Le midterm fermeranno la politica estera di Trump?

Il 3 novembre gli americani rinnovano tutta la Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Alcuni raccontano il voto come un referendum su Donald Trump, cioè come l’occasione per mettere un freno a un presidente che in due anni ha scosso alleanze, commerci ed equilibri globali. Eppure la politica estera, proprio il campo che tocca più da vicino gli europei, rischia di essere anche quello in cui le elezioni di metà mandato contano meno: un Congresso diverso basterebbe davvero a fermare Trump?
Un referendum su Trump.
Le premesse per una sconfitta repubblicana, del resto, non mancano. Dal secondo dopoguerra il partito del presidente in carica ha perso seggi in tutte le elezioni di metà mandato, con le sole eccezioni del 1998 e del 2002. Per la Camera i sondaggi sembrano confermare questa tendenza, mentre al Senato il risultato appare più incerto. I repubblicani detengono infatti 53 seggi su 100 e i Democratici, per conquistare la maggioranza, dovrebbero guadagnarne quattro e allo stesso tempo difendere un seggio conteso in Michigan. A questo quadro si aggiunge un presidente la cui approvazione è scesa al 33%, anche a causa della guerra con l’Iran e il rialzo nel prezzo del carburante.
In Europa questa prospettiva viene seguita con un’attenzione particolare e già alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio scorso, ci si chiedeva se un nuovo Congresso potesse impedire a Trump di ritirare le truppe dal continente o di svuotare la NATO.
Resta da vedere, però, se queste speranze siano fondate.
Per capire quanto un Congresso diverso possa pesare sulla politica estera, infatti, bisogna prima chiarire come la Costituzione americana distribuisce i poteri tra il presidente e le due camere.
Perché vincere non basta.
Nel sistema americano la decisione di usare la forza spetta in larga parte al presidente. La Costituzione affida al Congresso il potere di dichiarare la guerra e di finanziare le forze armate, ma fa del presidente il comandante in capo, e nella pratica sono stati spesso i presidenti a decidere quando e dove impiegare le truppe, appoggiandosi ad autorizzazioni del Congresso formulate in termini ampi oppure ai propri poteri costituzionali. La War Powers Resolution, approvata nel 1973 dopo la guerra del Vietnam, avrebbe dovuto riequilibrare questo rapporto, imponendo al presidente di informare il Congresso entro 48 ore e di interrompere entro 60 giorni le operazioni non autorizzate. Tuttavia, tutti i presidenti successivi l’hanno considerata un’invasione delle proprie prerogative, e solo raramente è stata applicata fino in fondo.
Per fermare un’operazione militare, o più in generale per imporre al presidente una scelta di politica estera, il Congresso deve quindi approvare una legge. Ma è qui che entra in gioco il diritto di veto. Ogni testo approvato dalle due camere passa infatti alla firma del presidente, il quale può rifiutarsi di firmarlo e rinviarlo al Congresso; a quel punto il testo diventa legge soltanto se viene approvato di nuovo con una maggioranza di due terzi sia alla Camera sia al Senato. In altre parole, per l’opposizione non basta conquistare la maggioranza: per superare il veto occorre che una parte consistente del partito del presidente voti contro di lui, un’ipotesi che nessuna previsione sembra considerare realistica per il prossimo Congresso.
Le leve che restano.
Questo non significa, però, che il Congresso sia privo di strumenti. La leva più concreta resta il bilancio, perché per finanziare il governo e alzare il tetto del debito la Casa Bianca ha bisogno del voto delle due camere, e una maggioranza democratica anche nella sola Camera potrebbe usare queste scadenze per ottenere concessioni. A ciò, si aggiungono il controllo sulle nomine, qualora i Democratici conquistassero anche il Senato, e le indagini parlamentari, che una nuova maggioranza aprirebbe con ogni probabilità. Anche questi strumenti, tuttavia, sembrano avere margini più ridotti che in passato, dal momento che l’amministrazione rivendica sempre più spesso un potere autonomo sulla spesa e tende a opporre il privilegio dell’esecutivo alle richieste del Congresso.
I casi in cui il Congresso è riuscito davvero a vincolare il presidente, del resto, hanno un elemento in comune, cioè un consenso che andava oltre i confini di partito. È in questo modo che nel 2017 fu approvata, con una maggioranza tale da rendere inutile il veto, la legge che impedisce di allentare le sanzioni alla Russia senza il via libera del Congresso, ed è sempre con un accordo tra democratici e repubblicani che nel 2023 è stato stabilito che nessun presidente può ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza il consenso del Senato, un vincolo tornato d’attualità quest’anno, quando Trump ha minacciato di lasciare l’Alleanza dopo le tensioni con gli alleati su Hormuz. Dove questo consenso manca, invece, il Congresso fatica a incidere, come mostrano le risoluzioni per limitare la guerra con l’Iran, respinte più volte al Senato nel corso del 2026. Gli strumenti del Congresso, quindi, sono utili più per rallentare che per bloccare le scelte del presidente in politica estera
Non dove ci aspettiamo.
