Cinema e Gen Z. L’industria dell’intrattenimento è cambiata.
Viviamo in un periodo strano. Nel corso degli ultimi vent’anni abbiamo assistito a così tante rivoluzioni nel mondo dei media che restare aggiornati risulta tremendamente difficile. Abbiamo assistito alla nascita di internet, alla sua entrata a gamba tesa nel mondo dell’intrattenimento, e al suo inevitabile intreccio con gli altri mas media.
Dapprima i giovani hanno scoperto che potevano intrattenersi tramite una rete d’informazioni accessibile tramite un piccolo dispositivo portatile quando e come volevano loro, non soltanto tramite palinsesti televisivi imposti da gente ricca e potente che con il loro mondo avevano ben poco a che fare. Poi hanno scoperto di poter essere loro stessi intrattenitori, ottenendo con pochissimi mezzi una popolarità superiore a quella di cinema e tv, al punto tale che ormai erano piattaforme come YouTube o Twitch a dare il passo ai cosiddetti media tradizionali.
Com’è il detto? Se non puoi batterli allora fatteli amici. Ed ecco che i suddetti media tradizionali si ritrovano per forza di cose a doversi intrecciare con questi nuovi, spietati e potentissimi concorrenti per poter sopravvivere. Diffusione dei trailer online, trend virali, campagne marketing portate avanti a colpi di meme e di hashtag. La popolarità di un determinato prodotto d’intrattenimento online, che si trattasse di cinema, tv o videogiochi, spesso e volentieri non ne alimentava semplicemente l’effettivo successo. Lo determinava.
Ora siamo probabilmente giunti al passo successivo di questo gigantesco processo. Quello che potrebbe rappresentare la fine delle vecchie forme di intrattenimento per fare spazio alle nuove. Una volta il web era un ospite indesiderato, che lentamente e con fatica doveva ritagliarsi il proprio posto a tavola accanto agli altri media che lo vedevano (giustamente) con diffidenza. Adesso è lui il padrone di casa. Adesso è lui che detta le regole. E la volontà di seguire o meno le suddette regole, potrebbe determinare l’ascesa o la caduta di interi franchise.
Lo strano caso di Backrooms e Obsession
L’essere umano è da sempre ossessionato dalla ricerca del brivido. Quella scarica di adrenalina che ti fa sentire vivo. Ci sono molti modi per accedere a quella scarica. C’è chi lo fa tramite la trasgressione. Chi tramite un’esperienza estrema. Altri ancora tramite la ricerca del pericolo. Ma un mezzo molto più semplice ed immediato per accedervi è quello della paura.
Dall’alba dei tempi la narrativa di tutto il mondo è sempre stata consapevole di questo atavico bisogno dell’essere umano, e lo ha soddisfatto in tutti i modi possibili. Dai racconti intorno al fuoco ai romanzi dell’orrore di autori quali Poe o Lovecraft, fino ad arrivare ai grandi capolavori del cinema horror.
Ma anche la paura ha dovuto fare i conti con l’avvento di internet, ed intrecciarsi con l’intricatissima rete di canali del web. E fu da questo bizzarro mix di necessità di aggiornamento e istinto primordiale che nacque il celeberrimo fenomeno delle creepypasta. Redatte da autori anonimi, copincollate sui forum online, e talmente diffuse tra gli internauti da aver dato vita ad un immaginario del brivido tutto nuovo. Un immaginario che dopo essere stato di esclusivo appannaggio di quella che sembrava essere una piccola nicchia, è uscito dalla sua crisalide per mostrarsi in tutto il suo splendore ad un pubblico sempre più desideroso di qualcosa di nuovo senza realmente sapere cosa fosse quel qualcosa.
