Progresso e immigrazione: il monolinguismo del disincanto

Progresso e immigrazione: il monolinguismo del disincanto

Quale progresso? Non quello dell’umanità: stiamo dimenticando le persone.

Nel 1996 Jacques Derrida pubblicava Il monolinguismo dell’altro, riflettendo sulla sua condizione di ‘apolide linguistico’. Il tema dell’identità era intrecciato con la questione della lingua e questa, a sua volta, con quella del colonialismo occidentale: Derrida, franco-magrebino, cresce parlando soltanto il francese in una terra di origine e di lingua araba.

Il “monolinguismo dell’altro” è la conseguenza più diretta della colonizzazione sfrenata, ma a ben vedere è soprattutto la linfa essenziale che le permette di sopravvivere: continuando a parlare la lingua che l’altro ci impone le doniamo nuova forza e energia.

Questa parte di mondo che si definisce civile e progredita sta divulgando un’unica lingua, senza sapere davvero da dove provenga, dimostrando tutta la barbarie di cui è capace, tutta la vuotezza del proprio monolinguismo.

È il monolinguismo del disincanto, del deterioramento umano ridotto alle logiche della convenienza e del profitto. L’immigrazione è diventata uno spettro dal quale ogni Stato ha intenzione di fuggire perché è un investimento gravoso, scomodo, impopolare.

Secondo un calcolo di Amnesty International, l’Unione europea, dal 2007 al 2013, ha speso “quasi due miliardi di euro in barriere, sistemi di sorveglianza e pattugliamenti di mare e di terra. In teoria i profughi – che, stando al diritto internazionale, hanno il diritto di attraversare le frontiere per chiedere asilo – dovrebbero essere esenti da questi controlli”. 700milioni invece è la cifra che l’Unione europea ha speso per accogliere i profughi.

Cosa ha prodotto la difesa militarizzata delle frontiere e dei confini? L’esplosione dei traffici di essere umani per mano della criminalità e alla morte di 33.293 persone fra il 1993 e il 2017.

Il secondo bastimento carico di…blocchi

Dopo il caso Aquarius, adesso è la volta della Lifeline, la nave con a bordo 239 migranti ancora bloccata tra Malta e Tripoli, perché né Roma né La Valletta vogliono lasciarla approdare nei loro porti. La nave, gestita da un’ong tedesca, che ha salvato i migranti al largo della Libia, è considerata pirata dal governo italiano perché l’Aja ha dichiarato che l’imbarcazione batte illegalmente la bandiera olandese, nonostante la ong Mission Lifeline, proprietaria della nave, abbia mostrato, tramite Twitter, il documento di provenienza.

Per il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Toninelli “la disumanità di Malta è lo specchio dell’atteggiamento dell’Europa”, ma le autorità maltesi fanno sapere che “il soccorso è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso della Libia, tra la Libia e Lampedusa. L’operazione è coordinata dall’Italia. Malta non è coinvolta”.

Gabbie d’acciaio e disincanto

2.342 sono i bambini separati dai genitori e chiusi in gabbie d’acciaio: la politica migratoria dell’umanità zero.

Dopo diversi giorni di protesta, il presidente Donald Trump ha deciso di sospendere le separazioni, ma i bambini già detenuti non verranno ricongiunti alle famiglie, a meno che non abbiano avvocati in grado di difenderli e di occuparsi di loro. Nonostante mercoledì scorso Trump abbia firmato un ordine esecutivo per porre fine alle separazioni, non esiste ancora un piano immediato per riunire le famiglie che sono già state separate. Alcuni Stati, tra cui Massachusetts, Maryland, New Mexico, Pennsylvania, Iowa e Illinois hanno deciso di denunciare questi fatti. Il procuratore generale dello Stato di Washington, Bob Ferguson, ha fatto sapere che si aspetta che altri si uniscano.

