Un nodo paradossale spezza il pettine della politica italiana

Un nodo paradossale spezza il pettine della politica italiana

Chiunque si troverà d’accordo su un punto: l’assurdità dell’attuale situazione politica italiana. Sono passati 84 giorni dalle elezioni e l’Italia non ha ancora un governo. Quella che sembrava essere ormai l’ultima spiaggia è stata abbandonata: il contratto di governo siglato da M5S e Lega non ha avuto modo di dare concretezza ai voti degli italiani. Perché? Principalmente a causa della mediocrità degli esponenti politici italiani.

Ripercorrendo il nastro che avvolge questi quasi tre mesi senza un governo ci si accorgerà della destabilizzante lentezza con cui si sono svolti i dialoghi parlamentari. Più in fretta, però, circolavano nelle tv o sui social parole denigratorie tra i leader politici. Complice una legge elettorale che ha arginato la prorompente forza popolare oggi riconosciuta nel M5S, l’Italia è stata per due mesi senza conoscere il suo destino politico, mentre il Pd sembra essere guidato da figure che non hanno più alcun contatto con la popolazione e Forza Italia ha, da pochi giorni, festeggiato la riabilitazione alla candidatura di Berlusconi. Nel mese di Maggio sono iniziate delle trattative tra M5S e Lega per la formazione di un contratto di governo; è doveroso specificare che più volte Mattarella aveva sollecitato le forze politiche ad incontrarsi in un dialogo costruttivo.

Ripercorrendo, invece, l’ultima settimana si vedrà che l’invito al dialogo di Mattarella aveva condotto ad un “governo del cambiamento”, composto da M5S e Lega, uniti nella figura di Giuseppe Conte come premier. Così il 23 Maggio Mattarella ha affidato al professore, precedentemente proposto da Di Maio come ministro della pubblica amministrazione, l’incarico di formare il governo. Durante l’ultima settimana era concreta, direi quasi certa, la formazione del governo. Da lì qualcosa si è inceppato, scatenando nella giornata di ieri una profonda crisi politica, la quale riconosce diversi responsabili. Da quando Mattarella aveva assegnato a Conte il compito di guidare il governo lo spread era incominciato a salire, toccando i 200 punti venerdì. Bisognerebbe chiedersi perché in quei giorni se l’Italia sembrava stesse trovando la sua stabilità. Le ragioni sono diverse, interne ed esterne al contratto di governo e si sono succedute nei giorni scorsi per giungere alla situazione di ieri. Di Maio e Salvini oltre ad un dialogo reciproco, dovevano confrontarsi con il Capo dello Stato. E non avrà certo sentito le sue posizioni politiche sicure Mattarella quando attraverso Huffington Post era circolata la bozza dei punti della carta di governo gialloverde, tra i quali compariva l’ipotesi di uscita dall’Unione. Paradossale se si considera che M5S e Lega negli ultimi mesi avevano quasi completamente trascurato le tematiche antieuropeiste. Nella versione ufficiale questo punto è scomparso, anche se dietro le straordinarie manovre economiche restava lo spettro anti-UE. La paura del Presidente per la solidità dei rapporti con l’Unione cresceva dinanzi alla figura di Paolo Savona proposto come ministro dell’economia. Su questa scelta per il dicastero più inviso agli investitori c’è molto da riflettere, soprattutto per il fatto che sembra essere proprio l’81enne lo scoglio per la formazione del governo.

Ripercorrendo la giornata di ieri si sprofonda nell’attuale crisi istituzionale italiana. Di Maio e Salvini vengono rispettivamente convocati da Mattarella. Colloqui che durano poco meno di un’ora. Poi è il turno di Conte che confessa la sua rinuncia a formare un governo. Infine parla Mattarella che spiega le ragioni di questo regresso. “Il presidente non ha subito né potrà mai subire imposizioni”. Questo l’assunto che ha provocato il braccio di ferro tra la coalizione gialloverde e il presidente della Repubblica, risoltosi nella decisa posizione del Capo dello Stato. Mattarella è un difensore degli interessi europei, consapevole di cosa significa dissociarsi dall’Unione dopo 70 anni di interdipendenza economica e quasi 20 di moneta unica,non poteva accettare come Ministro dell’Economia Paolo Savona, antieuropeista di fama, così è tramontata ogni ipotesi di governo. La giornata si è conclusa con lo sdegno dei politici e lo stupore degli italiani, che intorno alla venti di ieri sera hanno visto sui loro schermi parlare il Capo dello Stato, giustificando il suo veto per salvaguardare i risparmi delle famiglie italiane e le aziende degli italiani.