In questo contesto nasce “Backrooms”. Un fenomeno web nato su 4Chan, evoluto in una web serie su YouTube e approdato al cinema per la regia del medesimo autore. Un caso senza precedenti nella storia del cinema e dei media, nel quale piattaforme vecchie e nuove anziché scontrarsi si fondono in un prodotto intergenerazionale capace di mettere d’accordo critica, appassionati e pubblico generalista.Un pubblico generalista che si è stancato dei vecchi codici, dei vecchi stilemi, delle vecchie formule e persino dei vecchi volti, e dunque ne cerca e ne premia di nuovi.
Ed ecco che assistiamo al successo internazionale di un film come “Obsession”. L’ennesima riprova di come non siano i grandi mezzi o i grandi nomi a garantire il successo. A volte basta un’idea vecchia rielaborata in modo intelligente per parlare ad un nuovo pubblico, accompagnata ad un imprevedibile mix di fortuna e tempismo che permette di cogliere nel modo giusto al momento giusto ciò di cui gli spettatori sono alla ricerca in quel momento. Da questo contesto viene determinata l’ascesa di attrici come Inde Navarette, attrice di ultima generazione che nell’arco di poche settimane passa dallo status di illustre sconosciuta a star internazionale campeggiante nei feed di qualsiasi adolescente con un profilo Instagram, e che ora si prepara al suo meritatissimo ingresso in grandi produzioni e franchise.
Il blockbuster è morto, lunga vita al blockbuster
Il successo di “Obsession” e “Backrooms” arriva in un momento non qualsiasi. Mentre opere prime di registi poco più che ventenni con budget appena sufficienti per una cena molto sfiziosa sbancano al botteghino rivelandosi come le principali fonti d’introito per i rispettivi studios, i grandi blockbuster delle principali major cinematografiche, producono più che altro clamorosi tonfi.
“Masters of the Universe”. “Supergirl”. “Oceania”. Quelli che fino a poco tempo fa sarebbero state le certezze principali di ogni esercente si traducono in perdite da milioni di dollari per gli studi.
Che cosa è successo nel mentre? Che cosa è sfuggito ai grandi nomi dell’industria che invece sono riusciti a cogliere dei giovani inesperti?
C’è chi banalmente parla di semplice ricambio generazionale. Alla gen z non interessano più i supereroi e i vecchi generi che invece appartengono ai millennial. Così si esprimono grandi produttori nascosti dall’anonimato. Ma c’è anche chi si espone apertamente come Quentin Tarantino, il quale denuncia un cinema occidentale anonimo, senza identità e coraggio, volto esclusivamente a inseguire l’approvazione piuttosto che una reale espressione.
Ma già l’imminente “Spider-man: Brand New Day” porta al blocco delle prenotazioni online nei cinema sud coreani per i numeri che già promette di tirare su. Si prevede un risultato non troppo diverso per il gigantesco “Avengers: Doomsday”, maxi crossover pensato per rilanciare il Marvel Cinematic Universe dopo i flop della Multiverse Saga, nonché primo film della storia ad includere Avengers, X-Men e Fantastici 4.
Allora chi ha davvero ragione? Forse i vecchi generi non sono realmente morti. Semplicemente sono stati per tanti anni una moda. La garanzia di un successo assicurato. E dopo anni di egemonia questa garanzia non esiste più. Ora il successo deve essere guadagnato. Il pubblico deve essere convinto ad andare in sala, una sala in cui, specifichiamolo, vuole ancora entrare, e che non è stata soppiantata dalle piattaforme streaming sebbene siano sempre più ingombranti.
Sono tanti gli elementi che possono convincere il pubblico. Una cifra stilistica riconoscibile e ben definita. Un cast fresco e nuovo, che dia spazio a volti giovani o comunque non scontati. Qualcosa di più che un semplice budget miliardario, una tutina colorata o un nome altisonante.
L’intelligenza degli studios deve stare nel saper cogliere questi elementi, sfruttarli e fare in modo che il cinema si rinnovi ogni volta senza ridursi ad una copia sbiadita di sé stesso. Insomma, l’industria dell’intrattenimento deve semplicemente fare quello che fa letteralmente da quando è nata.




