Il Paparazzo di quelli che volevano essere fotografati

“Io ho sempre voluto raccontare la gente non per come vuole apparire, ma per quella che è.”
Ci sono fotografi che hanno inseguito la fama. E poi c’è Umberto Pizzi, che per decenni ha fotografato soprattutto quelli che stavano intorno alla fama.
Non necessariamente famosi, non necessariamente potenti, qualche volta nemmeno particolarmente ricchi. Ma sempre abbastanza vicini a qualcuno, a qualcosa, a una festa, a un cognome, da meritarsi un posto dentro l’inquadratura.
Non il divo, ma la gente che vuole stare nella stessa fotografia del divo. Quelli che sadicamente si divertiva a definire “morti de fama”.
Pizzi, scomparso ieri a Roma a 89 anni, negli anni Sessanta era passato, dopo un esordio come fotoreporter FAO in giro per il mondo, allo spettacolo e alla Dolce Vita, per poi spostare progressivamente il suo obiettivo verso la politica, l’imprenditoria, i salotti e la società romana.
Il suo archivio -stupendo da sfogliare online https://www.umbertopizziphoto.com/ – conta circa due milioni di fotografie.
È la fotografia della gente che piace alla gente che piace.
Non la celebrità assoluta, dunque. Non necessariamente l’attore, il cantante, il politico di prima fila. Piuttosto il banchiere, la signora del salotto, il rampollo, la marchesa, l’avvocato, l’imprenditore, l’amico dell’imprenditore, la moglie dell’amico dell’imprenditore. “Mitologie di seconda fila” che magari non avranno mai una copertina su un settimanale, ma che in una certa Roma sono perfettamente riconoscibili.
Pizzi ha capito prima dei social che la visibilità nella Capitale (e non solo) è una forma di capitale.
Per questo le sue fotografie raccontano un mondo nel quale essere fotografati non è soltanto una conseguenza dell’essere importanti.
È una delle cose che contribuiscono a renderti tale.
Il fotografo diventa così una specie di certificatore sociale.
Se Pizzi è lì, quella festa conta.
Se sei dentro il suo obiettivo, esisti.
Se compari nella sequenza giusta, accanto alla persona giusta, appartieni.
Pizzi è stato una presenza indispensabile nei salotti romani, se era lì, il salotto aveva ancora un certo peso.
Un paparazzo atipico, non respinto, ma corteggiato.
Ovunque si festeggiasse lui arriva.
Diventa “l’occhio” della rubrica di Dagospia Cafonal (acrasi tra la rivista Capital e cafone).
Nessun luogo è più iconico del Villino Giulia di Maria Angiolillo, il celebre salotto di Trinità dei Monti definito la “quarta Camera” della Repubblica.
La Rampa Mignanelli, gli invitati, le auto, i saluti. Dagospia manda Pizzi davanti al portone e trasforma l’ingresso nel salotto in una specie di red carpet del potere italiano.
Per oltre dieci anni Pizzi si appostò fuori dalla casa, sulla scalinata che portava all’ingresso, aspettando che scendessero gli ospiti. Politici, banchieri, imprenditori, giornalisti, uomini della finanza. Un pezzo trasversale del potere italiano passa da quella porta.
E proprio quella scalinata diventa un palcoscenico.
Per decenni, raccontò Gianni Letta, fuori dal Villino Giulia non si era visto un fotografo. Poi arrivò Pizzi e quella riservatezza finì.
Nel 2008, davanti al Villino Giulia, vengono messi in vendita Cafonal, proprio davanti alle persone che quelle fotografie avevano immortalato. Pizzi e D’Agostino vendono cioè ai protagonisti il libro sulla loro stessa rappresentazione.
Perché Pizzi non si limita a fotografare chi è potente. Fotografa il rito attraverso cui il potere si riconosce, si incontra e si mostra.
E soprattutto fotografa tutti gli altri. La persona nota perché frequenta i famosi, e l’inizio del mito Cafonal.
Raccontò che il suo passaggio definitivo al Cafonal avvenne proprio osservando un compleanno al Gilda nel 1994, anno fatidico della “discesa in campo”. Politici di Lega e Forza Italia, champagne, ragazze, comportamenti scomposti. Lì capì che quello che doveva raccontare era il cambiamento antropologico di una società.
Una cena diventa una scena. Un compleanno diventa un evento. Un buffet diventa una rappresentazione del potere. Una persona seduta accanto a un’altra acquista immediatamente una storia, una relazione, una posizione.
Nessun personaggio incarna questa trasformazione meglio di Mario D’Urso.
Napoletano, discendente di Domenico Cirillo e dei Serra di Cassano, Banchiere internazionale a New York, poi Senatore per la lista Dini, soprattutto grande frequentatore della mondanità internazionale, era sempre accanto a qualcuno. Agnelli, Kissinger, i reali, politici, finanzieri.
Pizzi lo definiva uno che aveva volontà di apparire e lo considerava un passaggio, indispensabile, tra la Dolce Vita e il Cafonal.
È difficile immaginare un soggetto più pizzesco.
Il suo habitat erano le feste, i salotti, le ville, le persone importanti e quelle che importanti lo diventavano per semplice prossimità.
Pizzi immortalò, da gradito ospite, la sua festa di compleanno nella sua villa di Campagnano con tanto di messa nel convento vicino celebrata dal cardinale Giovanni Battista Re, per banchieri, grandi industriali, politici e direttori di giornale riuniti per la festa vera e propria. Qualcuno arrivava persino in elicottero.
Quando Pizzi e Roberto D’Agostino prepararono il secondo libro di Cafonal, decisero di mettere in copertina proprio una fotografia di D’Urso. A quel punto accadde qualcosa di apparentemente inspiegabile. D’Urso che si offendeva quando non veniva fotografato, fece di tutto per non finire sulla copertina. “Smosse mari e monti”, ricordava Pizzi, per impedire che quella fotografia venisse pubblicata.
D’Urso voleva stare nel mondo che Pizzi raccontava, ma non voleva necessariamente diventarne il simbolo.
Ed è forse qui che si capisce davvero cosa è il Cafonal. Non soltanto un catalogo di vip, ma una sorta di atlante della società romana
Nelle fotografie di Pizzi il “Generone Romano” non è semplicemente una classe sociale. È un modo di stare al mondo fatto di circoli, inviti, conoscenze, abiti, gesti, tavoli, sorrisi e soprattutto di prossimità.
Pizzi è stato un Instagram prima di Instagram.
Aveva intuito una cosa che oggi è diventata normalità, la vita sociale, per una parte delle persone, non è completa finché non viene mostrata.
La differenza è che allora serviva un fotografo.
E il fotografo doveva sapere dove andare.
Pizzi lo sapeva. Sapeva che dietro il personaggio famoso c’era sempre una corte. E che spesso la corte era più interessante del personaggio. Sapeva che il vero spettacolo non era necessariamente sul palco, ma ai tavoli, all’ingresso, davanti al buffet, nella fotografia di gruppo.
Il suo obiettivo ha trasformato quella folla in una geografia dei luoghi pizziani.
La Roma dei circoli, delle ville, dei compleanni, delle inaugurazioni, delle cene, dei salotti e delle amicizie trasversali.
Una Roma nella quale diventare famosi non è indispensabile. Basta diventare riconoscibili.
E forse è per questo che, riguardando oggi le sue fotografie, non viene voglia soltanto di riconoscere i famosi. Viene voglia di chiedersi chi fossero tutti gli altri.
Il vero soggetto delle foto di Pizzi, basta riguardarle, non è la celebrità, ma il desiderio italiano di essere famosi.




