Dalle risaie dell’Henan all’ergastolo: la parabola di Xu Jiayin, e la lezione che Pechino finge di non vedere

C’era una volta l’uomo più ricco d’Asia. Oggi c’è un signore di 67 anni con i capelli bianchi, lo sguardo spento, in piedi davanti a un tribunale di Shenzhen che gli ha appena tolto tutto: la libertà, i beni, perfino i diritti politici, a vita. Si chiama Xu Jiayin, a Hong Kong lo conoscevano come Hui Ka Yan, e fino a pochi anni fa era il volto sorridente del miracolo cinese. Ora è il volto del suo conto da pagare.
La sentenza è di quelle che fanno rumore: ergastolo per il fondatore, confisca totale del patrimonio personale e multe record per le sue società. Il gruppo Evergrande dovrà versare 8,82 miliardi di yuan, circa 1,3 miliardi di dollari; la controllata Evergrande Real Estate altri 7 miliardi di yuan. In tutto, circa 2,35 miliardi di dollari. Cifre enormi, tra le più alte mai inflitte da un tribunale cinese in un processo penale. Con lui sono finiti alla sbarra i figli, alti dirigenti e decine di collaboratori: oltre cinquanta condanne.
Le accuse? Frodi finanziarie su larga scala tra il 2016 e il 2021: asset gonfiati, debiti nascosti, titoli emessi con bilanci truccati, raccolta illegale di risparmio, tangenti per mettere le mani su istituti finanziari e drenare credito e fondi assicurativi. Xu, ad aprile, si era dichiarato colpevole di otto capi d’imputazione. Tradotto dal gergo giudiziario: un castello di carte costruito con i soldi degli altri.
E qui bisogna dirlo senza giri di parole: chi truffa deve pagare. Punto. Dietro quei numeri astronomici non ci sono solo banche e fondi d’investimento, ci sono famiglie cinesi normali. Coppie che avevano versato l’anticipo per un appartamento mai finito. Operai che avevano messo i risparmi di una vita nei prodotti finanziari del gruppo. Fornitori pagati in cambiali carta straccia. Evergrande è arrivata ad avere oltre 300 miliardi di dollari di passività: il costruttore più indebitato del pianeta. Quando crolli così, non cadi da solo. Trascini giù un intero Paese, e infatti il mercato immobiliare cinese è in crisi ancora oggi.
La storia di Xu, però, merita di essere raccontata tutta, perché è quasi un romanzo. Nato nel 1958 in un villaggio poverissimo dell’Henan, studia metallurgia, finisce in un’acciaieria di Stato. Nel 1992 fa la valigia e va a Shenzhen, la città-laboratorio delle riforme di Deng. Nel 1996 fonda Evergrande. Il modello è semplice e spietato: compra terreni, costruisci in fretta, vendi sulla carta, e con i soldi incassati compra altri terreni. Debito che finanzia debito. Per anni funziona benissimo. Xu si compra perfino una squadra di calcio, il Guangzhou, la riempie di campioni e allenatori di fama mondiale (Lippi e Cannavaro, per dirne due che conosciamo bene), e la porta a vincere in Asia. Poi auto elettriche, acqua minerale, parchi a tema. Un impero.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa scomoda, soprattutto per Pechino. Perché Xu non era un pirata solitario sfuggito al controllo del sistema: ne era un prodotto perfetto. Membro di organismi politici consultivi, coccolato dalle amministrazioni locali che vivevano della vendita dei terreni, celebrato come esempio del sogno cinese. Per vent’anni il Partito ha lasciato gonfiare la bolla perché il mattone faceva crescere il PIL e la crescita garantiva il consenso. Poi, nel 2020, ha deciso di stringere i rubinetti del credito, di colpo, per decreto. E il castello è venuto giù.
Ecco la lezione che dalle nostre parti, a destra, conosciamo bene: quando è lo Stato a decidere chi deve crescere e chi deve cadere, il mercato smette di essere un mercato e diventa un favore politico. In un sistema libero, con regole chiare, bilanci trasparenti e controlli veri, un gigante come Evergrande sarebbe stato fermato molto prima, magari da un revisore, da un giornalista, da un azionista arrabbiato. In Cina lo ferma il Partito, quando gli conviene, e lo fa con la mano pesante di chi deve anche mostrare al popolo un colpevole.
Non fraintendiamoci: la condanna di Xu è meritata, e nessuno dovrebbe piangere per un miliardario che ha giocato con i risparmi della gente. Ma l’ergastolo esemplare serve anche a un’altra cosa: a spostare lo sguardo. Il problema non è stato un uomo solo, è stato un modello intero, benedetto dall’alto finché reggeva.
E un avvertimento vale anche per noi. Il debito facile, la crescita drogata, l’idea che il mattone salga per sempre: sono tentazioni che non hanno passaporto. La Cina oggi punisce il suo ex re. Sarebbe bello che imparasse anche a non crearne altri.




