Hollywood rischia di perdere la sua stella: la partita da 110 miliardi tra Paramount e la California
Il confine tra strategia d’impresa e pressione politica non è mai stato così sottile nel settore dell’intrattenimento. Al centro della bufera c’è Paramount, oggi guidata da David Ellison, impegnata in un’operazione finanziaria da 110 miliardi di dollari per acquisire Warner Bros. Discovery. Un piano colossale che, dopo aver superato lo scrutinio del Dipartimento di Giustizia statunitense e di oltre sessanta autorità antitrust internazionali, ha trovato un ostacolo imprevisto sul fronte interno: la causa intentata dallo Stato della California, affiancato da altre undici giurisdizioni.
L’accusa, guidata dal Procuratore Generale californiano Rob Bonta, punta il dito contro i rischi di monopolio, sostenendo che la fusione darebbe vita a un gigante capace di ridurre la concorrenza e far lievitare i costi per i consumatori sia nelle sale cinematografiche sia sul cavo.
La carta dell’addio a Los Angeles e il dossier CNN
In risposta alla vertenza legale, con il processo fissato per marzo 2027 , Paramount ha iniziato a valutare contromisure radicali. Il responsabile legale del gruppo, Makan Delrahim, ha confermato pubblicamente che tra le opzioni al vaglio figura il progressivo trasferimento delle attività produttive e della sede centrale al di fuori della California, verso mercati con politiche fiscali e regolatorie differenti, come Texas, Tennessee e Georgia.
A fronte di questi scenari, la dirigenza del gruppo ha evidenziato come le decisioni sul futuro della sede debbano rispondere in primo luogo al dovere fiduciario verso gli azionisti, lanciando così un segnale chiaro alle istituzioni locali e al dibattito politico guidato dall’ex segretario alla Salute Xavier Becerra, candidato a guidare lo Stato.
Oltre all’ipotesi del trasloco logistico e alla vendita di uno dei grandi complessi di studi a Los Angeles, la dirigenza sta vagliando concessioni strutturali per ammorbidire la posizione dei procuratori. Tra queste, spicca la potenziale dismissione dell’emittente news CNN, un tassello chiave per dimostrare la volontà di non accentrare eccessivamente il potere informativo e d’intrattenimento.
Il peso economico dell’attesa
Per Paramount, il tempo è un fattore economico determinante. Gli accordi di fusione prevedono clausole finanziarie severe in caso di slittamento dei tempi d’approvazione; il ritardo comporta infatti l’erogazione di compensazioni giornaliere agli azionisti di Warner Bros., stimate in circa 7 milioni di dollari al giorno (oltre 650 milioni a trimestre). A questo si aggiunge il rischio di una sanzione da 7 miliardi di dollari qualora l’operazione dovesse saltare per motivi regolatori.
Mentre l’Europa e il Regno Unito hanno già dato parere favorevole, vincolando l’accordo a garanzie di indipendenza editoriale per l’informazione, la partita decisiva si gioca ora sull’asse tra Sacramento e i vertici di Paramount. Un braccio di ferro che va ben oltre i numeri di un bilancio e che potrebbe ridisegnare la geografia stessa dell’industria cinematografica americana.




