupore, perché mentre il Canada, paese con cui il blocco UE sta acquisendo sempre maggiore confidenza, annunciava la totale legalizzazione della cannabis all’interno dei confini statali, in Italia è avanzata bruscamente l’ipotesi di sospendere le vendite della canapa light o marijuana leggera. Prima di approfondire la storia di questa sostanza e addentrarci nelle dinamiche che nel giro di un anno e mezzo hanno portato all’esplosione di questo mercato verde è doveroso fare chiarezza su cosa sia effettivamente la cannabis legale (forse ancora per poco).  La marijuana esposta ora in tabaccherie o rivenditori specifici è una “droga” leggera più delle droghe leggere. In breve è, di fatto, cannabis che contiene, però, un quantitativo di Thc, principio attivo della pianta con effetti psicoattivi, oscillante tra 0,2% e 0,6%, quando nella marijuana illegale la concentrazione oscilla tra il 15 e il 20.

Questa sostanza, dunque, a Gennaio 2017, sfruttando un vuoto normativo, si è trovata a poter avere una vita regolare sul mercato interno italiano, sancita dal governo italiano stesso. Così mentre la notizia circolava e pochi l’avevano colta, nell’estate dello scorso anno è sorto un vero e proprio business della canapa legale. Si sono moltiplicati punti venditi, aziende produttrici, marchi e ovviamente i consumatori, dal padre di famiglia nostalgico delle abitudini giovanile al ragazzo curioso che per prova o comodità la preferisce a quella illegale. A mano a mano quello della cannabis è incominciato ad essere sempre più un settore proficuo, sono iniziate a nascere anche canapa light firmate da rapper e l’offerta aumentava. Alla marijuana leggera si affiancavano prodotti alimentari, pasta, biscotti, olii, cosmetici e altre trovate commerciali. Da un lato si cavalcava l’onda fascinatrice della droga legale, dall’altro la novità del bio, ed ecco che la canapa light raccoglieva le sue fortune.

Non fosse però che tutto questo entusiasmo,che, appunto, nel giro di un anno e mezzo aveva avvolto la vicenda della canapa light, è stato spezzato dall’inchiesta di alcuni giorni fa. Improvvisamente è piombato un no del Consiglio Superiore di Sanità che facendo leva sul principio di prevenzione ha alzato un polverone che, per ora, non ha cambiato nulla. In particolare il Consiglio Superiore ha riflettuto riguardo all’utilizzo della canapa leggera da parte di certe categorie e sui suoi possibili effetti psicotropi in determinate situazione. In realtà le basi su cui poggia il ragionamento sono molto fragili se si considera che è già stata accertata l’assenza di effetti psicoattivi in sostanze contenti Thc per una percentuale inferiore allo 0.5. Per di più risulterà paradossale sapere che questi prodotti non sono venduti come prodotti da fumo. La canapa light non andrebbe fumata, solo quest’aspetto mi sembra supportare lo scetticismo del CSS.

Quest’ultima informazione potrebbe farci riflettere sul rapporto che il nostro paese ha con alcune tematiche apparentemente marginali, di cui altri stati sono stati capaci di occuparsene meglio. Si aprirebbe un altro capitolo, troppo lungo. Per ora basta sapere che l’indirizzo verso cui volge la vicenda è probabilmente una discussione parlamentare, per approvare o no, forse ridefinire i termini per la vendita di canapa light. Nel frattempo i tempi dei dibattiti, sicuramente politicizzati dai leader, non aiuteranno le aziende e le attività incentrate sulla canapa light. Un settore economico promettente del nostro paese potrebbe morire molto giovane, o meglio dopo essere appena “resuscitato”.

Era il 1940 e in Italia si coltivavano 90 mila ettari di terreno di canapa. Dopo la guerra un’Italia tutta da ricostruire accoglieva con favore i soldi del Piano Marshall e tanti nuovi prodotti a base di petrolio, come il nylon. Negli anni della guerra fredda a produrre canapa erano soltanto l’URSS e alcuna paesi satelliti. Tutto l’occidente dimenticava la canapa e l’infinità di cose realizzabili attraverso essa. Dai jeans alla carta,dai materiali edili ai prodotti d’igiene personale, in ognuno la presenza della canapa fu sostituita con un altro componente.

Adesso la situazione è diversa. L’Italia non è più uno dei maggiori produttori di canapa. In Europa già dagli anni 90, Francia, Inghilterra, Polonia hanno incominciato ad organizzarsi per la coltivazione. L’Italia da un anno e mezzo ha intrapreso questa strada, con alle spalle un passato da grande produttore. Infatti la risposta del mercato era stata positiva. Ma soprattutto alcune aziende produttrici hanno già iniziato a parlare di architettura ecosostenibile tramite l’impiego di canapa e degli ottimi risultati di coibentazione raggiunti con la canapa.

La neoministra Giulio Grillo ha comunque preso le distanze dal CSS. “Le decisioni le prende il governo, il CSS è un organo consultivo”, ha detto, “le aziende e i consumatori possono stare tranquilli”. Piovuto il no del Consiglio Superiore, i negozi possono continuare, per ora, a vendere, nella speranza che si valuti seriamente se la canapa, nei suoi molteplici impieghi, possa o no essere una risorsa utile per il nostro paese.

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