Echi di libertà, martiri di oggi e martiri di ieri
La fiera resistenza di guide spirituali. Massacri indiscriminati dettati dalla crudeltà dei potenti. La fede e l’ideale di resistenza che ispirano le generazioni successive.
È il triste ritornello del canto dell’Islam sciita. Un canto fatto di sofferenza e ingiustizie, ma anche di speranza e resilienza. Un canto iniziato circa 1400 anni fa a Karbala, Iraq, quando l’Imam Husayn, nipote del profeta Muhammad e terzo imam secondo gli sciiti, fu massacrato insieme ai suoi sodali dalle forze del califfo Yazid. Un evento ricordato ancora oggi da molti come ciò che segnò la scissione tra Islam sunnita e sciita.
L’Iran e l’Iraq sono ancora oggi i principali centri della comunità sciita, e non è dunque un caso che il luogo del martirio dell’imam Husayn sia oggi meta di un lungo e sentito pellegrinaggio. Il grande pellegrinaggio di Arbaeen. Un percorso fisico e spirituale che accomuna persone di tutto il mondo nella ricerca di un significato più profondo. Un cammino segnato tanto dalla fatica e dal sudore quanto dall’accoglienza, dalla solidarietà della popolazione locale, e dal risveglio di una nuova consapevolezza spirituale.
Un pellegrinaggio che in occasione dell’evento “Echi di libertà”, organizzato dall’Istituto Culturale dell’Iran, è stato raccontato tramite l’esperienza diretta di Puria Nabati e Hasan Di Cola, sintetizzata nel documentario “La Via dei Martiri”. Un pellegrinaggio profondamente sentito presso la comunità sciita. Ma soprattutto un evento che in questi giorni di cordoglio per la morte dell’imam Khamenei, avvenuta lo scorso febbraio per mano di un attacco congiunto delle forze statunitensi e israeliane, assume tutto un altro tipo di significato.
Il cordoglio e la vendetta
Ed è qui che sopraggiunge Giulia Bertotti. Con il suo documentario “L’addio a Khamenei: Cordoglio e Collera a Teheran”, la giornalista romana racconta con l’occhio distaccato di chi si immerge nelle dinamiche complesse di un mondo distante, e con il coinvolgimento emotivo di chi pur non comprendendo appieno quel mondo sa che le cose che ci accomunano sono più di quante ci separino.
E racconta il lutto di un popolo privato della sua guida. Il dolore che può essere dato solo dalla perdita. La speranza che può nascere solo dalla fede. E sì, anche l’invocazione della vendetta contro i prepotenti e i sopraffattori. Un concetto che può apparire distante, perfino minaccioso al nostro sguardo, uno sguardo inevitabilmente plasmato da un substrato culturale di matrice cristiano cattolico che ci invita a porgere l’altra guancia piuttosto che a reagire ai torti.
Ma d’altronde anche lo stesso Gesù Cristo ha brandito la frusta e cacciato i mercanti dal Tempio. L’ennesima riprova di come nemmeno noi siamo esenti da contraddizioni e controsensi.
Il racconto di un altro mondo
Di questa e mille altre contraddizioni potremmo stare a parlare per ore e ore. Del ruolo della donna, delle libertà personali o della separazione tra potere religioso e politico.
Nessun paese ha la pretesa di essere perfetto o di avere la verità assoluta, e nessuno dovrebbe pretenderlo. Ma proprio queste contraddizioni e imperfezioni rendono un mondo degno di essere raccontato, di essere approfondito e laddove possibile compreso. È ciò che ci spinge ad allargare i nostri orizzonti, viaggiare, approfondire, scrivere e riflettere, anche solo per trovare qualcosa ancora in grado di sorprenderci in un mondo tutto uguale.
Per questo vale sempre la pena approfondire eventi come “Echi di libertà”. Non perché siano il racconto di un mondo perfetto, ma perché raccontano la scelta di un popolo, oggi sempre più coraggiosa e meno scontata, di preservare identità e orgoglio anche al costo della sofferenza.




