Joe Country, il sesto capolavoro di Mick Herron

Sesto capitolo della saga di Slough House, e si sente: Herron ormai conosce a memora la sua squadra di scarti dei servizi segreti come le tasche del proprio cappotto, e li tratta con la stessa cura sciatta con cui Jackson Lamb tratta i suoi sottoposti cioè nessuna, in apparenza, ma con un affetto di fondo che spunta proprio quando meno te lo aspetti.
La trama parte da un pretesto quasi dimesso: la vedova di uno slow horse ucciso in un romanzo precedente si rivolge a Louisa Guy perché il figlio adolescente è sparito. Sembra la solita storia di un ragazzino in fuga, di quelle che finiscono con una lavata di capo e un rientro a casa mogio e a capo chino. Non è così. Dietro l’angolo c’è un vecchio nemico della Casa che torna a bussare, e la faccenda vira presto verso il sangue, come sempre accade quando Lamb si mette di mezzo tra un fantasma del passato e chi crede di essersene liberato.
Nel frattempo Lech Wicinski, la new entry del gruppo, arriva marchiato da un’accusa che gli ha bruciato la carriera e che non riesce a smontare e passa buona parte del romanzo cercando di capire chi gli abbia rovinato la vita, con la determinazione ostinata di chi non ha più molto da perdere. È un personaggio che Herron costruisce con pazienza, lasciandolo a lungo ai margini della scena prima di spingerlo al centro, ed è un meccanismo che funziona: quando Wicinski finalmente entra in azione, il lettore ha già imparato a tifare per lui senza nemmeno accorgersene.
Attorno a loro ruota il solito campionario di falliti: Catherine Standish che torna a fare i conti con la bottiglia, Louisa Guy che rimesta tra le ceneri di un amore perduto, e sullo sfondo, come sempre, Jackson Lamb: sporco, scorretto, insopportabile, e proprio per questo l’unico che sembra davvero capire cosa serva per tenere in piedi la baracca. Herron non lo rende mai simpatico nel senso classico del termine, eppure ogni sua entrata in scena è un piccolo sollievo comico in mezzo a una storia che altrimenti scivolerebbe rapidamente nel cupo.
Ed è proprio questo l’equilibrio che regge tutto il libro: umorismo nero infilato tra una scena d’azione e l’altra, che non stempera mai davvero la tensione ma le sta appiccicato addosso come una seconda pelle. Il ritmo qui è più cupo del solito, più sporco di neve e fango, il “Joe country” del titolo è terreno ostile, letterale prima ancora che metaforico, e la parte ambientata all’aperto, lontano dagli uffici bui di Slough House o Pantano, cambia la temperatura dell’intero romanzo.
Non serve aver letto i cinque libri precedenti per entrarci, tutti editi per Feltrinelli in Italia. Herron dosa i richiami al passato quel tanto che basta per orientare chi arriva da fuori, senza annoiare chi invece la serie la segue romanzo dopo romanzo. Chi l’ha fatto, però, troverà pane per i propri denti, perché qui i nodi di più libri vengono al pettine e i personaggi, quelli sopravvissuti fin qui, si sfaldano un po’ di più a ogni pagina. Chi comincia da qui, invece, capirà comunque perché da questa serie sia nata la serie tv Slow Horses con Gary Oldman nei panni di Lamb.
Non è il libro con cui iniziare se cercate spionaggio patinato alla Bond, tutto gadget e sale operative. Se invece vi piace lo spionaggio raccontato come una commedia umana sporca e feroce, fatta di scrivanie polverose più che di gadget, questo è terreno vostro.




