Etiopia, il richiamo dell’ambasciatore Fabrizi: l’atto c’è, le ragioni ancora no
C’è un fatto che non è più oggetto di interpretazione. Il 30 luglio 2026 il Presidente della Repubblica ha disposto il richiamo in servizio al Ministero degli Esteri di Sem Fabrizi, capo della rappresentanza diplomatica italiana ad Addis Abeba, “in deroga alla sua permanenza minima in sede”. È la formula ufficiale del decreto pubblicato dal Quirinale. Fabrizi era arrivato in Etiopia il 1° novembre 2025. Meno di nove mesi dopo, Roma aveva già formalizzato la conclusione anticipata della propria missione.
Tutto il resto continua a dividersi fra fatti documentati, ricostruzioni giornalistiche e silenzi istituzionali. Il 18 agosto Il Fatto Quotidiano, riprendendo Africa ExPress, ha scritto che l’ambasciatore sarebbe stato dichiarato persona non grata dal governo etiope e costretto a lasciare il Paese. La notizia è stata rilanciata anche fuori dall’Italia, tra gli altri dal giornalista e analista Martin Plaut. Ma, allo stato delle fonti pubblicamente disponibili, non emerge alcun comunicato del governo di Addis Abeba o del ministero degli Esteri etiope che confermi tale qualificazione.
Questo non significa che una notifica diplomatica non possa essere esistita. La Convenzione di Vienna consente allo Stato accreditatario di dichiarare in qualsiasi momento un capo missione persona non grata senza dover motivare la decisione; una comunicazione del genere può restare sul canale diplomatico e non diventare un comunicato stampa. Significa però che oggi non è corretto presentare l’espulsione come un fatto definitivamente provato da una fonte primaria accessibile.
Dall’altra parte c’è la versione attribuita alla Farnesina. Agenzia Nova, secondo ricostruzioni riprese da più testate, ha riferito di un richiamo deciso da Roma, in piena intesa con Fabrizi, per ragioni personali e in vista di un futuro incarico. Nessuna espulsione, dunque, né alcuna misura di reciprocità nei confronti della rappresentanza etiope in Italia. Anche qui serve precisione: finora non risulta alcuna nota pubblica del Ministero che ricostruisca i tempi, le ragioni e le interlocuzioni del caso. La Farnesina non è quindi rimasta completamente muta, ma manca ancora una spiegazione ufficiale e direttamente verificabile di una decisione eccezionalmente anticipata.
È questa distanza fra ciò che è certo e ciò che non è spiegato a rendere il caso politicamente rilevante. Il decreto del 30 luglio precede di quasi tre settimane l’esplosione mediatica della vicenda. Dimostra che il rientro non è stato deciso dopo gli articoli di agosto, ma non spiega perché sia stato disposto. Non prova un’espulsione, non esclude pressioni etiopi, non certifica ragioni personali. Certifica soltanto l’anomalia essenziale: la missione è stata interrotta prima della permanenza minima prevista.
Fabrizi, del resto, non era arrivato ad Addis Abeba in una fase di ordinaria amministrazione. Nominato dal Consiglio dei ministri a giugno 2025, aveva assunto le funzioni il 1° novembre e presentato le credenziali al presidente Taye Atske-Selassie il 15 gennaio 2026. In quella occasione, l’Ambasciata italiana descrisse i rapporti fra i due Paesi come un partenariato strategico nel quadro del Piano Mattei. Il 24 gennaio, nell’incontro con il ministro degli Esteri Gedion Timothewos, sul tavolo c’erano la cooperazione politica ed economica, gli investimenti, il Piano Mattei e la futura COP32.
Il contesto economico rende l’avvicendamento ancora meno marginale. A novembre 2025 il Ministero delle Finanze etiope aveva indicato l’intenzione italiana di sviluppare un quadro di cooperazione bilaterale da 250 milioni di euro per il triennio successivo e aveva chiesto sostegno tecnico e finanziario italiano anche per la preparazione della COP32. A luglio, poche settimane prima che emergesse il caso, la Farnesina fotografava un interscambio 2025 pari a 335 milioni di euro, in crescita del 21,7 per cento: 170 milioni di esportazioni italiane e 165 milioni di importazioni dall’Etiopia. Lo stock degli investimenti diretti italiani nel Paese ammontava a 619 milioni di euro a fine 2024.
Sono dati che spiegano perché Roma abbia interesse a evitare una crisi. L’Etiopia ospita l’Unione Africana, è un nodo diplomatico del Corno e rappresenta uno dei mercati su cui l’Italia cerca di costruire una presenza più strutturata. È inoltre impegnata in un programma di riforme sostenuto dal Fondo monetario internazionale, con un accordo ECF da 3,4 miliardi di dollari. Per imprese e investitori, la qualità della relazione politica incide sulla prevedibilità delle interlocuzioni e sull’esecuzione dei progetti.
