La Polonia si arma sott’acqua: firmato il contratto Orka, tre “squali” svedesi pattuglieranno il Baltico

C’è una foto, scattata il 29 giugno scorso a Gdynia, che vale più di mille comunicati stampa: i primi ministri di Polonia e Svezia stretti in una foto ricordo davanti a un modellino di sottomarino nero, affilato come una lama. Non è propaganda, è la fine di un tira e molla durato dieci anni e l’inizio di qualcosa che in molti, a Varsavia, chiamano semplicemente “il ritorno della potenza”.
Il contratto si chiama Orka, orca, il predatore più letale degli oceani, e vale circa 47 miliardi di corone svedesi, quasi 4,8 miliardi di dollari. In cambio la Marina polacca riceverà tre sottomarini A26, la versione da esportazione del futuro Blekinge-class svedese, costruiti da Saab Kockums nei cantieri di Karlskrona. Le consegne saranno scaglionate fino al 2038, ma la Polonia, che non vuole restare scoperta nemmeno un giorno, ha già pensato al tampone: un sottomarino della vecchia classe A17, la HMS Södermanland, viene preso in prestito da Stoccolma per circa 1,9 miliardi di corone, con equipaggi polacchi che iniziano l’addestramento già ad agosto e la nave che dovrebbe passare di mano nel 2027.
Diciamolo senza troppi giri di parole: qui non si compra solo ferro e batterie. Si compra deterrenza, e la si compra nel momento più delicato per il Baltico dai tempi della Guerra Fredda. Da quando i cavi sottomarini e i gasdotti in quella zona di mare hanno iniziato a “rompersi” con una frequenza sospetta, e da quando la Russia ha dimostrato di considerare il fondale del Baltico un terreno di gioco per operazioni ibride, i paesi che si affacciano su quelle acque hanno smesso di fare finta di niente. La Polonia, in particolare, ha scelto la strada che da qualche anno la contraddistingue: non aspettare che qualcun altro la difenda, ma investire, armarsi, diventare essa stessa un pilastro della sicurezza europea. Non stupisce che il ministro della Difesa Kosiniak-Kamysz abbia parlato apertamente di sottomarini capaci di “sganciare sciami di droni controllati dal fondo del mare”: è la fotografia di un paese che vuole giocare d’anticipo, non rincorrere.
E tecnicamente, l’A26 è un gioiello che merita due righe anche per chi di sottomarini non si è mai occupato. Usa la propulsione Stirling ad aria indipendente (AIP), che gli permette di restare immerso per settimane senza risalire per respirare, rendendolo praticamente invisibile ai sonar nemici, altro che i sommergibili rumorosi della finzione hollywoodiana. Ha inoltre un “Multi-Mission Portal”, una sorta di garage sommerso da cui possono uscire ed entrare forze speciali o droni subacquei senza che il sottomarino debba mai emergere. In pratica: un predatore silenzioso, capace di trasformarsi in una base avanzata per operazioni speciali proprio sotto il naso dell’avversario.
C’è poi un dettaglio che i più attenti all’industria non lasceranno passare: la Polonia non ha scelto la strada più semplice. Sul tavolo c’erano anche gli italiani di Fincantieri e i sudcoreani di Hanwha Ocean, pronti a subentrare se l’accordo con gli svedesi fosse saltato. Varsavia ha invece deciso di blindare un asse con Stoccolma, sancito da un vero e proprio “Patto del Baltico” che va oltre i sottomarini: cooperazione militare, industriale, politica. E non è un dettaglio da poco che Saab e il colosso statale polacco PGZ abbiano già creato una joint venture per la manutenzione in patria: significa know-how, posti di lavoro, autonomia strategica. La Polonia non vuole solo comprare armi, vuole imparare a costruirle.
Si può leggere questa notizia con distacco tecnico, ma sarebbe un errore. Dietro le corone svedesi e le sigle tecniche c’è la storia di una nazione che, forte della propria posizione di frontiera orientale della NATO, ha deciso di non delegare più a nessuno la propria sicurezza. In un’Europa spesso accusata di parlare tanto e investire poco, la Polonia sta facendo l’opposto: meno slogan, più acciaio sul fondo del mare. E tre orche silenziose, pronte a pattugliare il Baltico entro il prossimo decennio, sono un messaggio che a Mosca, c’è da scommetterci, non sfuggirà.



