Cambia padrone Alice Pizza, la catena da 115 milioni di fatturato

C’è una pizza al taglio che tutti, da Roma a Milano, abbiamo mangiato almeno una volta camminando per strada, con la carta oleata in mano e la fretta di tornare al lavoro. Si chiama Alice Pizza, è nata a Roma nel 1989, ed è diventata negli anni un pezzo di paesaggio urbano italiano quanto l’edicola sotto casa o il bar dello sport. Ora quella storia cambia capitolo: il fondo che la controllava, Green Arrow Capital, ha firmato la cessione del 100% della catena a Made in Italy Fund II, in cordata con Capdesia Group e altri investitori. Il closing, cioè la firma definitiva, è atteso per inizio settembre.
Partiamo dai numeri, perché raccontano una storia che smentisce chi ancora pensa al Made in Italy come a un’economia di nicchia, buona solo per i salotti letterari e le fiere di settore. Nel 2025 il network Alice Pizza ha superato i 115 milioni di euro di fatturato, con un Ebitda consolidato di 12,6 milioni e un margine del 20%: numeri da azienda vera, non da bottega di quartiere. La rete conta oggi 231 punti vendita, 220 in Italia e 11 all’estero tra Francia, Spagna, Malta, Hong Kong e Stati Uniti. Metà locali gestiti direttamente, metà in franchising: un equilibrio che ha permesso all’azienda di crescere senza perdere il controllo sulla qualità, che poi è la vera merce rara in un settore dove il fast food spesso fa rima con appiattimento del gusto.
Ecco, ed è qui che vale la pena fermarsi un attimo, prima di archiviare la notizia come l’ennesima operazione di private equity tra sigle anonime. Dietro Alice Pizza c’è una famiglia, i Giovannini, che ha costruito questo marchio partendo da una pizzeria romana e portandolo fino a Hong Kong. Il fondo Taste of Italy, quello che esce di scena ora, deteneva il 70% della società; il restante 30% resta saldamente nelle mani dei fondatori Lorenzo, Domenico e Luna Giovannini, che restano azionisti e non escono dalla partita. È un dettaglio che conta, in un’epoca in cui troppe eccellenze italiane finiscono fagocitate e svuotate da multinazionali straniere che comprano il marchio e lasciano solo il guscio. Qui la famiglia che ha inventato il format resta a bordo, e questo è un buon segno per chi tiene al fatto che dietro una pizza continui a esserci un’identità, non solo un logo.
C’è poi un altro elemento che merita applausi, ed è l’Accademia di Alice, fondata nel 2013: una scuola vera e propria per pizzaioli, un centro di formazione e ricerca sulle ricette. In un paese che parla sempre di valorizzare i mestieri manuali e poi lascia che i giovani scappino all’estero per mancanza di prospettive, avere un’azienda che investe nella formazione dei suoi pizzaioli, che crea competenze spendibili e tramanda un sapere artigianale dentro una struttura industriale, è esattamente il modello che si dovrebbe raccontare di più: tradizione e impresa che si tengono per mano, invece di escludersi a vicenda.
Certo, resta il tema di fondo, ed è giusto non far finta di niente: un’altra eccellenza italiana passa di mano tra fondi di investimento, con advisor internazionali come Houlihan Lokey a orchestrare l’operazione. È il gioco della finanza globale, quello in cui i marchi diventano asset da comprare, far crescere e rivendere in un ciclo di cinque, sette anni. Non è un film che piace a tutti, e c’è chi giustamente si chiede se questo modo di fare impresa, tutto multipli ed exit strategy, non finisca per snaturare quello che rende unico un prodotto italiano: il tempo lento della tradizione, che mal si concilia con la logica del fondo che deve rendere conto ai propri sottoscrittori.
Ma va detto altrettanto chiaramente: qui non stiamo parlando di un marchio comprato da capitali stranieri e portato altrove. Made in Italy Fund II è, come dice il nome stesso, un veicolo pensato proprio per sostenere la crescita di aziende italiane con respiro internazionale, mantenendole radicate nel nostro paese mentre le proietta sui mercati esteri. In un mondo dove la pizza viene reinventata, snaturata e rivenduta con etichette improbabili in ogni angolo del pianeta, che sia un fondo con vocazione italiana a guidare l’espansione di Alice Pizza in Europa, Asia e Stati Uniti è una notizia che, tutto sommato, dovrebbe farci sentire orgogliosi. L’amministratore delegato Claudio Baitelli lo ha detto chiaro: il successo del brand si fonda su qualità, solidità operativa e sul lavoro quotidiano delle persone. Parole semplici, ma che raccontano bene perché una pizza al taglio nata in un quartiere romano oggi sfida il mondo.