Questi bambini hanno già sperimentato, stanno già vivendo nel monolinguismo del disincanto, del capitale che calpesta il diritto all’esistenza e al futuro. Bambini trattenuti in Texas (il video) con l’obiettivo di dimostrare la necessità della costruzione del muro fra Stati Uniti e Messico.

Hotspot e centri di detenzione: la terra di nessuno

Gli hotspot e i Centri di identificazione ed espulsione (CIE) della legge Bossi Fini, rinominati CP..R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri) dalla legge Minniti-Orlando, sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno. Gli hotspot rappresentano il punto di primissimo smistamento allestito in prossimità dei luoghi di sbarco negli Stati di frontiera, in cui gli agenti della locale polizia di frontiera insieme a esperti e tecnici dell’Ufficio europeo hanno il dovere di assicurare una rapida identificazione e registrazione dei migranti in arrivo, di prelevare le impronte digitali per distinguere i richiedenti asilo dai migranti economici. Eppure ciò che avviene al loro interno è spesso molto distante da quanto previsto dalla legge, come testimoniano i lager libici e i casi che seguono.

Campo di Moria

Campo di Moria (isola di Lesbo): l’hotspot, pensato e costruito per ospitare 2.000 richiedenti asilo, ne racchiude più di 8.000, nonostante le statistiche dell’UNHCR ne stimino 3.000 in meno. Il campo si estende anche all’esterno delle mura di cinta, nella cosiddetta piantagione degli ulivi, dove migliaia di migranti hanno da tempo trovato rifugio in capanne e tende di fortuna, vivendo effettivamente senza alcuna sorta di infrastruttura e sistema di sicurezza. In questo centro si susseguono momenti di tensione che sfociano in risse dovute al grave disagio psicofisico dei reclusi, fra gli ultimi la rissa avvenuta lo scorso 26 maggio tra un gruppo di richiedenti asilo curdi e alcuni siriani. La colluttazione ha causato una decina di feriti, portando alcune famiglie curde, per un totale di 600 persone, ad abbandonare il centro. Nel frattempo le deportazioni dall’isola di Lesbo verso le coste turche riguardano una ventina di richiedenti asilo, mentre sono più di un centinaio quelli segregati nel centro di detenzione di massima sicurezza del campo di Moria.

Lampedusa: un dossier presentato dalla Campagna LasciateCIentrare poco tempo fa alla Camera dei Deputati presenta dettagliatamente le palesi violazioni dei diritti umani, in particolare le violenze e le percosse sui migranti – minori compresi – da parte della Polizia, verificatesi nell’hotspot. Viene definito “un luogo simbolo di concentramento e malaccoglienza, emblema dell’approccio politico UE di sistematica violazione dei diritti umani e limitazione della libertà di movimento delle persone”.

Taranto: nel luglio scorso, gli avvocati Maria Cesarea Angiuli e Dario Belluccio dell’ASGI hanno trovato, nell’hotspot pugliese, 14 ragazzi minorenni provenienti dal Bangladesh, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali e Senegal, nonostante la legge preveda per i minori precise forme di accoglienza a tutela della loro vulnerabilità e ne vieta il trattenimento negli hotspot.

Trattenuti per giorni senza una comunicazione scritta, in situazioni di promiscuità con persone adulte, sotto un’unica tenda circondata da alte reti metalliche presidiate da soldati dell’Esercito italiano, privati della possibilità di contatti con l’esterno, senza aver ricevuto alcuna informazione sulla possibilità e gli effetti di un’eventuale presentazione di richiesta di protezione internazionale né dal personale di polizia, né dall’associazione che si occupa della mediazione culturale, né dal personale dell’UNHCR.

I ricorsi alla Corte europea dei Diritti dell’uomo hanno avuto esito positivo, dal momento che nel gennaio 2018 la Cedu aveva ritenuto ammissibili i ricorsi invitando il governo italiano a fornire chiarimenti entro il 14 maggio in relazione ai fatti e alle violazioni contestate dai ricorrenti.

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