Avendo ripercorso in ordine l’intero periodo che ci separa dalle elezioni ad oggi, nel dettaglio l’ultima settimana e,infine, la giornata di ieri, constatata l’assurda mediocrità politica in cui siamo invischiati, è doveroso riflettere quali dinamiche ci hanno condotto nuovamente in uno stallo paralizzante e, probabilmente, ad un altro governo tecnico, ignorante del voto degli italiani.

Tralasciando la questione di un punto prima e di una reminiscenza poi antieuropeista nella carta di governo, il vero indissolubile problema alla formazione del governo è stato, come già accennato,l’economista e accademico Paolo Savona. Verrebbe da chiedersi a chiunque se non esistessero altre figure pronte a presiedere il dicastero economico. Da notizie comparse sul fatto quotidiano sarebbe Salvini ad essersi intestardito sulla figura di Savona, “O Savona o si vota”. Da altre indiscrezioni pare che Salvini avesse rifiutato nettamente di proporre Giancarlo Giorgetti, leghista, come Ministro dell’Economia, sebbene fosse preferito dagli investitori, dal Quirinale e da molti cinquestelle. Perché Salvini abbia insistito così tanto su una figura scomoda non si può sapere, specialmente per uno dichiaratosi sempre disponibile alla formazione del governo. Dal canto suo Mattarella poteva, forse, accettare il ministro limitando il suo ruolo con una vicepresidenza al ministero più rilevante o con una nomina prestigiosa agli Affari Esteri. Anche la scelta di Mattarella è opinabile, più che altro decisamente impopolare. Dopo gli avvenimenti di eri si è creata una frattura tra il popolo e le istituzioni, che ignoreranno il voto degli italiani dopo aver accolto docilmente i moniti europei.

La polemica è stata subito spostata verso un nuovo bipolarismo sovranisti vs europeisti, situazioni a cui era impensabile arrivare anche solo una settimana fa. Giorgia Meloni e Di Maio hanno invocato l’impeachment per Mattarella, Berlusconi giustamente li ha definiti “irresponsabili”, Salvini con grande acutezza politica è stato più “sobrio” definendosi semplicemente “incazzato” e ha difeso Mario Draghi da chi persegue logiche cospirazioniste. Il primo responsabile di questa crisi governativa si presenta come risolutore invocando le elezioni, dalle quali la Lega uscirebbe fortemente rafforzata e, probabilmente, il M5S indebolito. Di Maio acclamando la messa in stato di accusa di Mattarella si è abbassato al livello di Giorgia Meloni e l’elettorato pentastellato difficilmente potrà tollerare le aperture concesse alla Lega. Con il Capo dello Stato che appare come un mero difensore di interessi di finanzieri e banchieri internazionali, quando, forse, ciò che può essergli rimproverato è un’eccessiva premura ma non la legittima preoccupazione per la posizione internazionale italiana, la Lega avrà ulteriore terreno fertile su cui coltivare consenso.

Se impossibile pesare le rispettive responsabilità, è possibile vedere le conseguenze scaturite da questa crisi istituzionale: un’Italia che tende verso il sovranismo, delusa dal servilismo nei confronti di Bruxelles. E’ bene ricordare, purtroppo, che uno stato debitore non è mai libero di decidere completamente il proprio destino (non dovevamo capirlo ieri) e che si poteva mediare sulla figura di Paolo Savona, Salvini doveva moderare la sua posizione . Ora si scrive un’altra pagina di storia “poco democratica” della Repubblica annullando, di fatto, il voto degli italiani. Non per colpa dell’Europa, ma per “l’incapacità” di collocare il “governo del cambiamento” nello scenario internazionale. Stephen Bannon, guru della destra americana che supportava Donald Trump, in lotta peri dazi commerciali con l’UE, ha esortato le forze politiche a puntare su Savona e sarà felice di questa situazione.

Il finale è questo: oggi i mercati hanno risposto bene, lo spread è sceso di circa 9 punti percentuali; Mattarella ha incaricato, poco fa, Cottarelli, ex capo della commissione per la spending review, di formare un governo. In caso di fiducia il governo Cottarelli si preoccuperà di chiudere il bilancio e portare il paese alle elezioni ad inizio 2019. In caso di sfiducia si voterà molto probabilmente a Settembre.

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