Questo vale anche per i dossier che interessano più da vicino l’Europa. Su alcuni il Congresso potrebbe incidere, su altri molto meno, e non sempre su quelli in cui gli europei se lo aspettano. Sulla NATO, per esempio, una maggioranza democratica potrebbe impedire un ritiro formale, ma avrebbe pochi strumenti per contrastare le pressioni con cui l’amministrazione chiede agli alleati di allinearsi alla propria politica estera. Sull’Ucraina e su Taiwan, invece, il sostegno attraversa entrambi i partiti, tanto che gli aiuti a Kiev, approvati in estate dalla Camera con un voto trasversale, potrebbero ripartire chiunque controlli il prossimo Congresso. Sui dazi, infine, che toccano da vicino le economie europee, il Congresso resta diviso, e la Casa Bianca conserverebbe comunque ampi poteri in base alle leggi già in vigore.
A questo quadro si aggiunge un’ipotesi che rovescia l’aspettativa di partenza. Secondo Peter Finn dell’Università di Greenwich, un Trump costretto a fare i conti con un governo diviso e quindi più limitato in politica interna, potrebbe cercare proprio nella politica estera, dove il potere del Congresso rimane più limitato, lo spazio d’azione che gli verrebbe a mancare in patria. Se questa lettura fosse corretta, una sconfitta alle midterm rischierebbe di tradursi non in una politica estera più prudente, ma in un attivismo internazionale che si mantiene, o persino si accentua.
Un presidente indebolito?
Resta da capire, a questo punto, quanto una sconfitta elettorale possa indebolire Trump anche sul piano internazionale. Anche qui l’effetto potrebbe rivelarsi più limitato di quanto si immagini. La politica estera di Trump è caratterizzata da un approccio transazionale e personalistico, che tende a passare più dai rapporti diretti tra leader che dalle istituzioni. Lo stesso Trump, del resto, ha lasciato intendere più volte di non sentirsi condizionato dal voto, ricordando di non essere lui il candidato. Per questo conviene distinguere tra due piani. Da una parte c’è la credibilità degli Stati Uniti, che uno stallo tra Casa Bianca e Congresso potrebbe effettivamente intaccare; dall’altra c’è il peso personale del presidente, che sembra dipendere meno dagli equilibri parlamentari.
Del resto, non tutti guardano al voto con le stesse attese. Mentre in Europa le midterm vengono spesso lette come un possibile freno, anche perché si tende ad attribuire al Congresso un ruolo simile a quello dei parlamenti europei, a Mosca e a Pechino l’attenzione sembra rivolta soprattutto a un Congresso che, in entrambi i partiti, è spesso più severo della Casa Bianca nei loro confronti. Alcune analisi suggeriscono, per esempio, che il Cremlino possa considerare il 2026 la finestra più favorevole per un accordo sull’Ucraina, prima dell’insediamento di un Congresso potenzialmente più ostile.
Anche l’Iran sembra puntare sulle midterm, mantenendo alta la pressione su Hormuz nella speranza che una sconfitta repubblicana indebolisca Trump. Un presidente indebolito, tuttavia, non sarebbe necessariamente un presidente più prudente: tra indagini parlamentari, scontri sul bilancio e risoluzioni sui poteri di guerra destinate a infrangersi contro il veto, il rapporto con il nuovo Congresso rischierebbe di farsi più conflittuale, e la politica estera potrebbe restare il terreno su cui riaffermare la propria autorità. Per l’Europa, che già risente delle tensioni nel Golfo e che, se il conflitto dovesse proseguire, rischierebbe di scontare una crescente insofferenza di Washington verso alleati giudicati poco solidali, uno scenario di questo tipo potrebbe rivelarsi più instabile che vantaggioso.
Che cosa cambia per l’Europa?
Considerati insieme, i due fattori suggeriscono un quadro più sfumato di quello che il racconto del referendum lascia intendere. Il Congresso conserva alcune leve, che sembrano funzionare soprattutto quando i due partiti convergono, come sulla Russia, sulla NATO o su Taiwan. Su dossier come i dazi o la guerra con l’Iran, invece, il suo peso appare molto più limitato. Allo stesso tempo, un presidente frenato in patria potrebbe cercare all’estero lo spazio che gli verrebbe a mancare. La sua politica estera, fondata su rapporti personali e transazioni, sembra del resto relativamente poco esposta a una perdita di credibilità istituzionale. Per l’Europa, quindi, potrebbe essere prudente non attribuire al voto di novembre la capacità di cambiare radicalmente la rotta di Washington. Resta difficile dire quanto un Congresso diverso possa modificare la linea di Trump. Le midterm meritano comunque attenzione, sia perché un impatto, per quanto limitato, è probabile, sia perché offrono una prima indicazione in vista delle presidenziali del 2028. Conviene però ridimensionare le aspettative: anche in caso di sconfitta, dopo novembre Trump resterà alla Casa Bianca per altri due anni, e con lui gran parte della sua politica estera.




