Il tasso di natalità in Italia continua a scendere
Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali mentre per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. È il dato principale che emerge dal “Dossier natalità 2026: volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato a Roma con il patrocinio dell’Inps.
Il messaggio è che il crollo delle nascite, arrivato al nuovo minimo storico nel 2025 con 355mila bambini e un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, non derivi da un cambiamento culturale o dalla mancanza di desiderio di avere famiglie numerose quanto da fattori strutturali e cioè da ostacoli economici, lavorativi e sociali. Secondo il report oltre 2,8 milioni di italiani mettono al primo posto tra le cause della rinuncia ad avere figli le difficoltà economiche e lavorative. Mentre se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce l’anno passato.
Le donne sono le più penalizzate da condizioni esterne sfavorevoli: quasi una su due (il 49,9%) teme conseguenze negative per la carriera dalla maternità, contro il 24% degli uomini. Ma a pesare sono anche i ruoli di cura, per lo più declinati al femminile: sono oltre 3 mln le donne inattive per motivi familiari (151mila gli uomini), a cui si sommano le 763mila persone che rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere genitori anziani. È la cosiddetta “generazione sandwich”, schiacciata tra le richieste di accudimento delle generazioni precedenti e quelle più giovani.
La pressione su sanità e sistema pensionistico dove sempre meno giovani sono chiamati a sostenere una piramide rovesciata con prevalenza di anziani, già oggi è diventata fortissima. A fare il punto, annunciando una ripresa ben che vada fisiologicamente “lenta”, è il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli: «La denatalità è il problema più centrale che abbiamo in Italia, nato negli anni Settanta quando cominciano a diminuire i tassi di fecondità cioè il numero medio di figli per donna. Oggi siamo a 1,18 mentre il tasso di sostituzione che permetterebbe alla popolazione di rimanere stabile è quasi il doppio, pari a 2,1», spiega. «Questo va a comprimere le nascite mentre abbiamo una popolazione e una forza lavoro che invecchia, con molte persone che escono dalla classe 15-64 anni per entrare tra gli over 65. Che continueranno a crescere nei prossimi anni a scapito della popolazione attiva. I motivi per cui non si fanno figli – ha riassunto Chelli – in generale, sono difficoltà economica per gli uomini, precarietà lavorativa per le donne e assistenza agli anziani per la ’generazione sandwich’».
Temi che hanno rappresentato una bandiera delle politiche di Legislatura e che si sono tradotti in una serie di interventi concreti, come ricorda la direttrice generale Inps Valeria Vittimberga richiamando la fotografia scattata dal XXV Rapporto Annuale dell’Istituto, che – rispetto a un «ritardo strutturale accumulato in molti decenni», sottolinea – racconta «una traiettoria di recupero già in atto», che «considera la famiglia non come destinataria di interventi episodici, ma come il centro di una politica integrata». Per la Dg, «il compito dello Stato è fare in modo che la nascita di un bambino non comporti una caduta insostenibile del reddito e, soprattutto, che la maternità non determini per una donna l’uscita dal lavoro, la rinuncia alla carriera o una condizione permanente di svantaggio. È precisamente questa la direzione intrapresa negli ultimi anni – rimarca -. Non dobbiamo sostenere che il problema sia già risolto. Dobbiamo però dire con chiarezza che l’Italia non è ferma e che non partiamo dall’anno zero».




