Israele, le telefonate del 7 ottobre e la causa di Ronen Bar

Tre milioni di shekel chiesti a Netanyahu dall’ex capo dello Shin Bet. Al centro della controversia, gli avvisi arrivati durante la notte dell’attacco di Hamas.
Il 14 ottobre Ronen Bar ha portato in tribunale una discussione che in Israele non si è mai davvero chiusa. L’ex direttore dello Shin Bet chiede tre milioni di shekel a Benjamin Netanyahu per diffamazione. Il premier lo aveva accusato di aver conosciuto il pericolo nella notte del 7 ottobre 2023 e di non averlo avvertito. Bar nega di aver nascosto informazioni. La causa riguarda quelle parole, pesanti anche per chi ha trascorso gran parte della vita nei servizi di sicurezza.
Le carte depositate da Bar ricostruiscono una notte di messaggi, telefonate e valutazioni. Già dalle 23 del 6 ottobre, sostiene l’ex direttore, lo Shin Bet aggiornava i militari su quanto accadeva a Gaza. Alle 2 fu mobilitata l’unità antiterrorismo Tequila. Alle 3:03 partì un avviso elettronico su possibili iniziative offensive di Hamas. Bar stesso riconosce che il grado di allerta assegnato a quel messaggio era troppo basso.
C’è poi la telefonata delle 3:55, ricevuta da un ufficiale della segreteria militare del primo ministro. Il segretario militare Avi Gil non venne svegliato in quel momento. Alle 6:15, sempre secondo Bar, il suo capo di gabinetto parlò con Gil. Poco dopo iniziò l’assalto di Hamas. Sappiamo gli orari. Sul contenuto delle comunicazioni, invece, il confronto è ancora aperto.
Netanyahu insiste su una circostanza difficile da ignorare. Per una minaccia ritenuta grave, osserva il premier, era possibile raggiungerlo direttamente attraverso il telefono protetto o gli uomini dello Shin Bet addetti alla sua sicurezza. Bar sostiene invece che la segreteria militare fosse il canale previsto per informare il capo del governo. Non è una disputa sui formalismi. Se un messaggio arriva in un ufficio e nessuno sveglia il destinatario, occorre sapere chi doveva decidere di farlo e sulla base di quali informazioni.
Oggi sappiamo come sono andate a finire quelle ore. Allora non era così. Secondo il racconto contenuto nella causa, lo Shin Bet si preparava a un’incursione limitata, tanto da inviare verso Gaza la squadra Tequila. Hamas stava per condurre un attacco di tutt’altra portata, contro basi militari, kibbutz e civili riuniti al festival Nova. Circa 1.200 persone furono uccise e 251 portate in ostaggio. È su quella distanza, fra il pericolo immaginato e quello reale, che pesa il giudizio sulle decisioni prese prima dell’alba.
Bar non sostiene che il servizio abbia fatto tutto bene. Ha riconosciuto il fallimento nel prevedere dimensioni e tempi dell’assalto e si è assunto la propria parte di responsabilità. Ha lasciato l’incarico nel 2025. Ora respinge un’accusa diversa, quella di aver taciuto intenzionalmente. Gli indizi raccolti da un servizio, le sue valutazioni e la conoscenza certa di un attacco imminente non sono la stessa cosa. Per parlare di occultamento volontario occorrono prove.
Nel fascicolo Bar torna anche sui mesi precedenti. Cita, fra l’altro, una conversazione del 23 luglio 2023, durante la quale afferma di aver segnalato a Netanyahu il rischio di una guerra. Ricorda altre valutazioni sul rafforzamento di Hamas e sulla possibilità di un conflitto su più fronti. Sono le sue ricostruzioni, sulle quali il primo ministro ha espresso posizioni differenti. Un governo riceve informazioni anche dall’esercito e dagli altri apparati. Deve tener conto del quadro regionale e degli impegni diplomatici. Sarebbe poco serio giudicarle fingendo che nel settembre 2023 qualcuno conoscesse già quanto sarebbe successo in ottobre.
Da questa vicenda non ricavo un motivo per sfiduciare lo Shin Bet, e neppure per considerare il governo un imputato politico. Lo Shin Bet protegge Israele da decenni, spesso lontano dai riflettori. Il primo ministro porta sulle spalle decisioni che non possono essere comprese leggendo soltanto una comunicazione. Prima di distribuire sentenze, preferisco vedere i documenti. In Israele le responsabilità vengono discusse apertamente, anche quando riguardano i vertici dello Stato.
La causa per diffamazione non sostituirà un esame generale della sicurezza israeliana. Potrà però mettere a confronto documenti, registri e testimonianze su una parte ben definita della storia. Resta da chiarire che cosa il servizio trasmise alle 3:55 e perché quella comunicazione non portò a svegliare il segretario militare. Il giudice si pronuncerà sulle dichiarazioni contestate. Quanto a quella notte, saranno i registri e le persone che erano in servizio a poter raccontare il resto.
di David Marini — Senior Business Development Manager e analista di geoeconomia e finanza internazionale.




