Riyadh nel mirino degli Houthi

Colpire Saudi Aramco significa molto più che incendiare un edificio. Significa compromettere uno dei pilastri dell’economia mondiale e ricordare a Riyadh che la sua superiorità militare non basta a garantire la sicurezza delle infrastrutture da cui dipende la sua potenza petrolifera, e quindi economica.
Nella notte tra martedì 13 e mercoledì 14 ottobre, un attacco attribuito agli Houthi yemeniti ha raggiunto il complesso della sede centrale di Aramco a Dhahran, nell’Arabia Saudita orientale. L’incursione ha provocato ingenti danni all’edificio amministrativo, senza però causare vittime. Le attività della compagnia sono tuttavia proseguite, con parte del personale trasferita al lavoro da remoto.
Dhahran ospita un importante centro direttivo di Aramco, attraverso il quale vengono coordinate attività che interessano pozzi petroliferi terrestri e offshore, oleodotti, raffinerie e terminali di esportazione. Non si tratta dunque soltanto di una sede simbolica, ma di un nodo inserito nella rete che permette al regno di estrarre, trasformare e commercializzare la propria principale risorsa strategica.
Gli Houthi hanno rivendicato una campagna più ampia contro obiettivi sauditi, dopo aver attaccato un terminal dell’aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh la scorsa settimana provocando 12 morti e una raffineria nella capitale. La portata effettiva di ogni singola operazione non è sempre verificabile in modo indipendente, ma la sequenza degli episodi mostra una strategia che punta a estendere il costo della guerra a settori essenziali per il funzionamento del regno. L’aeroporto di Riyadh, ad esempio, rimarrà chiuso fino al 17 ottobre e molte compagnie aeree hanno già cancellato i voli.
La nuova escalation si inserisce nella ripresa delle ostilità tra Riyadh e il movimento sciita zaydita, sostenuto dall’Iran. L’Arabia Saudita era intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015, dopo la conquista di Sanaa, la città più grande e importante del paese, da parte degli Houthi, per sostenere il governo riconosciuto a livello internazionale e contenere l’espansione dell’influenza iraniana lungo i propri confini meridionali.
La tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022 aveva congelato gran parte dei combattimenti, senza però risolvere il conflitto. La ripresa delle operazioni saudite e i progressi degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso hanno riaperto un fronte che coinvolge anche uno dei passaggi marittimi più delicati della regione, lo stretto di Bab el-Mandeb.
Da un lato gli attacchi contro le infrastrutture energetiche saudite arrivano mentre la regione è attraversata da una più ampia contrapposizione tra Stati Uniti e Iran, minacciando l’occlusione di una delle due alternative terrestri rimaste per il trasporto degli idrocarburi provenienti dal Golfo Persico come l’oleodotto di Yanbu.
Dall’altro l’espansione territoriale degli Houthi sulle coste yemenite del Mar Rosso comporta ulteriore incertezza per il passaggio delle navi commerciali verso il canale di Suez e destinate al mercato europeo, spesso prese di mira da droni e razzi, rinforzando quindi la strategia bellica di Teheran, principale sponsor dei ribelli.
Per rafforzare la difesa delle proprie infrastrutture, Riyadh può contare su sistemi antimissile Patriot di produzione statunitense e su un’ampia rete di sorveglianza aerea, ma la vastità del territorio e il costo degli intercettori rendono difficile neutralizzare ogni minaccia. Di fronte alla nuova escalation, il regno punta a rafforzare le proprie capacità difensive e la cooperazione con gli alleati.
Anche l’Italia è coinvolta. Dal marzo 2026, la Task Force Air – Arabia dell’Aeronautica Militare contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo saudita e degli altri Paesi partner del Golfo. Roma partecipa inoltre alla missione navale europea Aspides, incaricata di proteggere il traffico commerciale nel Mar Rosso e nelle acque circostanti dagli attacchi contro la navigazione. Si tratta di interventi complementari, ma distinti dalla difesa diretta degli impianti petroliferi, che resta una responsabilità delle autorità saudite.
La presenza italiana nella regione, inoltre, è diventata a sua volta oggetto di polemica politica dopo le notizie sul rischieramento di circa 400 militari, 242 della Task Force Air e i 165 dell’operazione Cerbero, dal Kuwait alla base saudita di Ta’if, specialmente dopo l’attacco degli Houthi subito dalla base lo scorso 8 settembre, durante il quale è stato gravemente danneggiato un caccia Eurofighter italiano.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sostenuto che il trasferimento rientrasse in una riorganizzazione già pianificata delle forze italiane nell’area e non nell’avvio di una nuova missione, anche con l’obiettivo di allontanare i soldati italiani dalle aree più soggette ad attacchi dell’Iran, purtroppo con scarsi risultati.
Sul fronte degli armamenti, Riyadh punta a rafforzare le proprie capacità di intercettazione. Il Dipartimento di Stato statunitense ha approvato una possibile vendita all’Arabia Saudita di 730 missili intercettori Patriot PAC-3 MSE, per un valore stimato di 9 miliardi di dollari. Il pacchetto comprende anche equipaggiamenti, ricambi, assistenza tecnica e addestramento.
Ad ogni modo, colpendo il cuore petrolifero saudita, gli Houthi dimostrano di poter trasformare il conflitto yemenita in una vulnerabilità strategica per l’intero Golfo. Il sostegno militare e tecnologico iraniano amplifica questa capacità, consentendo a Teheran di esercitare pressione su Riyadh, rimasta relativamente meno impattata dagli attacchi diretti iraniani rispetto ai propri vicini.
Per il regno, difendere la propria reputazione petrolifera significa difendere anche il proprio posto nel mondo, investito ormai dal vortice della guerra per procura iraniana all’energia, e quindi all’economia, dell’Occidente.




