Dal deserto al mondo: cos’è la Digital Cooperation Organization, l’alleanza che sta rifondando la diplomazia digitale

C’è un’organizzazione internazionale che in cinque anni ha fatto quello che le Nazioni Unite non riescono a fare in venti: mettersi d’accordo, in fretta, su qualcosa di concreto. Si chiama Digital Cooperation Organization, DCO per gli amici, ed è nata a Riad nel novembre 2020 per iniziativa di cinque paesi, Arabia Saudita, Bahrein, Giordania, Kuwait e Pakistan, con un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: far sì che l’economia digitale diventi un ascensore sociale globale, non un privilegio per pochi.
Oggi la DCO conta 16 Stati membri, da poco affiancati da un meccanismo di “membership associata” pensato apposta per accelerare le adesioni, e la traiettoria è quella di un club che punta a raddoppiare in fretta, con l’obiettivo dichiarato di avvicinarsi a quota 20 membri — tra cui, novità niente male, una pattuglia sempre più folta di paesi europei: dopo Cipro e Grecia, entrate rispettivamente nel 2024, la porta è aperta ad altri ingressi dal Vecchio Continente. Insieme, i membri attuali rappresentano quasi 800 milioni di persone e circa 3.500 miliardi di dollari di PIL, con oltre il 70% della popolazione sotto i 35 anni. Non proprio un club di nicchia.
E qui viene il punto politicamente scomodo, ma difficile da ignorare: mentre l’architettura multilaterale nata a San Francisco nel 1945 arranca, tra veti incrociati, guerre che nessuno riesce a fermare e un Consiglio di Sicurezza sempre più simile a un condominio litigioso, è un gruppo di paesi del Golfo, con Riad in testa, ad aver capito prima di tutti che il digitale ha bisogno di regole condivise, e a essersi mossi per scriverle. Non a New York, non a Ginevra: a Riad, sede del quartier generale, e con un segretariato guidato da una donna, la saudita Deemah AlYahya, primo Segretario Generale della storia dell’organizzazione.
Sia chiaro: la DCO non è un’alternativa all’ONU. Ha ottenuto lo status di osservatore all’Assemblea Generale nel 2022 e nel settembre 2025, a margine dell’80ª sessione, i suoi Stati membri hanno firmato una dichiarazione congiunta che richiama esplicitamente il Global Digital Compact delle Nazioni Unite, impegnandosi a evitare che la trasformazione digitale diventi motore di esclusione invece che di prosperità. Cinque paesi membri, tra cui Arabia Saudita e Pakistan, hanno perfino lanciato alle Nazioni Unite un “Gruppo di amici per la cooperazione digitale”, con l’obiettivo dichiarato di dare sostegno politico dall’interno del Palazzo di Vetro. Insomma: non sfidano l’ONU, la stanno pungolando. E, diciamolo, con più efficacia di tanti summit rimasti sulla carta.
Cosa fa concretamente la DCO? Produce strumenti molto pratici: il Digital Economy Navigator, uno strumento di benchmark che permette a un governo di capire a che punto è la propria economia digitale rispetto agli altri; il Model Digital Economy Agreement, il primo accordo-modello al mondo per regolare il commercio digitale transfrontaliero; toolkit sull’intelligenza artificiale etica; passaporti per le startup che vogliono espandersi da un paese membro all’altro senza impazzire nella burocrazia. È un’organizzazione fatta per chi deve costruire, non solo per chi deve discutere.
Perché dovrebbe interessarci, da europei? Perché la partita del digitale: dati, intelligenza artificiale, infrastrutture, cavi sottomarini, chip, si sta spostando su assi geografici nuovi, e chi arriva prima detta le regole. L’Europa, presa tra il desiderio di regolamentare tutto e la difficoltà di costruire alternative industriali proprie, rischia di restare spettatrice mentre Golfo, Asia meridionale e Africa si organizzano da soli, con le loro priorità e i loro standard. L’ingresso di Cipro e Grecia, e la prospettiva di altri paesi europei nei prossimi mesi, non è un dettaglio: è il segnale che qualcuno, anche dentro l’Unione, ha capito che conviene sedersi al tavolo prima che le regole le scrivano gli altri.
La DCO non salverà il mondo dalla frammentazione digitale, e non è certo priva di ambiguità: è nata e cresce all’ombra della diplomazia saudita, in una fase in cui il Golfo usa la tecnologia anche come strumento di soft power e riabilitazione d’immagine. Ma il merito, va riconosciuto senza pregiudizi ideologici, è quello di aver fatto qualcosa che a Bruxelles e a New York riesce sempre più raramente: mettere d’accordo governi diversissimi tra loro su regole comuni, e farlo in fretta.





