La scommessa britannica di Andy Burnham
La vittoria di Nigel Farage nelle elezioni suppletive di Clacton del 13 agosto offre un’immagine efficace dello stato della politica britannica. Il leader di Reform UK ha riconquistato il proprio seggio con il 63 per cento dei voti dopo essersi dimesso a luglio, nel pieno delle polemiche per un finanziamento non dichiarato da cinque milioni di sterline. Ma il risultato è meno lineare di quanto non suggeriscano i numeri. I principali partiti avevano deciso di non presentare candidati, mentre quasi il 27 per cento degli elettori ha scelto Count Binface, candidato satirico divenuto di fatto il principale avversario di Farage. Più che una normale consultazione elettorale, Clacton ha restituito l’immagine di un sistema politico attraversato contemporaneamente da protesta, disillusione e spettacolarizzazione.
Da Starmer a Burnham.
È in questo contesto che va interpretato l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street. Il 20 luglio Burnham ha sostituito Keir Starmer, dimessosi dopo una fase particolarmente difficile per il Labour, culminata nelle pesanti sconfitte alle elezioni locali di maggio. A Barnsley, tradizionale roccaforte laburista, Reform aveva conquistato 42 seggi nel consiglio locale lasciandone appena undici al Labour.
Il passaggio da Starmer a Burnham è quindi qualcosa di più di un normale cambio di leadership. È il tentativo del Labour di recuperare una parte dell’elettorato popolare e post-industriale che negli ultimi anni si è progressivamente allontanato dal partito.
Burnham sembra voler affrontare questo problema partendo da una diagnosi precisa. La crisi britannica non sarebbe soltanto economica, ma anche territoriale e istituzionale. Nel suo primo discorso da premier ha indicato nella concentrazione del potere politico a Westminster e nella deindustrializzazione due delle origini dell’attuale malessere, promettendo di trasferire maggiore potere alle comunità locali, riportare alcuni servizi essenziali sotto un più forte controllo pubblico, rilanciare l’industria e costruire più case popolari. Entro la fine dell’anno il governo dovrebbe inoltre presentare un piano decennale per il paese.
Una costituzione per cambiare il sistema
È qui che emerge uno degli aspetti potenzialmente più importanti del nuovo governo, la riforma costituzionale. Burnham sostiene da tempo una maggiore devoluzione dei poteri, la riforma della Camera dei Lord, una modifica del sistema elettorale e, soprattutto, l’introduzione di una costituzione scritta.
Nella concezione sviluppata da Burnham negli anni precedenti all’arrivo a Downing Street, la riforma dovrebbe ridefinire i rapporti tra governo centrale, nazioni costitutive e amministrazioni locali, avvicinando il Regno Unito a una struttura maggiormente federale.
Una proposta con un significato particolare nell’attuale fase politica. Il Regno Unito è uno dei pochi grandi sistemi democratici privi di una costituzione raccolta in un unico testo e l’ampiezza dei poteri esercitabili da un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare è da tempo oggetto di discussione. Una costituzione scritta potrebbe quindi essere interpretata anche come un tentativo di rafforzare le garanzie istituzionali in una fase di crescente polarizzazione.
Ma trasformare il progetto in realtà sarebbe estremamente complesso. Occorrerebbe decidere quali poteri attribuire ai diversi livelli territoriali, quale ruolo assegnare alla seconda camera e quale sistema elettorale adottare, oltre a costruire un consenso politico e sociale sufficientemente ampio da rendere legittimo il nuovo assetto.
Londra e Bruxelles, oltre il “reset”.
Anche il rapporto con l’Europa rientra in questa strategia di ricomposizione. Burnham non propone di cancellare Brexit. Il nuovo ministro responsabile dei rapporti con l’Unione europea, Hamish Falconer, ha confermato che restano le linee rosse laburiste sull’esclusione di un ritorno al mercato unico e all’unione doganale.
Il governo vuole però accelerare il riavvicinamento iniziato sotto Starmer e costruire una relazione più profonda con Bruxelles, soprattutto nei servizi, nella mobilità giovanile, nel riconoscimento delle qualifiche professionali, nella sicurezza e nella difesa.
La distinzione rispetto a Starmer potrebbe quindi essere soprattutto politica. Non semplicemente un migliore rapporto con Bruxelles, ma il tentativo di dimostrare che la cooperazione europea produce risultati tangibili anche per quelle aree del paese che votarono Leave nel 2016. È una questione decisiva perché proprio in molti di quei territori si gioca oggi la competizione tra Labour e Reform.
La vera sfida è la polarizzazione.
Farage rimane il principale beneficiario della frammentazione del vecchio sistema bipartitico. Reform dispone soltanto di otto seggi alla Camera dei Comuni, ma ha acquisito un’influenza politica molto superiore alla propria rappresentanza parlamentare, soprattutto sui temi dell’immigrazione e dell’identità nazionale.
La sfida per Burnham consiste dunque nel sottrarre terreno alla protesta senza limitarsi a inseguirne l’agenda. Labour e Reform intercettano, in forme diverse, una medesima insoddisfazione nei confronti del funzionamento del sistema britannico. Farage tende a trasformarla in conflitto con l’establishment, l’immigrazione e le istituzioni sovranazionali. Burnham tenta invece di rispondere intervenendo sulle istituzioni, sulla distribuzione territoriale del potere e sul ruolo economico dello Stato.
È probabilmente qui che si trova la principale incognita politica britannica. La polarizzazione riguarda la capacità delle istituzioni tradizionali di rappresentare territori e gruppi sociali che percepiscono di aver perso influenza politica ed economica.
L’incognita delle elezioni anticipate.
Da questo punto di vista, la variabile decisiva potrebbe essere il tempo. In assenza di elezioni anticipate, l’attuale Parlamento sarà automaticamente sciolto nel luglio 2029 e il 15 agosto 2029 rappresenta l’ultima data possibile per il voto. Ma la legislazione britannica consente al primo ministro di chiedere al sovrano uno scioglimento anticipato.
Per Burnham esiste quindi una tentazione evidente. Se il cambio di leadership producesse un recupero stabile del Labour mentre Reform e Conservatori continuassero a contendersi l’elettorato di destra, un’elezione anticipata potrebbe trasformare il consenso personale del nuovo premier in un mandato politico proprio, liberandolo almeno in parte dall’eredità del programma con cui Starmer vinse nel 2024.
È tuttavia una scommessa. Il precedente delle elezioni anticipate indette da Theresa May nel 2017 ricorda quanto rapidamente un vantaggio politico possa trasformarsi in un errore strategico.
La partita britannica dei prossimi mesi si giocherà dunque meno sulla semplice alternativa tra Labour e Reform che sulla capacità di Burnham di intervenire sulle cause della polarizzazione che hanno alimentato l’ascesa di Farage. Devoluzione, riforma costituzionale, maggiore intervento pubblico e riavvicinamento all’Europa compongono un progetto ambizioso. Se riuscirà a tradurlo in risultati concreti, Burnham potrebbe trovare il momento per chiedere agli elettori un mandato proprio prima del 2029. Se fallirà, sarà Farage a poter sostenere che il cambiamento di leadership a Downing Street non ha cambiato il sistema contro cui ha costruito la propria ascesa.