Poi c’è la COP32. Qui il dato è ufficiale: le Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico hanno accettato l’offerta dell’Etiopia di ospitare nel 2027 la trentaduesima Conferenza delle Parti. Ad aprile 2026, il primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato la costituzione del National Steering Committee, incaricato di predisporne l’organizzazione. Non si tratta quindi di una semplice candidatura, bensì di un dossier multilaterale già entrato nella fase operativa.
Per Addis Abeba, ospitare la COP32 significa acquisire reputazione internazionale, accesso alla diplomazia climatica, aifinanziamenti climatici, alle infrastrutture e al posizionamento africano. Per l’Italia, che aveva già manifestato disponibilità a collaborare alla preparazione dell’evento, significa un ulteriore canale di presenza economica e diplomatica. Una frizione tra i due governi, se confermata nella sostanza anche senza una formale espulsione, arriverebbe quindi in un momento tutt’altro che neutrale.
È qui che il caso Fabrizi smette di essere una storia di palazzo e diventa una questione di politica estera. Un ambasciatore è il punto di raccordo fra governo, imprese, cooperazione, sicurezza, relazioni istituzionali e la lettura politica del Paese ospitante. Quando un capo missione viene richiamato dopo nove mesi “in deroga alla permanenza minima”, chiedere perché non è una curiosità: significa chiedere se sia cambiato qualcosa nella qualità del rapporto bilaterale.
Anche il tema della reciprocità va sottratto alla propaganda. Se Fabrizi fosse stato formalmente dichiarato persona non grata, la Convenzione di Vienna imporrebbe all’Italia di richiamarlo o di porre fine alle sue funzioni. Non imporrebbe a Roma di espellere automaticamente l’ambasciatrice etiope. Una risposta speculare sarebbe una scelta politica, non un obbligo giuridico. Più utile è chiedersi se il governo italiano abbia deliberatamente evitato un’escalation per proteggere interessi più ampi.
Va ridimensionata anche la formula del “grande risalto” della stampa internazionale”. La vicenda ha oltrepassato i confini italiani ed è stata ripresa in ambienti di analisi africana e su siti regionali, ma la sua circolazione internazionale documentabile resta molto più limitata di quanto la formula lasci intendere. Non è corretto descriverla, allo stato, come una storia già consolidata grazie a una pluralità di grandi agenzie e di testate internazionali indipendenti. Il punto non è minimizzare la notizia. È evitare di attribuirle una dimensione mediatica che le fonti non confermano. Proprio la scarsità di conferme indipendenti rende più rilevante il vuoto delle comunicazioni ufficiali.
Un dettaglio fotografa questa dissonanza. Il sito dell’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba continua a indicare Sem Fabrizi come capo missione, mentre il Quirinale ha già pubblicato il decreto di richiamo. Può essere un semplice ritardo nell’aggiornamento e non prova nulla sulle ragioni del rientro, ma mostra lo scarto fra la comunicazione pubblica e gli atti formali.
La questione, quindi, è separare i livelli di prova. Il richiamo anticipato di Fabrizi è ufficiale. La formula “persona non grata” è stata riportata da fonti giornalistiche, ma non è oggi corroborata da un atto pubblico etiope verificabile. La Farnesina ha fatto filtrare una versione alternativa, ma non ha ancora spiegato pubblicamente perché un ambasciatore nominato da pochi mesi sia stato richiamato in deroga alla permanenza minima. L’eventuale richiesta politica di Addis Abeba resta una circostanza da dimostrare, non una conclusione acquisita.
È questo il punto che Roma dovrebbe chiarire. Non per alimentare una crisi con l’Etiopia, ma per evitare che l’ambiguità diventi essa stessa la politica. L’Italia ha investimenti, cooperazione, imprese, il Piano Mattei e interessi regionali da proteggere. L’Etiopia ha bisogno di partner, capitale, tecnologia e credibilità internazionale mentre prepara la COP32 e porta avanti una difficile normalizzazione finanziaria. Entrambe hanno interesse a non trasformare un avvicendamento diplomatico in una frattura.
Ma proprio perché gli interessi sono grandi, la spiegazione non può essere breve. Il decreto esiste. La missione è stata abbreviata. Le ragioni restano affidate a versioni contrapposte. Ed è questo, più della parola “espulsione”, il fatto politico che ancora non torna.
di David Marini — Senior Business Development Manager e analista di geoeconomia e finanza internazionale.




